In margine al lavoro di traduttore

Intervista in occasione della vittoria del Premio Grinzane per la Traduzione, 2005

di Ilide Carmignani


Quando è nato in lei l'interesse per la traduzione e che cosa l'ha spinta a dedicarsi a questa attività?

Tutto è cominciato all’università, quando studiavo sotto la guida di Angelo Maria Ripellino. Non ha mai tenuto lezioni sull’argomento della traduzione, che io ricordi, ma forse il fatto stesso che lui traducesse, e tanto, mi indusse a credere, con assoluta naturalezza e forse ingenuità, che uno slavista fosse anche necessariamente un traduttore, che dovesse far conoscere quanto restava ancora sconosciuto di universi letterari poco esplorati, cui spesso l’Occidente guardava soltanto attraverso il prisma distorto dell’ideologia. La mia prima traduzione pubblicata (con uno pseudonimo, per motivi politici: non volevo essere privata del visto), Praga non tace (Antologia della protesta cecoslovacca, Guanda, 1969), nacque innanzitutto dall’urgenza di testimoniare. Non esisteva - non poteva esistere - un libro con quel titolo, né esisteva ancora il samizdat ceco; io stessa avevo raccolto sul campo quei testi (canzoni, per lo più, ma anche liriche, piccole pièces da cabaret), molti autori erano miei amici. Non avevo mai progettato - o sognato, o deciso - di diventare traduttore. Prima di quel libretto avevo tradotto, unicamente per denaro (per pagare una parte delle tasse universitarie), dei saggi dal francese e dal ceco, addirittura brani di classici dal greco e dal latino: alcuni studenti del mio ex liceo, il "Giulio Cesare" di Roma, avevano scoperto le fonti (tre antologie) da cui il professore della sezione L sceglieva le traduzioni per le prove in classe, e io le tradussi surrettiziamente, in gran segreto. Guadagnai, se ricordo bene, 100.000 lire; almeno due persone mi devono la maturità classica. Spero che il reato sia caduto in prescrizione.

Oltre che traduttrice, lei è studiosa e scrittrice. In che modo si sono influenzate a vicenda queste sue occupazioni? Tradurre, per esempio, l'ha aiutata nel lavoro critico?

Tradurre - bene - è studio, è lavoro esegetico. Ho sempre lottato perché le traduzioni venissero considerate "titoli" nei concorsi universitari. Quanto al mio lavoro di scrittore, esso si regge, esattamente come quello di traduttore, sulla disciplina, sul rigore, sulla severità verso me stessa. E sulla padronanza dell’italiano.

Che tipo di autorialità offre, a suo avviso, la traduzione e quali piaceri può riservare?

Non capisco molto bene, e comunque è estranea al mio modo di scrivere e pensare, la parola "autorialità". Il traduttore, è lampante, non può sostituirsi all’autore. E’ un’altra cosa, un’altra persona, con un diverso statuto nel mondo del creare. Ed è indispensabile che conosca bene i propri limiti nel ri-creare, mai cedendo all’arbitrio. Quanto ai piaceri, per me si è sempre trattato di vera e propria gioia: una gioiosa avventura dello spirito. Quando finisce, quando consegno la mia traduzione all’editore, mi interessa soltanto che la traduzione sia pagata il più possibile e che non venga sfigurata da refusi. Nulla, nessun altro sentimento: quell’episodio, quella stagione della mia vita è conclusa. Ma da qualche parte, in me, continua a vivere l’autore che ho tradotto, arricchendo non tanto le mie capacità espressive (non oso immaginare quale disastro procurerei scimmiottando la Cvetaeva, per esempio, o Chlebnikov), quanto il mio sentire le cose, la musica segreta dei miei pensieri.

Fra i primi nomi che vengono alla mente pensando alle sue traduzioni ci sono quelli di Marina Cvetaeva, Osip Mandel'štam, Vladimir Nabokov. Che cosa ha significato per lei confrontarsi con questi autori?

Confronto: di nuovo una parola a me straniera. Paragonarmi? Io? A Puškin? A Mandel’štam? La traduzione è un mestiere che si basa sulla professione di umiltà. [...]

Come traduttrice, come studiosa e in fondo, indirettamente, anche come scrittrice con Il bottone di Puškin e La casa di ghiaccio: venti piccole storie russe, lei ha dato un importante contributo alla diffusione della cultura russa in Italia, una cultura ancora troppo poco conosciuta o conosciuta in maniera inadeguata, penso ad esempio a certi classici tradotti dal francese. Quali testi, quali autori meriterebbero a suo avviso maggiore attenzione da parte della nostra editoria?

Tra i classici, andrebbe ritradotto Dostoevskij - tutto, ex novo. Evgenij Onegin di Puškin. Tra i grandi del 900, Majakovskij è stato avvilito e sconciato da traduzioni per lo più di pessima qualità. Quanto al presente, mi sembra che l’editoria italiana sia abbastanza attenta alla letteratura russa dei nostri giorni - non alla poesia, purtroppo, né contemporanea né classica. In Italia ci sono giovani (relativamente, e cioè non quasi sessantenni, come me) traduttori che lavorano molto, molto bene. A loro proporre, indicare, sconfiggere la pigrizia degli editori.

Il sogno di una cosa

Serena Vitale

"Il Sole 24 Ore", 23 gennaio 2005

La mia prima traduzione vide la luce quando avevo ventiquattro anni; la firmai con uno pseudonimo, "Milena Novakova", che mi permise di tornare più o meno indenne nella Cecoslovacchia "normalizzata"dai carri armati. E poi ho tradotto (dal ceco, dal russo) una trentina di libri. Di una traduzione mi vergogno, su alcune tornerei per correggere e limare, di due o tre sono quasi soddisfatta. Ho "rivisto "non so più quante traduzioni altrui, ho contagiato con l’amore per la traduzione un numero incalcolabile di studenti , ho eroicamente lottato con certi insensibili traduttori stranieri (francesi, soprattutto) dei libri da me scritti. Oggi traduco, per i "Meridiani "Mondadori, tutta l’opera di Osip Mandel'štam, il poeta che più amo. In certi momenti di esaltazione e megalomania immagino che Dio mi regalerà dieci anni in più del previsto per darmi il tempo di tradurre tutto Dostoevskij. Ho un unico libro nel cassetto: le lettere (e.mail , da un po’ di tempo) scritte a traduttori principianti - con suggerimenti, correzioni, esortazioni, a volte tremende sfuriate. Evito come luoghi di malaffare dibattiti e tavole rotonde sul tema: "traduttore-traditore ", "belle e infedeli ". Mi fa rabbrividire – come quando le unghie, a scuola, raschiavano l’ardesia della lavagna – anche il suono della parola "traduttologia".

Nel trionfo di Master, Stage, " moduli professionalizzanti", altri impiastri e cerotti con cui si cerca di chiudere (forse solo nascondere) le piaghe della moribonda università patria, nelle facoltà letterarie è molto di moda, oggi, la traduttologia : "scienza del tradurre". Se scienza è un "insieme definito di conoscenze e di metodi per estenderle ", la traduttologia non può esserlo: non ha - non può avere - uno degli aspetti costitutivi delle scienze, quello normativo. I sogni non si regolamentano, non si "normalizzano". Giacché la traduzione di una cosa (poesia , racconto, romanzo), è il nostro sogno di quella cosa. Gli elementi del reale – di un organismo verbale – si riaggregano in un ordine imprevisto, che nessuna teoria può prevedere: un’assonanza impossibile al verso 13 riaffiora di colpo al verso 31, un gioco di parole "intraducibile "nell’epilogo si impone come necessario nel titolo. Diversa distribuzione degli atomi di un corpo vivo, riunione di segni e sensi secondo nuove leggi spazio-temporali .

Ma proviamo per un attimo a immaginare una scuola ideale, con tutti gli insegnamenti indispensabili (la lingua italiana, innanzitutto, e poi l’immenso scibile: dall’agronomia alla zootecnia ), e uno studente ideale: sagace, zelante. Terminati a pieni voti gli studi, sarà per questo, automaticamente, un bravo traduttore? No, è verità lampante. Conosco ottimi traduttori che possono sbagliare parlando la lingua da cui traducono, e che nella vita sono persone scialbe, noiose, apparentemente prive di qualsivoglia talento. Conosco per contro illustri e brillanti accademici, maestri nella conoscenza della lingua madre e della lingua matrigna, che traducono in modo scialbo, noioso, senza suscitare in chi legge l’amore per ciò che sta leggendo.

Il fatto è che il mestiere del traduttore letterario (di mestiere si tratta, e i giovani dovrebbero stare lungamente a bottega, apprendendo per imitazione e simbiosi) richiede "materie" difficilmente insegnabili. Provo a farne un elenco sommario.

L’orecchio: per la lingua madre, innanzitutto. Imporre a un autore, per esempio a Dostoevskij, paroline come "gratificante", "coinvolgente", "piuttosto che", ecc. è peccato più grave che scambiare (stanchezza e lapsus sono sempre in agguato) "bianco" per "nero".

La passione: convivere con il testo da tradurre come con un marito-amante. Continuare a pensare a lui mentre ci si lava i denti, si fa la spesa, borbottarlo mentre si cammina per strada, talvolta scambiati per pazzi, ripeterlo finchè il ritmo e il respiro giusti non si impongono con l’evidenza della follia, dell’allucinazione sonora. Il traduttore: Posseduto.

L’umiltà: non innamorarsi delle proprie parole, annullare completamente il proprio vanitoso ego stilistico per ri-crearsi ogni volta nel linguaggio dello scrittore che si traduce. Non cercare di abbellirlo, di fare meglio di lui. Il traduttore: AntiNarciso.

La perseveranza: alzarsi mille volte dal tavolo, arrampicarsi su sgabelli e scale per raggiungere enciclopedie, atlanti, dizionari, manuali, andare in biblioteca, telefonare a consulenti (cugino-seminarista, zio-ingegnere, nonno-generale in pensione), mai vergognarsi di chiedere. Il traduttore: Rompiscatole, temibile e temuto.

La disciplina: andare ogni mattina allo scrittoio come un operaio al tornio. Consultare sempre il dizionario. Continuare a studiare, sempre, anche a sessanta, settanta anni.

La rinuncia: al sonno, a un film, a una passeggiata, ecc. All’estetica: non ho mai conosciuto bravi traduttori senza un po’ di cellulite o di pancia. Più ancora che le mani e la testa, la parte più importante del corpo di un traduttore è il sedere.

E ancora buon gusto, eleganza, letture, letture, letture. Infine: un buon redattore, più prezioso di qualsiasi teoria traduttologica.

La ricompensa? Non il denaro (ma bisogna pretendere il massimo, perché sarà comunque il minimo, parafrasando la massima di Peppo Pontiggia). Non il tuo nome a stampa (che tanti editori dimenticano comunque di stampare). E non nei cieli, o in un‘altra vita. Molto più vicino: da qualche parte nella cassa toracica, a sinistra.

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