Il bottone di PuškinAdelphi, 1995Cominciai a occuparmi del duello e della morte di Puškin nel l988, d'estate, mentre correggevo le bozze dell'epistolario cvetaeviano, che avevo faticosamente raccolto, mendicando pezzetti di carta e briciole di informazioni presso i più o meno legittimi detentori di quelle lettere. Leggevo, allora, la monografia Il duello e la morte di Puškin, di P.I. Ščegolev, da poco ristampata a Mosca. Leggevo e mi dicevo: un'altra storia in cui il Fato, straordinario servo di scena di tutti i grandi scrittori russi, sembra adoperarsi per plagiare l'arte, la creazione letteraria. Leggevo e mi dicevo: ne scriverò, e questa volta il mio compito sarà più facile su un classico come Puškin tutto è già stato scritto, dovrò solo raccogliere, ordinare, rimeditare l'immensa letteratura sull'argomento. Capii molto presto che avevo sbagliato, che mille pregiudizi avevano sfigurato la verità: da quello ideologico - in epoca sovietica, ma anche prima: un'ideologia di segno opposto - a quello di un dolore che non cessa di provocare la mia stupita ammirazione. Giacché la Russia è il solo paese al mondo che non smette mai il lutto per i propri poeti; solo in Russia all' "assassino di Puškin" poteva capitare in sorte un odio così autentico e ancora vibrante. Solo in Russia uccidere i poeti è deicidio. Passai un anno leggendo, studiando, e indignandomi ogni qualvolta scoprivo, per esempio, che le ultime generazioni di puškinisti spesso ignoravano il francese, seconda e talvolta prima lingua dell'"epoca puškiniana" – ignoravano l'epoca, la propria storia. Sapevo che di quel sapere erano stati privati con la forza, che anche questa era una delle disastrose conseguenze di un regime che aveva voluto interrompere la storia e fare tabula rasa del passato, dello stolido "anticosmopolitismo" sovietico. Non riuscivo, tuttavia, a vincere il dispetto. Soprattutto quando da amici e colleghi russi – non tutti, per fortuna – cui chiedevo aiuto mi sentivo dire : "A che scopo scrive/i? Ormai qui da noi hanno scritto tutto quanto si poteva scrivere, scoperto tutti i documenti", e mi sentivo sbeffeggiata, trattata come un’"occidentale" a cui era venuto il capriccio di mettere il naso in un "nostro" inaccessibile ai comuni mortali, ai non russi. Dovevo uscire da quel groviglio di messianesimo e incultura, di approssimazione e dolore, di impossibilità e pigrizia. Dovevo uscirne – da sola. Gli unici russi che non hanno sorriso di me sono stati la direttrice e tutto il personale dello RGADA di Mosca; li ricordo con vera riconoscenza: competenti, disponibili, pronti a portarmi nella sala di lettura anche cinquanta filze al giorno. Cominciai, dunque, a lavorare da sola. In due direzioni. Da una parte dovevo conoscere e ricostruire l'epoca dalle fonti primarie: ho consultato e letto – talvolta, s’intende, solo sfogliato - circa un migliaio di carteggi, per lo più privati, ma anche diplomatici. Mi sono fermata solo quando ho cominciato a respirare il profumo dell'epoca che studiavo, a udire il mandel'štamiano "rumore del tempo". Dall'altra parte, dovevo ricomporre il disegno ormai sfigurato dal tempo: soprattutto la figura di Georges d'Anthès mi sfuggiva. Mi documentai a lungo sulla sua vicenda dopo il soggiorno in Russia, e solo allora scrissi a Claude de Heeckeren, unico suo discendente diretto. Pur accogliendomi con squisita ospitalità, il barone de Heeckeren non voleva darmi accesso all'archivio di famiglia: troppe inesattezze e scempiaggini, diceva, erano state scritte su una storia di cui egli stesso aveva scritto e si era a lungo interessato, arrestandosi di fronte all'ignoranza del russo. Lo convinsi che mi stava a cuore soltanto la verità, e che comunque già la sua amicizia e i suoi racconti erano per me un dono inatteso. Un giorno del giugno l989 Claude de Heeckeren mi scrutò a lungo, come per sincerarsi definitivamente della mia buona fede. Poi mi disse: "Venga, le faccio vedere qualcosa". Si arrampicò su una scala, tirò giù da un abbaino una vecchia valigia grigia da cui vennero fuori, alla rinfusa, carte d'ogni tipo. Tra esse, mescolate in un disordine impressionante, c'erano le lettere che Georges d'Anthès scrisse a Jacob van Heeckeren nel l835-36. E molti altri documenti preziosi. Non avevo il tempo di fare la cernita e leggere tutto lì, in quella casa del sedicesimo arrondissement, né Claude e Janine de Heeckeren, volevano – è comprensibile - che portassi via con me le carte: bastava un fotocopiatore disattento per distruggere o compromettere i preziosi fogli. Comprai una fotocopiatrice portatile e ogni giorno, tremando per l’emozione e il senso di un’immane responsabilità, fotocopiavo dai venti ai quaranta fogli: così come capitava, senza sapere ancora di cosa si trattasse. Tornata a casa – ero ospite di Sergio Ferrero – cercavo di riordinare il materiale, di abbozzare un prima datazione. Ho impiegato un anno e più per decifrare la scrittura di d'Anthès e dei suoi corrispondenti, ricopiare a macchina i testi, datarli. In base a nuovi nomi emersi dal carteggio di Georges d’Anthès, continuai la ricerca in archivi pubblici e privati, francesi, tedeschi, italiani. Forse il risultato più prezioso fu la scoperta che tra Pietroburgo e Milano, negli anni Trenta del XIX secolo, c’era una distanza minore – intellettualmente, culturalmente - che, mettiamo, tra Pietroburgo e Rjazan', che la Russia, quella Russia, era parte integrante dell'Europa. Peccano di sciovinismo i russi che ancora oggi continuano – perfino nella postfazione dell’edizione russa de Il bottone, misteriosamente e orrendamente tradotta "dall’inglese" – a bacchettarmi: "Puškin è russo, è nostro! Giù le mani da Puškin!". Ma torniamo alle lettere di d'Anthès uscite da una vecchia valigia un secolo e mezzo dopo che erano state scritte. Cambiano qualcosa nella storia dell'ultimo duello di Puškin? Sì. Cambia radicalmente, per esempio, la parte avuta dal barone van Heeckeren nella vicenda che precedette il duello: fu d'Anthès, scopriamo, a pregare il padre adottivo di intervenire presso la donna che amava e che non voleva rassegnarsi a perdere; dunque non era il losco burattinaio che Puškin rappresenta nella lettera del l6-2l novembre l836, facendone un personaggio degno delle Liaisons dangereuses). Non ci saranno più, spero, dubbi sui sentimenti di d'Anthès, che – ne abbiamo le prove – era pazzamente innamorato, o, se si vuole, infatuato, di Natal'ja Nikolaevna Puškina... La Russia vista attraverso gli occhi dell' "assassino di Puškin", il ripetersi, di pagina in pagina, degli stessi nomi che leggiamo nelle lettere, nei diari di Puškin. Giacché – non va dimenticato – Puškin e d'Anthès vivevano nello stesso ambiente e non in due città separate, due "partiti" divisi, come spesso la letteratura russa tende a far credere, ed erano addirittura – in due o trecentesimo grado, tramite i Musin-Puškin – parenti. Credo, infine, che le lettere di d’Anthés vadano lette anche come il capitolo di un inesistente ma possibile romanzo di Balzac – quanto d'Anthès e van Heeckeren ricordano Rastignac, o Rubempré, Vautrin! Giacché quello tra Puškin e d'Anthès fu anche il sanguinoso duello tra la limpida prosa settecentesca puškiniana e Balzac, la "nuova" letteratura francese che non convinceva fino in fondo Puškin, e che egli segretamente temeva. Aveva di che temere: di lì a trent'anni, "più intelligenti, colti, raffinati, più poveri di soldi e ricchi di idee, ormai russificati, ormai 'raskol'nikov', i 'dantès' sarebbero tornati a Pietroburgo e avrebbero di nuovo ucciso". |
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