Copertina di L'imbroglio del turbante, di Serena Vitale
serena vitale

L'imbroglio del turbante — Letture


PARTE QUINTA
1
MILLE E UNA NOTTE

Da Pietroburgo a Pietroburgo, gennaio-luglio 1787

Il viaggio fu preceduto da fastidiose contrarietà. Caterina II desiderava che l’accompagnassero i nipoti, ma il Granprincipe Paolo e la moglie – «bagaglio troppo pesante», non erano stati invitati – si opponevano fermamente a una così lunga separazione dai figli. Dmitriev-Mamonov aveva la gola infiammata e alcune linee di febbre. Alla fine di uno spettacolo all’Ermitage la sfortunata Dorotea del Württemberg seguì l’Imperatrice e singhiozzando la implorò di aiutarla: per l’ennesima volta il marito l’aveva trascinata per i capelli, battuta a sangue, chiusa a chiave perché non si vedessero lividi e ferite.

Prima l’uno, poi l’altro, i piccoli Aleksandr e Konstantin si ammalarono di varicella; non si poteva neanche pensare a una loro partenza, e per un così lungo viaggio. «Abito Rosso» si riprese in pochi giorni da quella che s’era rivelata una non grave infreddatura. «Tesoro mio» scrisse all’Imperatrice, «non riesco a credere di essere guarito, e che subito dopo pranzo avrò la gioia di vedere la mia amata. Popov, ho sentito dire, è incaricato di organizzare la farmacia da viaggio: fatemi una grazia, ordinategli di farla uguale a quella che mi avete regalato, contiene medicine che possono essere utili. Je vous embrasse de tout mon coeur, chère Katiusha.» Il principe del Württemberg, manesco cognato di Paolo, venne allontanato da Pietroburgo.

«... Che non vi sia nessuno in abiti laceri, tanto meno gente ubriaca. Al passaggio della carrozza imperiale si facciano le consuete riverenze, i sudditi di maggior distinzione potranno portare il pane e il sale, le donne fiori, gli altri manifestino il proprio entusiasmo con gesti e saluti decorosi... Gli appartenenti al ceto nobiliare approntino ognuno a sue spese dodici buoni cavalli da tiro, anche di manto diverso, con finimenti in ordine, quattro battistrada in camiciola rossa e colletto duro alto, paramani verdi, gilet bianchi, abiti anch’essi bianchi, berretti neri...»

La mattina del 18 gennaio 1787 il corteo si mosse da Tsarskoe Selo: quattordici carrozze montate su pattini, centoventiquattro slitte seguite da quaranta di riserva. In ogni stazione di posta trovavano seicento cavalli «dei migliori, con vetturini non troppo anziani né minorenni, e soprattutto non ubriaconi», un presidio di soldati in pensione agli ordini dei rappresentanti della nobiltà incaricati di vegliare sul mantenimento dell’ordine, e ancora fabbri, falegnami. Insieme con trentadue alte cariche della Corte e dell’esercito viaggiavano illustri ospiti stranieri: il brutto quanto amabile e perspicace conte Cobentzel, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Pietroburgo, il ministro di Inghilterra Alleyn Fitz-Herbert, la cui congenita melanconia era esacerbata dal mal d’amore (lasciava a Pietroburgo la bella Daria Shcherbatova, damigella d’onore di Caterina), il conte Louis-Philippe de Ségur, ambasciatore di Francia. «Ségur-Effendi» – così lo chiamava il principe Potiomkin, scherzando sull’eccessiva tenerezza dei francesi per l’Impero Ottomano – aveva definitivamente conquistato Caterina II con un’elegia in memoria dell’adorata levriera Zémire.

Tirata da dieci cavalli, fuori dorata, dentro rivestita di camoscio e tela verde, la carrozza di Caterina II poteva ospitare – sedute, sdraiate, anche in piedi – sei persone. Dopo ogni sosta a Dmitriev-Mamonov e alla camerista Peresukhina si univano altri viaggiatori, rendendo sempre varia la compagnia imperiale.

Il termometro segnava oltre quindici gradi sotto lo zero, ma pesanti pellicce d’orso, sopra eleganti e soffici soprabiti di zibellino, proteggevano i viaggiatori dalle offese del freddo. La giornata del Nord era breve, ma grandi falò – tronchi e rami di pini, abeti, cipressi, larici – accesi a breve distanza sui due lati della strada, intervallati a loro volta da botti colme di pece in fiamme e grandi bracieri, rischiaravano la notte: una lunga strada di fuoco nel mare di ghiaccio che scorreva placido, uguale, dietro i finestrini bizzarramente istoriati dal gelo. Gli animali restavano nelle loro tane, gli abitanti accanto ai loro focolari; miraggi di Borea, comparivano talvolta lontane barche leggere: treni di slitte cariche dei prodotti necessari all’agricoltura, all’economia delle città. Talvolta, al tramonto, si potevano vedere poco lontano dalla strada intere famigliole di betulle e pioppi in fiamme.

Il convoglio partiva ogni mattina alle nove e marciava senza fretta fino alle dodici, fermandosi per la colazione. Ripartiva alle tre pomeridiane per fermarsi, intorno alle sette, in palazzi, eleganti dimore di campagna, o confortevoli case di legno costruite per l’occasione. Incantati, barbe e baffi irti di ghiaccioli, i rustici abitanti dei villaggi restavano fino a tarda ora intorno alle abitazioni sorte in pochi giorni, qualcuno cercando di spiare dalle finestre. Dentro, al tepore addirittura eccessivo di stufe ricoperte di maioliche azzurrine, l’Imperatrice e il suo seguito scacciavano la noia, immancabile compagna dei lunghi viaggi, con i piaceri più vari offerti dalla civiltà.

Prima di ogni sosta, già a mezza versta di distanza, il corteo incontrava gruppi sempre più folti di sudditi in festa – contadini, mercanti, borghesi, piccoli proprietari terrieri – la cui devozione aveva avuto ragione del freddo. I mugicchi cominciavano a prostrarsi un quarto d’ora prima che apparisse la carrozza imperiale e si rialzavano solo dopo il passaggio dell’ultima slitta. «Benefattrice, fragolina, solicello nostro» la chiamavano le donne. E quando l’Imperatrice varcava le porte della città o passava sotto gli archi di trionfo i cannoni sparavano, scampanavano le chiese, bambini vestiti di bianco spargevano petali di rosa sotto le ruote della sua vettura, poi sotto i suoi piedi.

Ritiratasi dopo il pranzo per la toletta, Caterina smetteva l’abito da viaggio – una cappotta di panno blu scuro con ruches di pizzo bianco al collo, un alto copricapo di pelliccia da cui pendeva una nappa dorata – per indossare uno degli ampi caffettani di gala con cui rendeva omaggio all’antico costume moscovita e insieme nascondeva la pinguedine. Si intratteneva in piccola cerchia fino alle nove. Giocavano: sciarade, proverbi, indovinelli, bout-rimés. Più di rado a carte o a biliardo. Conversavano, e l’argomento dei Turchi era inaggirabile. L’Imperatrice biasimava la pigra e inoperosa vita dei Sultani, eterni fanciulli ostaggi dei giannizzeri, estenuati dalle voluttà dell’harem, coccolati da eunuchi così stolidi nel loro servilismo da svegliare il Gran Signore quando lo credevano in preda a brutti sogni. «Voi Francesi non volete che io liberi dai Turchi le mie frontiere? Cosa fareste se i vostri vicini, i Piemontesi o gli Spagnoli, vi regalassero ogni anno la peste, vi uccidessero e vi rapissero ventimila sudditi?», chiedeva l’Imperatrice a Ségur-Effendi, il quale si cavava d’impaccio con vaghe dichiarazioni sulla necessità di conservare la pace e l’equilibrio in Europa. «Come trovate il mio petit ménage?» chiedeva della Russia a un altro dei suoi ministres de poche. Oppure: «Non è vero che un po’ per volta il mio petit ménage si va ingrandendo e arredando?». E ancora: «Non possiedo molto denaro, ma quello che ho lo spendo bene, non trovate?». «Viaggio non per vedere i luoghi, ma la gente» spiegava, «è giusto che il mio popolo mi veda, l’occhio del padrone ingrassa i cavalli.»

La padrona era soddisfatta: trovava che nel paese ci fosse di tutto in abbondanza, solo i prezzi le sembravano un po’ alti.

Nei pressi di Smolensk, città natale del principe Potiomkin, vennero accolti da cento maestri di posta a cavallo, ognuno con una torcia fiammeggiante in mano. Li seguivano, in carrozza, il governatore generale, il rappresentante della nobiltà, un centinaio di notabili. Dopo essersi soffermata in preghiera nella cattedrale, l’Imperatrice si ritirò nel palazzo a lei destinato. Già l’indomani mattina diede udienza, e la sera un ballo durante il quale trecento signore poterono finalmente sfoggiare gli abiti preparati da mesi. A Smolensk il corteo dovette fermarsi più del previsto per il nuovo accesso febbrile che aveva colpito Dmitriev-Mamonov. I viaggiatori stranieri, da parte loro, lamentavano disturbi agli occhi: il troppo acceso bagliore delle nevi, diagnosticò l’inglese Rogerson, medico personale dell’Imperatrice.

«Qui giace Duchessa Anderson / che un giorno morse il dottor Rogerson»: nonostante le lezioni di poetica che le impartiva Ségur, questi restavano i più bei versi canini scritti dall’Imperatrice («il suo cervello, pieno di razionalità e politica, non trovava immagini per arricchire i pensieri, la sua intelligenza sembrava soccombere alla fatica di cercare penosamente metro e rima»). Ridendo di sé, Caterina decise di metter fine agli inutili supplizi lirici; Fitz-Herbert la complimentò: «Avete fatto bene; non si possono pretendere tutte le glorie».

Lasciando Velizhe l’Imperatrice si informò: quanto erano costati i fuochi d’artificio? Alla risposta alzò le spalle e commentò irritata: «Mah, lo trovo un vuoto lusso privo di senso!». E a Khrapovitsky, che le indicava compiaciuto l’enorme folla lungo la strada: «Sarà... Anche alle fiere vanno in centinaia per vedere gli orsi!».

A Krichev, dove Caterina II si fermò solo una notte, Jeremy Bentham vide sfilare il corteo confondendosi tra la folla, senza presentarsi alla Corte. Stabilitosi in un villaggio dell’enorme tenuta che apparteneva al principe Potiomkin, non vedeva nessuno e per intere settimane non lasciava il suo cottage. Rattristato dalla mancanza di libri (il suo bagaglio non era mai arrivato da Costantinopoli) aveva trasformato il soggiorno in Russia in un idillio bucolico-speculativo: lavorava a un trattato sull’usura, mandava in Inghilterra le lettere sul «Panopticon». Quanto agli opifici che avrebbe dovuto ammodernare con il fratello Samuel, lo stesso Potiomkin non mostrava più l’interesse di un tempo.

A Kiev i viaggiatori visitarono i luoghi che testimoniavano gli inizi della Russia. Salirono fino al Monastero delle Grotte, dove il principe Potiomkin si era insediato con uno stuolo di ufficiali, architetti, ingegneri, scrivani, commessi, traduttori, spie, placidi mirza tatari, impetuosi principi georgiani, baffuti cosacchi – la sua «Corte asiatica», diceva Ségur. «Silenzio e paura» ispirò a qualcuno il luogo, per metà monastero e per metà fortezza: un labirinto di chiese e grotte-catacombe che conservavano le spoglie di monaci, santi; molti cadaveri erano intatti, non sfiorati dalla decomposizione. I capelli arruffati, una cappa di pelliccia sulla biancheria, il collo scoperto, le gambe seminude, il principe alzava appena lo sguardo dalla scacchiera quando qualcuno entrava per salutarlo e riverirlo, di rado lo invitava a sedere. Fingendosi impegnato nel gioco, rispondeva brevemente e quasi con sgarbo agli omaggi. Si faceva vedere in città – parrucca e volto bianchi di cipria, divisa da feldmaresciallo con ricami e galloni in oro e argento, profusione di onorificenze russe e straniere sul petto – solo nelle più importanti occasioni ufficiali. Dalle Grotte continuava a organizzare, macchinare.

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