La casa di ghiaccio

Mondadori, 2000

Lavorando a Il bottone di Puškin avevo incontrato — alcuni per la prima volta — molti personaggi, molte storie che avevo dovuto abbandonare per strada con un po’ di tristezza. Mi tornarono perň in mente quando cominciai a pensare a un nuovo libro. Era il periodo in cui dagli editori mi arrivavano offerte tutte uguali: scrivere la biografia di Dostoevskij, di Lermontov, di Čechov

"Di Puškin, semmai, ho scritto una tanatografia", mi schermivo. E non mi lasciai convincere: nel migliore dei casi mi sarei annoiata. Ripresi allora le storie che a suo tempo mi avevano affascinata, altre riaffiorarono da antiche letture, altre ancora le trovai in vecchie riviste; dall’Ottocento mi spinsi fino alla Russia postpetrina. Una volta che ebbi cominciato a scrivere, lo stesso materiale mi impose una forma lapidaria e contratta, l’esatto opposto della lenta espansione che avevo sperimentato nel raccontare gli ultimi anni, gli ultimi giorni di Puškin. Concisione e frugalitŕ della scrittura come contrappunto all’abbondanza e all’eccesso che raccontavo attraverso le gesta di personaggi minori e apparentemente marginali "nelle cui gesta — č scritto nel risvolto di copertina — l’‘anima russa’ si rivela con l’evidenza dell’incubo o della follia".

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