copertina di A mosca, amosca
serena vitale

RECENSIONI

Quando nell’Unione Sovietica si viveva di vodka e sospetti
di Corrado Augias

Chi dovrebbe leggere il libro di Serena Vitale
di Pierluigi Battista

Gli anni felici nel paese difficile
di Isabella Bossi Fedrigotti

Serenochka, dalla Russia con amore
Di Antonio D’Orrico

A Mosca, a Mosca! Memorie, racconti, brogliaccio esistenziale.
di Mattia Ferraresi

Che bello arrangiarsi a Mosca
di Goffredo Fofi

Eroi e tante sbornie, la grande follia dell’homo sovieticus
di Antonio Gnoli

A cena con gli informatori del Kgb
di Emanuela Meucci

Viaggio in Urss — I babbei che credevano al paradiso in terra
di Giampiero Mughini

La nostra Russia
di Paolo Nori

Quelle luci nel grigiore del potere
di Fabrizio Rossi

Le bugie di Mosca. Gli anni '60 nella città perduta
di Sandro Viola

 


Quando nell’Unione Sovietica si viveva di vodka e sospetti

di Corrado Augias, "Il Venerdì di Repubblica", 10 dicembre 2010

Con l'aria di voler raccontare i suoi soggiorni, i suoi studi, le sue amicizie a Mosca, Serena Vitale ci dà con questo "A Mosca, a Mosca!" il quadro di che cosa è stata la vita nella defunta Unione Sovietica e nella sua capitale. Ho provato, leggendolo, lo stesso senso di sgomenta scoperta che mi hanno dato i libri di Herta Müller: vite sospese dove ciascuno può farsi delatore del vicino, dove l'ottusità della burocrazia, uguale in tutto il mondo, può trasformarsi in un concreto segnale di minaccia. Serena Vitale, una delle nostre massime slaviste, arrivò a Mosca per la prima volta nel 1967. Era all'ultimo anno d'università e aveva una borsa di studio per perfezionare lingua e letteratura. Ma era anche l'epoca in cui (con Breznev al Cremlino) la Guerra Fredda conosceva una fase di particolare virulenza. Più che studiare in biblioteca, la studentessa Vitale dovette per prima cosa imparare a maneggiare quel misterioso continente governato dal sospetto, oltre che da straordinarie quantità di alcol. Il miracolo di questo libro è che l'autrice ci racconta la città, i suoi amici, l'atmosfera, perfino gli incidenti, gli equivoci e le vere e proprie intimidazioni con la leggerezza della narratrice di razza.

Già nel precedente Il bottone di Puškin, la Vitale aveva dato prova di poter fondere due generi che vengono considerati divisi come la narrativa e la saggistica in un unico amalgama dove il riferimento saggistico si fa racconto e viceversa. Questa dote (rara da noi) viene qui confermata nelle decine di episodi della vita d'ogni giorno in una città che era diventata un continente a parte, con regole e inquietudini sconosciute nel mondo occidentale. In questo mare di diffidenza e disorganizzazione, emergono poi gli amici e qui l'animo russo si rivela nella sua generosità, simpatia, voglia di dimenticare (magari con l'aiuto di un po' di vodka) le umiliazioni inflitte dal regime. C'è poi l'incontro con i grandi come Viktor Sklovskij, uno dei padri del formalismo. Nelle ultime pagine l'autrice racconta ciò che è accaduto dopo la caduta dell'Urss nel '92. Così un amico le riassume a morale del regime comunista: "La rabbia di un intero popolo, quei due o tre pensieri che riesce ancora a pensare, tutto sprecato in barzellette. Ci è rimasta solo l'ideologia delle storielle".


Chi dovrebbe leggere il libro di Serena Vitale
Quei poeti (anche nostri) che stavano con i carnefici di Mosca

di Pierluigi Battista, "Corriere della Sera", 13 dicembre 2010 (RIPRODUZIONE RISERVATA)

A Mosca, a Mosca! (Mondadori) di Serena Vitale è uno splendido libro di memorie che descrive il lugubre grigiore, quella patina di desolante squallore che si diffondeva nella patria del socialismo reale raggiunta da una giovane studiosa di letteratura russa, allieva del grande Angelo Maria Ripellino. Non c'è pagina che non rimandi il senso claustrofobico di una burocrazia asfissiante, di una dittatura ideologica demenziale. I tetri palazzi del monumentalismo comunista. I traffici, i baratti e le miserie di un mercato nero dominanti in un regime che si faceva vanto di aver abolito il capitalismo. Le biblioteche con milioni di libri inaccessibili perché era consultabile solo la paccottiglia di partito. La delazione generalizzata. L'occhio onnipresente del Kgb. La stupidità assoluta dei funzionari della censura. Tutto ricordato con meravigliosa scrittura dalla Vitale, di cui i lettori italiani hanno già apprezzato lo straordinario Il bottone di Puškin.

Bastava saper guardare, per accorgersi di che cos'era il comunismo. E invece, pensate a quanta intelligenza sprecata, a quanta umiliante mortificazione intellettuale negli scrittori, nei filosofi, nei pittori, nei giornalisti che, abbacinati dalla fede comunista, non sapevano vedere niente, non volevano sapere niente. Era l'epoca, scrisse una volta Milan Kundera, in cui «il poeta regnava a fianco del carnefice». Perché «quando un boia uccide, la cosa in fin dei conti è normale», ma «quando un poeta accompagna l'esecuzione col suo canto», allora il disgusto si mescola all'orrore. Ecco che cosa fecero tanti nostri «poeti» (a differenza di Serena Vitale): stavano dalla parte del carnefice, accompagnavano con il loro canto l'ascia del boia che parlava russo, ma anche cinese, cubano, cambogiano. E oggi, dopo tanti anni, neanche se ne vergognano. Anzi accarezzano il ricordo con struggente nostalgia per un'epoca di intensi ideali. Tanto al patibolo ci andavano gli altri. Prima del crollo del muro stavano dalla parte sbagliata della storia (di là dal muro) ma nel luogo giusto (di qua dal muro). Accecati. Instupiditi dal loro fideismo narcisistico. Era l'epoca, quella ricordata con straordinaria finezza da Serena Vitale, in cui, come ha detto Mario Vargas Llosa nel suo discorso per il Nobel, «l'intellighenzia dell'Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere all'incantesimo del socialismo sovietico o, peggio ancora, al sabba sanguinario della rivoluzione culturale cinese». Non hanno mai chiesto scusa. Anzi inorridiscono all'idea di dover chiedere scusa («ancora con il comunismo! Ma basta con queste anticaglie») o, peggio, negano persino di essere stati dalla parte del boia, verseggiando in onore dei carnefici, accanto ai loschi e grigi burocrati che negavano la lettura dei libri buoni alla giovane Serena Vitale. A Mosca, a Mosca! è uno di questi libri buoni. Se lo leggessero, almeno imparerebbero qualcosa.


Gli anni felici nel paese difficile: «A Mosca, a Mosca!» di Serena Vitale

di Isabella Bossi Fedrigotti

Deve aver avuto un bel coraggio, la ragazza Serena Vitale, a trasferirsi, nel settembre del 1967, a studiare per un anno all’università di Mosca, sia pure munita della benedizione del suo professore, il mitico slavista Angelo Maria Ripellino, e in compagnia di altre tre ragazze italiane, una delle quali, molto comprensibilmente, pensò però bene di rientrare in Italia già dopo poche settimane. La vita nella capitale sovietica all’epoca era, infatti, quella descritta dai film sulla guerra fredda, e avrebbe continuato a esserlo per molti anni ancora. E, cioè, per un verso negozi vuoti, comodità e beni di consumo inesistenti, cibi immangiabili, servizi al lumicino, ospedali da scappare a gambe levate, coabitazione di più famiglie in uno stesso appartamento, e, per l’altro, controllo sistematico di incontri e conversazioni, spie del Kgb a ogni angolo, vessazioni seminate a pioggia contro tutti, compresi gli studenti stranieri, burocrazie asfissianti, personale quasi sempre scortesissimo. Per non parlare di minacce e, nel caso specifico, anche di pesanti aggressioni fisiche.

Ciononostante la ragazza Serena, poi la studiosa, la docente universitaria, la scrittrice di successo, la traduttrice che più di una volta ha segretamente contrabbandato in Italia i testi inediti dei suoi amati autori russi, non si è mai scoraggiata e ha continuato a tornare in Russia con testarda e ammirevole regolarità. Di quei viaggi e quei soggiorni ha scritto ora una specie di diario che rievoca i tempi durissimi e poi i tempi appena un po’ meno duri fino a quelli suntuosi di oggi trascorsi nella sua città del cuore. A Mosca, a Mosca! s’intitola il libro (Mondadori, pagine 238, € 19), un po’ saggio, un po’ racconto condotto sempre sul filo dell’ironia, del sarcasmo, quando non del grottesco. L’autrice stessa se la ride, insomma, dei suoi passi falsi, delle trappole nelle quali è caduta, delle innumerevoli difficoltà disseminate lungo il cammino di chi avrebbe voluto soltanto amare il grande Paese e viverci ogni tanto, russa tra i russi.

Narra l’autrice come la vita a Mosca fosse — soprattutto per gli stranieri — una complicatissima gimcana irta di ostacoli impossibili da superare se prima non se ne apprendevano a fondo le segrete istruzioni per l’uso. E queste istruzioni le potevano fornire soltanto, pezzo per pezzo, suggerimento dopo suggerimento, fidatissimi amici moscoviti, che nel corso degli anni l’autrice è riuscita ad accumulare in gran numero, vero tesoro di un’esistenza.

Quarant’anni di viaggi che raccontano quarant’anni di storia del Paese, spesso attraverso le voci di questi numerosi amici fidati di Serena Vitale, scrittori, poeti, insegnanti, intellettuali, quasi tutti, chi in modo ironico chi in modo accanito, feroci avversari del regime o, meglio, antichi seguaci della rivoluzione bolscevica fattisi, con l’andare del tempo, miscredenti senza più illusioni. È un coro di voci, sempre incerto tra commedia e tragedia, che illustra all’autrice e a noi che leggiamo le inimmaginabili follie e le atroci perversioni della vita quotidiana moscovita, follie e perversioni delle quali soltanto gli stranieri si stupivano, tutti gli altri da un pezzo assuefatti e rassegnati.

L’autrice ci fa entrare nelle case dove spesso manca la luce e il riscaldamento, dove il bagno (in comune) è perennemente occupato, dove comunque a volte si festeggia, anche con il nulla, ovviamente, purché ci sia della vodka, dove i libri sono tesori preziosi, dove si parla lasciando scorrere l’acqua in modo da non far sentire a chi da qualche parte sta in ascolto, dove capita che agli ospiti si mescolino anche gli spioni, accettati, anzi invitati per scongiurare fastidi maggiori, convocazioni e interrogatori da parte del Kgb. E poi ci conduce attraverso le vie, le piazze, i negozi, gli alberghi, i musei e le biblioteche moscoviti, ci fa assaggiare i cibi (non esaltanti) di cui si è nutrita, ci fa comprendere cosa vuol dire andare in giro con 35 gradi sottozero, pur pesantemente impellicciati. Ci fa condividere, infine, lo straniamento di chi torna nella Mosca di oggi, nei quartieri superblindati delle ville dei ricchissimi, Los Angeles alla russa, al confronto della quale la Mosca perduta di ieri non può che sembrare infinitamente romantica.


Serenochka, dalla Russia con amore
Fine Anni '60, una ragazza italiana arriva in Unione Sovietica e scopre che gli incubi di Kafka sono realtà.

di Antonio D’Orrico | "Sette", 27 gennaio 2011

La migliore angoscia novecentesca (quella variamente declinata da Kafka, Orwell, Beckett e Pinter) si concentrò nella Russia sovietica che fu, in questo senso, un enorme laboratorio di ansia e terrore. E così la racconta Serena Vitale (mia scrittrice preferita) in A Mosca, a Mosca!, libro di ricordi che ha inizio il 16 settembre 1967 quando, studentessa, arriva in città e comincia a misurarsi con vecchi e nuovi cavalieri (e dame) dell’apocalisse: freddo, fame, sete, paura, corruzione, spionaggio, delazione, violenza, carenza e carestia. Ed è effettivamente kafkiana la scena della camera (scarsamente) ammobiliata, dove la futura autrice di Il bottone di Puskin alloggia, popolata di scarafaggi, coinquilini poderosi e indomabili. E, d’altra parte, come diceva il rifacimento parodico della Marcia dell’Aviazione Sovietica: i Russi sono «nati per trasformare Kafka in realtà». Come una matrioska, poi, questo inno degli aviatori sovietici conteneva una sorpresa: era stato copiato da una precedente marcetta nazista.

Il libro ha episodi da spy-story con Serenochka (così il grande Viktor Shklovskij, uno dei maggiori teorici di letteratura del Novecento, chiamava Serena Vitale) inquisita, perquisita, malmenata per cause varie (un microfilm di un romanzo di Solzhenicyn; una proposta di matrimonio a scopo espatrio a un amico gentilissimo, pittore dilettante, perseguitato dalla dittatura). Ci sono scene da film di Spielberg con Serenochka, studentessa in ritardo, che per raggiungere di corsa l’aula delle lezioni deve passare attraverso i depositi del Museo Zoologico «serpeggiando tra orsi e canguri impagliati, mammut, scheletri (ricostruiti) di dimorfodonti, triceraptos e altri dinosauri». La Mosca di Brezhnev è, a modo suo, una città da bere come la Milano Anni 80. Il cocktail più in voga (scarseggiando vodka e altri spiriti) è l’Alessandro III. Ricetta: miscelate «acqua di colonia Sasha (diminutivo di Aleksandr, appunto), 1 flacone, tripla Eau de Cologne (bergamotto, limone, arancio amaro: l’acqua di colonia prediletta da Stalin), 1 flacone».

Questo libro è soprattutto una Spoon River moscovita affollata di personaggi (Aljosha, il gentiluomo che, portando sempre una bottiglia di pessimo champagne, faceva visita alle vecchie signore borghesi scampate alla rivoluzione; la contessa che avvelenò un falso nipote con il topicida; il funzionario dell’Unione Scrittori perso nell’alcol).

A Mosca, a Mosca! si chiude con un dialogo (ai nostri giorni) tra l’autrice e la sua vecchia amica Ksenija. L’autrice: «È strano, qualsiasi cosa io oggi veda o senta, qui in Russia, mi riporta subito – ma dolcemente, senza dolore – al passato... Eppure sa Dio che non soffro di nostalgia per il potere sovietico». Ksenija: «È una questione ormonale, non ideologica. Uno invecchia, la vita si aggrappa alla memoria. Quella Russia è stata comunque la nostra giovinezza». Diceva Shklovskij: «I morti non scrivono». Serena Vitale ha scritto per loro.


A Mosca, a Mosca! Memorie, racconti, brogliaccio esistenziale. Il libro della slavista Serena Vitale È un’ode struggente alle imperfezioni della Russia

di Mattia Ferraresi | "Il Foglio", 13 dicembre 2010

Non si chiamavano più, o non ancora, Colline dei passeri quelle su cui una studentessa della Sapienza è precipitata - con atterraggio lieve, ma senza eccessi — nell'autunno del 1967 assieme a tre compagne di studi. Allora quelle colline portavano il nome di Lenin, unica onomastica sovietica al di sopra di ogni sospetto anche nella Russia disgelata di Krusciov e in quella a sovranità limitata di Bre?znev; quando portavano il loro nome ancestrale, lo stesso che portano oggi, il "folle in Cristo" Vasilij suggerì profeticamente a Ivan IV di riparare dall'incendio di Mosca su quelle colline, salvandogli la vita e permettendo che diventasse il Terribile. Su quelle colline Napoleone si era illuso di poter fare sua Mosca e tutto ciò che conteneva e certamente non aveva notato che la città intera rideva delle mire dello "spirito del mondo seduto a cavallo".

"Dalle Colline Lenin si vede tutta la nostra amata città, l'ardore e la gioia dei nostri giorni quotidiani. E sembra che Lenin ti stia accanto, guardando Mosca con un sorriso..." recita la cantata in esergo al libro di Serena Vitale "A Mosca, a Mosca!" (Mondadori), titolo cechoviano per un genere letterario indeterminato: memorie? Autobiografia? Diario di viaggio? Brogliaccio? Raccolta di racconti? Centone accademico? Romanzo, soprattutto, per via di quella circolarità slava che si intuisce sotto la giustapposizione degli episodi. "A Mosca, a Mosca!" è il racconto degli interstizi più che delle pietre; non c'è l'epica letteraria di Puškin, non ci sono le follie degli zar — così simili agli opulenti capricci degli oligarchi — il confino di Mandel'stam a Voronez, non c'è il primo piano che Vitale ha messo su carta in decenni di carriera letteraria e accademica. È un racconto di prima mano delle retrovie, degli incontri segreti, del sopruso quotidiano del regime, del drammatico buonumore dei dissenzienti e dei lampi silenziosi di bontà degli uomini d'apparato. Il racconto — anzi, i racconti che compongono il racconto - procede con il piglio della scienza storica: ci si muove in un tempo scandito da date precise e in uno spazio dove ogni luogo porta un nome e ha storie da raccontare. Non si cede mai alla tentazione dell'almanacco sovietico, dello sguardo distaccato, della "view from nowhere": tutto è mostrato in prima persona, attraverso le lenti dell'autore, i personalissimi incontri, la catena delle casualità, i miti sfatati. E come per dare lo schiaffo più doloroso alla mestizia insensata del regime, Serena Vitale vede la Russia lacerata attraverso le lenti rosa di chi ama. Ne esce un inno alla vita ordinaria della Russia sovietica dove fra scarafaggi e cimici sono sparsi cautamente indizi di quella che il poeta dissidente Jurij Galanskov nel suo manifesto chiama la "bellezza umana": "Ci siamo abituati a vedere, passeggiando lungo le vie, nei momenti liberi, volti imbrattati dalla vita, proprio come i vostri. Improvvisamente, come un rombo di tuono e come la venuta di Cristo al mondo, insorse calpestata e crocifissa la bellezza umana".

Il giovane che aveva sfidato apertamente il regime dopo la condanna di Sinjavskij e Daniel' veniva arrestato per l'ennesima, fatale volta, proprio mentre Serena Vitale arrivava sulle Colline Lenin con una borsa di studio, ospite della fortezza autarchica del sapere, l'Emmegheù, il "tempio della scienza" che "poteva contenere metà della mia nativa Brindisi". Il complesso era stato voluto dal "più grande archittetto di tutti i popoli e paesi", che poi era anche il "Padre dei Popoli", "Saggissimo tra i Saggi", "Lungimirante Artefice", "Grande Stratega", "Garante della Pace", "Amico dei bambini" e un'infinita serie di epiteti da far invidia alla dinastia di Kim Il Sung; tutti erano specificazioni dello stesso, baffuto dittatore.

Con le sue torri nate per mettere in soggezione gli americani e i loro grattacieli, il suo sguardo torvo e ufficiale, l'Emmegheù era l'emblema culturale del socialismo reale, il suo dominio incastonato sulle colline della capitale, dove il mostro di mattoni concepito dall'architetto coi baffi sonnecchia, si perpetua, si riproduce continuamente nella sua perfezione seriale. Con i suoi modi sgarbati, gli ascensori che pur potendo portare "1.500 persone contemporaneamente" si bloccavano sempre, i bibliotecari delatori, i certificatori di sovieticità, i fiancheggiatori prezzolati, era quello il volto dell'ospitalità sovietica per i temerari occidentali e non che si cimentavano nella lingua di Tolstoj e Dostoevskij. La prima impresa, comunque, era non perdersi: "Se scendendo dall'autobus che circumnavigava l'Emmegheù sbagliavo fermata (quattro, identiche), e di conseguenza ingresso, mi rendevo conto dell'errore solo trovando persone sconosciute in quella che credevo la mia stanza. E me ne rendevo conto solo perché la stanza (identici il letto, l'armadio, il tavolo) avrebbe dovuto essere vuota, dal momento che stavo rientrando. O forse non ero affatto uscita, ed ero io quella ragazza etiope (nigeriana, tedesca, tagika) seduta al tavolo, o distesa sul letto le cui gambe terminavano in ciotole piene di acqua o alcol destinati a respingere i reiterati attacchi di ditteri, emitteri, psocotteri".

La seconda e più decisiva prova per essere accolti definitivamente dal caldo abbraccio della Russia era appunto la convivenza con gli scarafaggi. Non la blatta orientalis diffusa nell'Europa occidentale — cortocircuito geografico — ma il tenace tarakan rossastro, di provenienza germanica, prussiano per i russi, russo per i tedeschi; quello che ha dato il nome a un gruppo post punk della east coast americana negli anni Ottanta. Si chiamavano "Tara Kan", storpiatura all'altezza di "Beatles", versione cortina di ferro. "Quando vinci la paura e il ribrezzo, quando dopo averlo incontrato riesci a dormire senza gli inquieti sogni premonitori di Gregor Samsa — ce l'hai fatta, sei di casa in Russia", scrive Vitale, che usava tre minuti di telefonata concessi verso l'Italia (era sempre una conversazione a tre, anche se un interlocutore rimaneva silenzioso) per rassicurare molto rapidamente su salute, cibo, il resto, per poi passare alla richiesta disperata di una spedizione del balsamo rigenerante, l'ambrosia proibita del vivere sovietico, la panacea dei plutocrati, simbolo della liberazione dell'Europa dalla malaria e speranza della liberazione della stanza dal tarakan: il Ddt.

"A Mosca, a Mosca!" si intitolerebbe "A Voronez, a Voronez!" se il quartetto di studentesse italiane si fosse arreso all'ordine dell'impiegata della facoltà di Filologia: il gruppo doveva essere smembrato, apparentemente Mosca era troppo piccola per quattro studentesse della Sapienza; dunque, una rimane a Mosca, una va a Leningrado e le altre due a Voronez, luogo remoto del sud, legato a vaghe campagne persiane. Un primo sorteggio aveva decretato che Serena sarebbe stata la prima ad andare al confino, ma subito il sorteggio si era interrotto per manifesta volontà contraria della sorteggiata. Il professore, il grande slavista Angelo Maria Ripellino, si era raccomandato di fare affidamento a un fidato filologo romanzo in caso di problemi, e un tentativo di deportazione accademica - per quanto non verso la Siberia — dopo essere piombati nella Mosca dell'Emmegheù e del tarakan, con una lingua ancora lontana dall'essere compresa a pieno, era in effetti un problema. Il filologo romanzo rimette tutto nelle mani di Gheorghij Breitburd, consulente per l'Italia alla commissione stranieri dell'Unione scrittori, uno degli infiniti replicanti della burocrazia che strisciano per la Mosca raccontata da Vitale. È lei - sorteggio, un'altra volta — la portavoce del gruppo: "Inghiottii un decilitro di saliva, riempii d'aria i polmoni, esposi — in un misto di russo, ceco, polacco, slavo ecclesiastico, anche un po' di latino — il nostro problema. Ripetei almeno cinque volte: 'A nome del professore Ripellino, università di Roma', quello riuscivo a dirlo correttamente. I tratti del volto glabro fissi in nessuna espressione, lucidi e immobili occhietti neri, Breitburd aspettò che concludessi la mia supplica e, con voce neutra, sempre in russo: 'Siete tutte allieve di Ripellino?'. Quattro "sì" pieni di speranza e sollievo proruppero da altrettante bocche: 'Da, Da, Da, Da!'. 'Lo conosco. Poco tempo fa ha scritto di...' Non distinsi la parola successiva: qualcosa che iniziava con "Crus", o "Cris"... Crusca (l'Accademia)? Crisi (dei valori)? Che avesse detto "Cristo"? Il Cristo che marcia in testa ai Dodici di Blok... Il Cristo che posa un lieve bacio sulle labbra del Grande Inquisitore... Ma no, di sicuro Majakovskij: "Forse Gesù Cristo annusa i nontiscordardimé della mia anima..". E sfruttando quello che sembrava il vento favorevole di un criptofedele represso, inizia l'apologia di Ripellino, "uomo di rara fede e devozione" e dei suoi sforzi per celebrare la gloria dell'altissimo, anche in partibus infidelium. Ma quella parola, "crus..."oppure "cris..." non aveva nulla a che fare né con Blok né con Majakovskij, in nessun senso si riferiva al proselitismo cristiano ed evocava gradi dell'essere inferiori a una delle Persone della Trinità. La carta del professore non aveva funzionato, quella della religione era stata la pietra tombale sul tentativo di bloccare la diaspora. Ma quando il momento di Voronez era ormai arrivato, dall'istituto di filologia partiva l'ordine tassativo: le italiane rimangono unite, a Mosca. Come in una versione sovietica di "Blade Runner", il replicante era diventato umano.

Sin dai primi soggiorni moscoviti, Vitale frequenta l'ambiente letterario: scrittori, scribacchini, pittori, professori, spie travestite da fotografi, spie travestite da spie. Una decina d'anni dopo la prima discesa nella "sua" Mosca, a Leningrado, Pietroburgo, Pietrogrado, per tutti Piter, incontra un uomo con il cognome più comune del paese, Ivanov, ma il nome grottescamente sovietico: "'Mi chiamo Doghnat-Pereghnat', cioè Raggiungere e Superare — l'America, i paesi capitalisti, quelli dall'economia avanzata... Il sacro precetto di Lenin era lo slogan più in voga il giorno sventurato in cui venni al mondo, nel luglio del '36, e i miei genitori, bolscevichi della prima ora, scelsero questo impareggiabile nome per il loro primo e ultimogenito.... 'Non ci credo neanche se lo vedo scritto...'. Lo vidi. Celibe, quarant'anni, diplomato per corrispondenza in arti applicate, pittore per diletto ('ma non sono un genio') e fotografo di professione, dava una mano ai 'diversamente pensanti' di Piter riproducendo testi e immagini del samizdat". Raggiungere e Superare era un dissidente shlimazl, uno a cui tutto va male, con la faccia dell'uomo buono, di quelli che volevano lasciare l'Unione Sovietica. È la sera stessa del loro incontro che Vitale gli dice "sposiamoci, e appena ha passato la frontiera, divorziamo", una cosa molto seria. Dal giorno seguente iniziano i preparativi: il ritorno in Italia per ottenere i documenti, mettere in valigia un abito nuziale, fotografie di una storia fasulla, costruire un passato credibile. Ma in Italia il visto ritarda e Doghnat-Pereghnat non si trova da nessuna parte, non è a Piter, gli amici di quella sera non ne sanno nulla; quando la promessa sposa arriva a Leningrado aggregata a una comitiva di turisti non trova lui, ma gli uomini del Kaghebé e le loro intimidazioni: Doghnat è in Siberia a fare un sevizio fotografico, di quelli da cui a volte non si torna indietro, altre volte si torna molto diversi da come si è partiti. Chi aveva parlato? Chi aveva tradito il progetto? Alla cena erano tutti amici fidati, se non che la delazione - in russo ha la stessa radice del verbo bussare, spiega Vitale, e in effetti la spia di ogni genere ed età bussa, spesso in modo petulante — è la parte essenziale del pensare sovietico, l'ingrediente segreto del perfetto controllo sull'universo. Il delatore non è necessariamente un agente, non è necessariamente pagato, non è necessariamente allineato, non è necessariamente un venduto; ci si può offrire senza vendersi, come per un tic indotto da decenni di doppiogiochismo eretto a regola, spifferaggio sistematico, riflesso condizionato, salivazione che arriva alla bocca copiosa quando trilla il campanellino del sospetto. "E lei si chiede ancora perché...", è l'amara risposta che viene offerta a Vitale, studiosa raffinata della Russia e uscita da tempo dalla patina dell'inturist, il visitatore occidentale, non titolato a capire qualcosa dell'Unione Sovietica, figurarsi della Russia. Ma la meccanica cieca della delazione non aveva ancora scritto una sentenza definitiva sulla sorte di Doghnat.

"A Mosca, a Mosca!" è anche un manuale di vita russa: si scopre che la salamoia di cetriolo è il rimedio più efficace contro il pokhmel'e, i postumi della sbronza, oppure che il minatore Stakhanov non era un lavoratore indefesso ma soltanto uno a cui avevano dato due aiutanti per fare un'estrazione da record e farlo diventare il Lavoratore Sovietico; ma lui di essere il Lavoratore Sovietico si è stancato in fretta — ammesso che lo fosse mai stato — e ha preso a bere, è stato messo al confino, tirato fuori per qualche occasione, rimesso al suo posto. Nel frattempo ha perso una "h": da Stakhanov era diventato per tutti Stakanov, da stakan, il bicchiere... Infine il regime gli ha inflitto la seconda morte, quella riservata ad artisti e simboli della patria caduti in disgrazia: la riabilitazione. Si scopre che i disinfettanti dell'Unione Sovietica non contenevano alcol, che i potenti mezzi del Kaghebé avevano falle deludenti, che l'orgoglio gastronomico dell'epoca del defitzit era un salame, che Cicikov con il suo smercio di anime era un pallido precursore della Russia postcapitalista di oggi. Si scopre la condizione di artisti come Victor Sklovskij, che è stato amico intimo di Vitale dai tempi in cui le ha concesso di trascrivere in un libro una serie di dialoghi, tenuto sotto controllo in un edificio in cui vivono "centocinquanta fra scrittori, sceneggiatori, drammaturghi, umoristi... Ci hanno messi tutti insieme per tenerci più facilmente sotto controllo. Come un tempo le prostitute nelle case di tolleranza".

Se non fosse per l'insopprimibile inclinazione all'ironia, i fatti raccontati avrebbero punte di nonsense insopportabili. Perché rimanere? Perché sfidare la meteorologia e il buonsenso passando la cortina di ferro? Perché infliggersi liberamente una condanna? Portare in occidente un testo di Sol?zenicyn nascosto in un'arancia cubana è un buon motivo, ma non il solo. In "A Mosca, a Mosca!" si intravvede un'ombra nella coda dell'occhio, una cambiale da saldare, come se la chiamata a est fosse parte di un compito segreto per ricucire i pezzi di una storia meravigliosa andata in frantumi. Alioscia, che si sforza di ricostruire l'inizio del ponte fra le generazioni, è il personaggio della commedia che apre uno squarcio nel cielo sovietico e Vitale gli tiene dietro, per assolvere a quell'ultimo compito che gli era scivolato fra le dita. "A Mosca, a Mosca!" mette nostalgia. Dell'Unione Sovietica? del Kaghebé? del Komsomol? del Politburo? Dell'Unione Scrittori? Del defitzit? di Bre?znev? No. O meglio: non è l'apparato l'oggetto della nostalgia, ma il cuore misterioso della Russia di cui l'apparato partecipa senza rendersene nemmeno conto, fino a distorcere il destino del suo stesso popolo. Chi ama non fa caso a queste cose e "A Mosca, a Mosca!" appare, infine, come una struggente ode alle imperfezioni dell'amato. Scriveva il dissidente Kharabarov: "Mi ricordo che improvvisamente dal fiume dove stanno scuri i pagliai uscì una donna dalla nebbia con un secchio di latte tiepido. Odorose di frescura campestre, le dita della sua mano ci scossero la polvere dalla camicia, ci abbottonarono il colletto. E ci sembrò che la Russia fosse proprio questa, e non l'altra che ci ha chiesto i documenti e ci ha esaminato il passaporto".


Che bello arrangiarsi a Mosca
Serena Vitale ripercorre i suoi anni vissuti nella capitale sovietica. Tra privazioni, sbronze di vodka, poeti, maestri e molta ironia

di Goffredo Fofi | "Il Sole 24 ore", 7 novembre 2010

Il primo impatto è con gli scarafaggi che popolano il convitto universitario sulle Colline Lenin a Mosca. Così comincia A Mosca! A Mosca!, il libro a cui Serena Vitale, stimata collaboratrice di queste pagine e, molto più ben nota studiosa di storia e soprattutto di letteratura "russa e sovietica" come si diceva una volta, ha consegnato i suoi ricordi di vita moscovita, i suoi ritratti di contemporanei amati (o a volte temuti o disprezzati), i suoi incontri con una realtà certamente non facile quale è stata quella del regime sovietico, non soltanto negli anni di Stalin ma almeno fino all'avvento di Gorbaciov. Le pagine che riguardano il presente non sono molte, e vengono alla fine, ma il fatto stesso di evocare oggi quel passato obbliga a discernere tra le convinzioni di ieri e quelle di oggi e il passato non può non venir rivissuto con senno attuale, e la parte finale del libro affronta un ritorno a Mosca nel 2007 in cui l'autrice si confronta con i nuovi parametri antropologici e culturali di una società in fermento, notevolmente più libera che in passato ma che non sembra affatto entusiasmarsi di questa condizione. Dagli scrittori più amati, la Vitale ha saputo derivare qui una sveltezza e leggerezza che non appartengono molto alla nostra letteratura, e che puntano al particolare significativo con con economia di mezzi e immediatezza di risultati. L'esperienza dei precedenti romanzi su base storica che sono anche saggi di storia dove la precisione della ricerca veniva pimentata dal gusto del racconto, ha prodotto stavolta, grazie al vissuto — tempi e persone di esperienza diretta, autobiografia e ricordo — una prosa esemplare per capacità di sintesi, per un "taglio" della materia asciutto e ritmato, per una vivacità che, mentre sa rendere umori e sapori di un'epoca, sa farne sprigionare anche una morale, una lezione.

Il delicato equilibrio del libro tra ironia e amarezza, tra gli aspetti dolorosi e quelli comici della quotidianità moscovita affrontata da una giovane studiosa straniera molto curiosa rivela nella Vitale una saggezza che può sembrare invero molto italiana (anche se non da italiani di oggi). Affascinata dalla cultura di un paese e sconcertata, a volte spaventata, dalla sua realtà politica particolarmente oppressiva e dai comportamenti che ne derivano nei singoli e soprattutto nel gruppo sociale che lei ha freuentato più assiduamente, quello degli intellettuali - artisti e studiosi — la Vitale ha dovuto imparare a orientarsi e difendersi tra molte piccole e grandi insidie, ed è nel racconto di questo apprendistato e di queste pratiche che il suo resoconto a posteriori trova òa sua giusta chiave narrativa.

Attraverso il concreto degli incontri e dei piccoli eventi, che rimandano a eventi più grandi e più gravi e ne dipendono, vengono al proscenio personaggi e situazioni esemplari, in capitoli eccellenti. Penso alle bellissime variazioni sulla vodka e l'alcolismo, al racconto del tentato matrimonio con un dissidente per aiutarlo ad abbandonare il paese, alla progressiva padronanza nell'arte di arrangiarsi, alle figure di certi meschini e brutali o avvolgenti funzionari di regime e ai voltagabbana o a certi meschini avventurieri italiani (presenti ieri, onnipresenti oggi), ai filistei universitari o delle associazioni degli scrittori, al formidabile racconto dell'incontro con Sklovskij, al viaggio a Leningrado inevitabile per uno studioso di storia e letteratura o alla Mosca delle Olimpiadi, alla storia di certi generi alimentari (il salame!) che attraverso gli anni diventa, nella ricostruzione della Vitale, una vera e propria epopea degna dei grandi scrittori russi del passato, dei Gogol o dei Saltykov-Scedrin o degli Zoscenko, alle storie di animali domestici eccetera. E penso, nell'ultima parte del libro, alla ricostruzione delle vite di personaggi poco noti la cui memoria è salvata da figli amorevoli che non li hanno mai conosciuti, e la memoria è il compito che si è peraltro data una parte dell'intellighenzia migliore di questi ultimi e non poco torbidi decenni. La durezza dell Storia con la esse maiuscola è mitigata nel racconto dall'humour di cui la Vitale è naturalmente e fortunatamente dotata, ma anche dalla precisione del suo sguardo e, sopratutto, dalla sua capacità di immedesimazione e compassione. Citando Sklovskij, ella ci ricorda che "i morti non scrivono, ma ai morti si può scrivere", ed è forse questa la chiave più intima e bella di questo caldo ritorno allo ieri moscovita, allo ieri del Novecento.


Eroi e tante sbornie, la grande follia dell'homo sovieticus

di Antonio Gnoli | "Repubblica", 13 novembre 2010

Chi è, o meglio cosa è stato, l'homo sovieticus, ovvero quella specie umana, separata dal resto del mondo e fiorita — circa novant'anni fa — in una parte dell'Europa orientale? Una risposta — suggestiva e, a nostro sommesso parere, superiore a molti trattati di sovietologia — la si troverà in questo libro di memorie che Serena Vitale — la nostra più grande slavista — ha dedicato agli anni trascorsi a Mosca. Vi giunse giovane nel 1967, grazie a una borsa di studio. E da allora per più di quarant'anni Vitalij Siren (così nella grafia russa) ha frequentato, visto, compreso e raccontato quel mondo. Ho spesso immaginato lo slavista come una malinconica figura destinata a oscillare tra l'immensa passione per il suo oggetto amato e la sua irripetibilità, tra ciò che quel mondo ha di impossibile e meraviglioso e le difficoltà (spesso surreali) di starci dentro, di abitarlo come si abita una dimora kafkiana.

Cos'era Mosca negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta? Come immaginarsela, non dico con l'esperienza del turista occasionale, e neppure dall'alto delle convinte conquiste socialiste che i partiti comunisti europei (in primis quello italiano) sbandieravano? Il racconto della Vitale (che è oltretutto una grande scrittrice, come dimostra l'insuperabile Il bottone di Puskin) illumina con grazia e ironia ciò che l'Occidente non sapeva, per dabbenaggine, per malafede, o più semplicemente per scarsità di informazione. Per una ragazza, poco più che ventenne, si spalancava una lunga ed estenuante immersione nella vita quotidiana. Ecco materializzarsi, come un incubo, il cibo nauseabondo delle mense, i miasmi dei gabinetti dell'università, le file chilometriche ai negozi in attesa del proprio turno, le arcigne guardiane che, dall'ingresso di un museo o di una biblioteca, tutto controllano, i delatori (pare uno ogni sei abitanti di Mosca) pronti a consegnarti alle autorità. Ma tanta nequizia cresce nel caos pigro di una società fondamentalmente rassegnata.

Il racconto della Vitale — sapido e leggero - sembra uscito da "Alice nel paese delle disgrazie" (o dell'incompetenza), tanto ci appare contornato da episodi che, gogolianamente, rivelano la cattiva sorte e l'assurdità di certe storie e di certi tipi umani. Surreale quella di Stakhanov che, dopo l'eroica impresa di spalare in poche ore duecento tonnellate di carbone, fu messo a capo del Settore dell'emulazione socialista. Egli incarna il prototipo dell'homo sovieticus (il termine credo sia stato coniato da Alexander Zinoviev), per il regime un esempio da imitare, se non fosse che l'alcol ne distrugge a poco a poco l'immagine. E la Vodka effettivamente è uno dei pilastri della società sovietica che il potere non riesce ad abbattere. Un fiume di alcol, ricorda la Vitale, cominciò a scorrere fin dal 1917 quando, dato l'assalto al Palazzo d'Inverno, si occuparono per giorni e giorni le fornitissime cantine dello Zar. Ci fu allora la più grande sbornia collettiva che la storia ricordi. Il socialismo dal volto alcolico cominciò a prendere forma e, col tempo, a dar vita a un nuovo prototipo dalle fattezze umane: l'alconauta.

Qua e là nel racconto prendono corpo rare figure culturali. Ma è soprattutto Viktor Shklovskij a irrorare la memoria della Vitale. L'enfant terrible del formalismo russo, il maestro della digressione, il vecchio inviso e temuto dal potere, l'intellettuale sibillino, che di fronte al complimento sulla sua scrittura fulminea e scarna, reagisce con ironia: «Scrivo frasi brevi per pigrizia. Non solo: così i censori hanno poco da tagliuzzare». La censura è appunto un'altra delle patologie che affligge il potere sovietico. Un esercito preparatissimo di redattori, campioni di lealtà politica, leggono e rileggono ogni frase, alla ricerca dell'effrazione ideologica, del nome che non va pronunciato, dell'allusione, anche remota, da cassare. Tutto è sospetto ed esposto alla condanna. La cultura nell'Unione Sovietica è esibita e maltrattata, protetta - dove era favorevole al potere — e repressa nelle sue manifestazioni irresponsabili. Ricorrono i dannati nomi di Pasternak e Solgenitsyn. Ma l'esempio che meglio ne sintetizza la schizofrenia culturale è la Biblioteca Lenin, la più grande di Europa con i suoi undici milioni di libri e quasi altrettante riviste. In quel numero — vanto del paese — erano compresi tutti i libri dei "nemici del popolo" che racchiusi in depositi speciali quasi nessuno poteva consultare. "Sa qual è la differenza tra noi e i nazisti" chiese un rassegnato signore alla giovane Vitale? "Noi russi non bruciamo i libri, li seppelliamo". Quel mondo — in cui i dissidenti erano bollati come parassiti — sembra svanito, o rinchiuso in qualche nostalgica manifestazione del come si stava meglio quando si stava peggio. Oggi in Russia — e siamo all'ultimo capitolo di questa avventura surreale che la Vitale può solo sfiorare — proliferano i nuovi ricchi e con essi una miriade di nuovi poveri, di cui nessuno ancora parla. Miliardari e oligarchi da una parte e dall'altra una disperata rassegnazione urbana che fa paura.


A cena con gli informatori del Kgb. Il romanzo della slavista

di Emanuela Meucci | "Libero", 23 novembre 2010

Anche la storia di un salame può diventare una metafora del fallimento dell'Urss. Almeno se non si parla di un insaccato qualunque, ma del doktorskaja, il "salame del dottore". La sua produzione inizia nel 1936, durante il regime di Stalin, con l'obiettivo di dare a tutti i russi cibo di qualità a un prezzo contenuto, "destinato alle persone la cui salute è stata rovinata dalla guerra civile e dal dispotismo zarista". Ma, a partire dagli anni '60, il doktorskaja diventa sempre più immangiabile perché la carne viene sostituita dalla soia e da altri misteriosi ingredienti. "Dal '74 fu consentito l'uso dell'albumina di soia, del latte, del caseinato di sodio, dei derivati di sangue, di amido, farina, alghe essiccate, cellulosa, plancton. Si diceva che il suo principale ingrediente fosse divenuta la carta: quella da imballaggio e quella igienica usate, quella ricavata dalle tonnellate di libri mandati al macero per vizi ideologici".

È questa una delle tante storie che compongono A Mosca! A Mosca! (Mondadori, pp.238, euro 19) di Serena Vitale. Un'opera autobiografica in cui la professoressa, slavista di fama internazionale, racconta la vita quotidiana nell'Urss attraverso i suoi ricordi e quelli di amici e conoscenti russi. Serena arriva a Mosca per la prima volta nel 1967. Si innamora della città, e le sue ricerche le danno la possibilità di tornare più volte nella capitale russa, di cui vede tutte le trasformazioni. Ogni capitolo del libro racconta un personaggio, un'esperienza e un'epoca diversa, fino ad arrivare alla caduta del regime. Il tono del libro cambia di continuo, passando dal comico al tragico nell'arco di poche righe. Perché, se le disavventure di una ragazza italiana che si trova a vivere sotto il controllo di un regime totalitario possono anche sembrare buffe, la paura faceva parte della vita normale di tutti i cittadini russi. "Negli Anni '60 arrivare in Unione sovietica era come arrivare in un altro mondo. Essere straniera significava essere privilegiata, ma a me non è mai piaciuto sentirmi diversa", spiega l'autrice.

Un'impresa difficile per una forestiera. Serena viene tenuta sotto controllo, perquisita, costretta a passare una notte in carcere e anche aggredita da alcuni agenti del Kgb. Ovunque vada, sente su di sé gli occhi di chi la deve sorvegliare, in un mondo in cui basta scambiare qualche parola con un'occidentale per rischiare il posto di lavoro. "Per lunghi periodi mi hanno negato il visto", racconta lei, "ma non ho mai avuto veramente paura. Sapevo che quello che potevano fare a me era solo un miliardesimo di quello che potevano fare ai normali cittadini. E poi non potevo permettere a quelle persone di togliermi la passione per la cultura russa".

In una società basata sul sospetto, qualcuno preferisce addirittura invitare a una festa gli informatori del Kgb piuttosto che passare la serata a chiedersi chi potrebbe essere il delatore fra gli ospiti. "Delatore: da stuchat', bussare", spiega la Vitale. "Meravigliosa lingua russa: vedi il bambino che bussa alla porta del maestro per accusare il compagno di classe che ha copiato il compito di matematica, l'insegnante che bussa alla porta del direttore per denunciare la collega di scienze che ha espresso dubbi sul darwinismo, il direttore che bussa alla porta di un ufficio anonimo, senza targa all'ingresso, per avvertire che dietro una parete del suo appartamento qualcuno di notte batte a macchina per ore e ore — letteratura sovversiva, sicuramente, antisovietica".

Ma oltre che con la polizia segreta bisogna convivere anche con miseria e corruzione. tanto che la compagna di studi dell'autrice deve regalare dieci bottiglie di vodka al veterinario per far sopprimere dolcemente il suo cane malato. L'unica forma di resistenza possibile sembra essere la satira, ma anche questa può rivelarsi un'arma a doppio taglio. "Prova a pensarci", spiega a Serena un amico, "la rabbia di un intero popolo, quei due o tre pensieri che riesce ancora a pensare — tutto sprecato in barzellette. Ci è rimasta solo l'ideologia delle storielle".


Viaggio in Urss. I babbei che credevano al paradiso in terra

di Giampiero Mughini | "Libero ", 23 novembre 2010

Nel libro di Serena Vitale le storie tragiche degli intellettuali che, fino al 1989, andavano in Unione sovietica e chiudevano gli occhi dinanzi alla tremenda verità del socialismo reale.

A cominciare dagli anni Venti e fino a quel 1989 in cui si infranse nel disonore il Muro di Berlino, che separava e contrapponeva l'Occidente e il mondo del comunismo reale, innumerevoli furono i visitatori di prestigio dell'Urss, il Paese faro del socialismo dove pare si moltiplicassero i pani e i pesci, il Paese mirabolante nato dai "dieci giorni che sconvolsero il mondo", titolo del libro di un grande giornalista americano, John Reed, il primo degli illustri babbei che non capirono che cosa stava succedendo. A cominciare appunto dagli anni Venti furono tanti i politici, gli scrittori eccellenti, i premi Nobel che varcarono i confini dell'Urss e le colonie europee che l'Armata Rossa si era accaparrata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Straripante è il caso di due socialisti inglesi in prima linea negli anni tra le due guerre, i coniugi Sidney e Beatrice Webb, i quali nell'Urss staliniana ci andarono più volte e la giudicarono un paradiso in terra. Quanto ai "processi" degli anni Trenta nei quali venne sterminata la vecchia guardia bolscevica, il comunista tedesco Bertolt Brecht, che pure era tutto fuorché un cretino, disse una volta che "più erano innocenti più meritavano di morire".

La cecità di Sartre

Nei primi anni Cinquanta Jean-Paul Sartre ripeté più volte che in Urss non c'era nessun lager, ma che se ci fosse stato non se ne doveva parlare per non demoralizzare la classe operaia occidentale. Sempre nello stesso periodo Yves Montand, più tardi un critico feroce del comunismo reale, da ardente comunista francese prendeva per buoni i processi che in Cecoslovacchia stavano mandando al patibolo un bel po' di dirigenti comunisti caduti in disgrazia. Quanto ai comunisti italiani, gente che in Urss ci andava continuamente e addirittura ci passava le vacanze, ancora negli anni Settanta stavano ancorati alla definizione di Enrico Berlinguer: che l'Urss fosse un Paese straordinariamente positivo seppure "con qualche tratto illiberale".

Orrore quotidiano

Eppure ci voleva così poco a capire quale orrore quotidiano fosse la vita e la società del comunismo reale, quali ce le racconta Serena Vitale in questo suo ultimo e bellissimo libro. Lei era andata a Mosca nel 1967, non in visita ufficiale, o perché personaggio famoso, ma solo perché era una studentessa di Lingua e Letteratura russa. Allieva di Angelo Maria Ripellino (un maestro oggi troppo spesso dimenticato), qualcosa da lui doveva aver imparato su quanto enorme fosse la distanza tra l'Urss icona ideologica e l'Urss reale.

Per capire l'Urss reale la futura autrice de Il bottone di Pushkin disponeva in tutto e per tutto di una stanza in un pensionato universitario e di una discreta conoscenza della lingua russa. Tutto qui. Più che sufficiente a capire la dittatura burocratica che incombeva su ogni istante della vita civile. La penuria dei beni di consumo i più elementari. La corruzione la più spudorata e feroce a ogni livello della gerarchia sociale. Il conformismo e lo spirito di delazione che premiavano i peggiori, Le librerie ufficiali dove un libro di Cechov o di Dostoevskij non lo trovavi neppure a piangere, mentre gli scaffali erano zeppi di porcate ideologiche scritte da ras di partito che nessuno voleva. Tutto ciò era lampante e di cui pure non si erano accorti a suo tempo i Sartre e i Brecht.

Lampante che le condizioni di vita nelle case in cui viveva in coabitazione la gente media sovietica fossero queste: "Aljosha viveva in una casa di coabitazione — una 'superficie abitabilÈ di ventidue metri quadri che oltre a lui, la moglie, due figli, talvolta riusciva a contenere anche venti ospiti (...). Conoscevo le cucine con più macchine del gas e più armadietti, la stanza da bagno (lavandino e vasca, dal soffitto cascate di biancheria e indumenti stesi ad asciugare), il gabinetto con più copritazze per il water (una per ogni nucleo familiare) appese alle pareti, i quadratini ritagliati dalla 'Pravda' o dalle 'Izvestija', la più diffusa carta igienica".

Un brano da far imparare a memoria e recitare tre volte al giorno a quanti sono stati degli apologeti del comunismo reale. Dove c'era sì la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma dove — come ci aveva raccontato Slavenka Drakulic in un suo bellissimo libro del 1987 sulla Jugoslavia di Tito — di carta igienica nemmeno l'ombra.


La nostra Russia

di Paolo Nori | "Gli altri", 17 dicembre 2010

La prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto A Mosca, a Mosca!, il libro di Serena Vitale appena uscito per Mondadori (collezione Scrittori italiani e stranieri, 238 pagine, 19 euro), è stata una lettera di Gogol', pubblicata nel 1847 nel volume Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, nella sezione «Quattro lettere a proposito di Anime morte», e più precisamente la lettera in cui Gogol' rievocava il momento in cui aveva letto a Puškin i primi capitoli del suo poema in prosa: «Quando cominciai a leggere a Puškin i primi capitoli di Anime morte nella loro forma primitiva, — scriveva Gogol' — lui, che rideva sempre alle mie letture (gli piaceva ridere), cominciò a farsi a poco a poco sempre più accigliato, finché s'incupì del tutto. Quando poi la lettura terminò, disse con voce angosciata: «Dio, com'è triste la nostra Russia!».

Adesso, oggi, un'esclamazione del genere sarebbe forse, non so come dire, datata. Se qualcuno dicesse, in un negozio, o per strada, o sull'autobus: «Dio, com'è triste la nostra Russia», ci volteremmo probabilmente a guardarlo aspettandoci di vedere un originale, un signore magari con bastone da passeggio e papillon, e cilindro per cappello, e diamanti per gemelli, e gardenia nell'occhiello, magari, però, per quanto io non porti il bastone da passeggio, non abbia il papillon, non porti il cilindro e non porti gemelli e non solo non abbia fiori all'occhiello, ma non abbia di solito nemmeno l'occhiello, dal momento che non uso abitualmente né giacche né cappotti, ma degli altri capi di abbigliamento che non vale in questo momento la pena di specificare, per quanto tutto questo sia indubitabilmente vero, a me viene da dire: «Com'è triste la nostra Russia».

Che poi nostra, la Russia di Serena Vitale e la mia, non sono minimamente comparabili, avendo io cominciato ad andare in Russia all'inizio del 1991 (più di un anno dopo la caduta del muro di Berlino, la Lituania si era appena dichiarata indipendente, a Mosca era appena stato aperto il primo Mac Donald) e la Vitale nel 1967 (cinquantesimo anniversario della rivoluzione, anno in cui usciva il colossal Guerra e Pace, di Sergej Bondarčuk _ l'ho visto un ultimo dell'anno alle tre di notte, su rai tre: un capolavoro — e anno in cui Jurij Andropov, futuro segretario generale del partito comunista sovietico, diventa capo del Kgb). E le differenze, naturalmente, sono anche di ordine, come si dice, qualitativo: io ho sempre affittato anonimi appartamenti di periferia, ho sempre condotto, per quanto possibile, in Russia, un'esistenza contemplativa (quando tornavo c'era sempre qualcuno che mi chiedeva «E le donne, russe?», e a me veniva sempre da rispondere «Che donne?»), mentre la Vitale, la maggior parte dei viaggi che ha fatto ha frequentato intellettuali, poeti, scrittori, cene e pranzi e delegazioni ufficiali, e ha scritto un libro intervista con un signore che, per quel che ne capisco io, è uno dei più grandi pensatori del Novecento, si chiama Viktor Škovksij, e ha pubblicato un libro, la Vitale, Il Bottone di Puškin, che, subito tradotto in russo, ha determinato una svolta negli studi, dei russi, sul loro più grande poeta, eppure, non posso farci niente, dopo aver letto A Mosca, a Mosca! a me viene da dire: «Com'è triste la nostra Russia».

Perché la Russia che la Vitale ci racconta, e ci fa vedere, non è la Russia ufficiale, in mostra, in alta uniforme, è la Russia che ha conosciuto, e riconosce, qui, chiunque sia stato là in quegli anni, è la Russia nella quale se ti veniva da ridere, sul Metro, una signora si alzava dal suo posto e veniva da te e ti chiedeva «Non hai vergogna?», è la Russia dove prima di bere alzavano il bicchiere e ti dicevano «Bevo alla tua bara, fatta della quercia centenaria che ho piantato stamattina», è la Russia dove c'è un delatore ogni sei cittadini sovietici, e gli altri cinque sanno benissimo che è lui, e lo compatiscono, poverino, è la Russia dove un pomeriggio, a una festa, incontri un signore che ti invita a andare «per vecchine», cioè ad andare a trovare delle vecchie signore dentro delle stanze illuminate dalla «poca luce di un abat-jour, velata da uno scialle» per portare loro «una bottiglia già aperta, una mela, tre mandarini, un cartoccio con alcune kotlety», è la Russia dove, due volte su tre, quando ceni con dei semisconosciuti, uno di questi semisconosciuti, qualche ora dopo, cala la sua testa ubriaca sulla tua spalla e ti chiede: «Mi rispetti?», è la Russia dove ai cittadini sovietici in delegazione all'estero danno un foglietto con le seguenti istruzioni: «Non frequentate case di tolleranza, cabaret, luoghi di divertimento equivoci, non passeggiate di notte senza il permesso dell'accompagnatore, non attaccate discorso con gli stranieri ma mostratevi sempre gentili, non accettate pacchi, lettere o documenti da portare in URSS, non ubriacatevi, non fermatevi a lungo davanti alle vetrine degli esercizi commerciali, non vendete suovenir», è la Russia dove ogni mattina «lavano e accudiscono con amore la mummia» di Lenin e dove una signora, impiegata in archivio, per evitare all'unico nipote la guerra in Afghanistan chiede ai suoi conoscenti di fare una colletta per arrivare ai 5.000 rubli che le servono per corrompere il maggiore dell'ufficio leva, è una Russia che è uno dei posti più ingiusti e crudeli e contraddittori del mondo e forse proprio per questo è meravigliosa, e chi l'ha conosciuta la può ritrovare nel libro di Serena Vitale A Mosca a Mosca! e chi non l'ha conosciuta, se la vuole conoscere, lo può leggere anche lui.


A MOSCA, A MOSCA! Quelle luci nel grigiore del potere

di Fabrizio Rossi | "Tracce", 14/12/2010

Grandi scrittori, giovani dissidenti, nuovi ricchi... Serena Vitale racconta la Russia di ieri e di oggi. Un'umanità al di là di ogni schema. Come quell'"angelo" che portava cibo (e compagnia) alle vecchine rimaste vedove...

 

Certo, ci voleva dell'ironia. Per sopravvivere in un mondo che sembrava aver trasformato Kafka in realtà. È l'Unione sovietica prima, e la Russia poi, descritta nel nuovo libro di Serena Vitale, docente di Lingua e letteratura russa all'Università Cattolica di Milano, traduttrice e scrittrice. Il suo legame con l'Est inizia negli anni Sessanta, quando alla Sapienza diventa allieva del grande slavista Angelo Maria Ripellino («il Professore»), che nel 1967 la manda a Mosca per studio. Da allora, andando e tornando in viaggi sempre più rocamboleschi, quel legame non si è più spezzato. E l'ha portata a conoscere quella realtà come pochi altri. Oggi, in A Mosca, a Mosca! (Mondadori), raccoglie quarant'anni di ricordi, storie e fatti per raccontare un Paese e i cambiamenti che l'hanno coinvolto fino a oggi.

Dal primo impatto con l'orrore di una società che prometteva il Paradiso in terra ma faceva mancare il pane in tavola, all'incontro con i tanti che, schizofrenicamente, servivano il Partito e al tempo stesso già speravano che, prima o poi, sarebbe crollato. Come quel pezzo grosso dell'Unione degli scrittori che un giorno si presentò ubriaco all'appuntamento con la Vitale, e che — in vodka veritas - si mise a parlare al proprio cappotto, prendendolo per chissà chi: «Perché mi spii? Io sono potente e ricco. Potrei vendere quello che so a qualche giornale americano...». Così, il vuoto lasciato da un'ideologia sempre più debole, veniva occupato dalla burocrazia. E persino i famigerati membri del Kgb, in fondo, erano in molti casi dei poveri impiegati che, pur di mostrarsi attivi contro chi minacciava il regime, trattenevano la Vitale quattro ore in aeroporto per controlli inutili tipo ricopiare (a mano!) la sua agenda e fare un disegno dell'asciugacapelli... per poi dimenticare i fogli nel bagaglio della malcapitata.

Ma il cuore del libro non è il racconto delle assurdità di un tempo, o della volgarità dei nuovi russi che oggi affollano faraonici centri commerciali. La cosa più interessante è entrare, pagina dopo pagina, nelle vite dei tanti amici incontrati dalla Vitale. Studenti vietnamiti, grandi scrittori, giovani dissidenti... Gente che spesso viveva nelle kommunalki, le case di coabitazione: 22 metri quadri abitabili per lui, lei, due figli e a volte anche venti ospiti, dove i pianerottoli erano sempre bui («la lampadina veniva sistematicamente rubata e gli inquilini avevano ormai rinunciato a sostituirla»). Gente, però, capace di portare una luce nel grigiore del sistema. Come Aljosha, capelli biondi e occhialoni con una stanghetta incerottata, figlio di un diplomatico che «aveva voluto servire fino in fondo la causa del socialismo» ed era stato fucilato dagli stessi socialisti. Da lui la Vitale s'era sentita rivolgere uno strano invito: «Viene con me per vecchine?». Finendo così in una commovente catena di carità: dalle sei alle nove di sera, dopo la fabbrica, Aljosha faceva il giro dei negozi, dove le commesse gli avevano messo in serbo mezzo pollo, un pezzo di lardo, due banane... Così, con una cartella di finto cuoio sempre gonfia, andava a trovare le vedove dei "nemici del popolo". Come quella sera del 12 gennaio, il San Silvestro prerivoluzionario: «Nella poca luce di un abat-jour velato da uno scialle scorsi un divano-letto... Più difficile fu distinguere sotto le coperte la sagoma di una donna. Tutto in lei era bianco: i capelli, gli occhi che un giorno dovevano essere stati azzurri, le braccia scarne. "Caro Aljosha, si è ricordato di me anche oggi?" "Come avrei potuto altrimenti, Tat'jana Al'bertovna?", ed estrasse dalla borsa una bottiglia già aperta, una mela, tre mandarini...». Un mondo che oggi sembra scomparso, lasciando il posto a nuovi ricchi, grattacieli ed Expocenter avveniristici. Dove «la "guida ai piaceri di chi ha già tutto" aggiorna sui "trends della Lifestyle Delux, le mostre, l'attività dei VIP, le novità Luxury, le migliori automobili e i migliori yacht", propone "sconvolgenti interviste e viaggi da capogiro..."». E ad accompagnare la Vitale nei nuovi gironi danteschi non è più il buon Aljosha, ma «Roman, un designer di bagni per nababbi» che cerca casa in Italia. Salvo poi scoprire che non era vero: «Ho messo in giro la voce che compro una villa in Italia perché lo fanno quelli da cui dipendo. Per il mio imidzh» «Che diavolo è?» «L'immagine pubblica, o qualcosa del genere. Per restare nel giro, altrimenti addio alla mia seletta clientela e ai loro cessi...».


Le bugie di Mosca. Gli anni '60 nella città perduta

di Sandro Viola | "la Repubblica", 20/12/2010

La lettura del bel libro di Serena Vitale A Mosca, a Mosca! apparso da Mondadori qualche settimana fa, ha ravvivato i ricordi dei miei primi viaggi in Unione Sovietica: 1962,'64,'67. Vi sarei poi ritornato — sinché l'Urss durò — una ventina di volte almeno, e un'altra ventina nella Russia semi-libera di Gorbaciov, Eltsin e Putin. Poiché la Vitale vi giunse nel '67 per studiare la lingua e la letteratura russe, e divenire con gli anni la più illustre tra i nostri slavisti, molte delle sue memorie della Mosca d'allora coincidono con le mie. I luoghi, i volti aggrondati della folla nelle strade, le continue penurie che sopportava la popolazione, e inoltre alcuni personaggi che entrambi incontrammo in quegli anni. Gli ottimi e amichevoli italianisti, l'alto burocrate che sovrintendeva dal suo ufficio dell'Unione degli scrittori ai rapporti con gli studiosi e i giornalisti giunti dall'Italia.

Da dove scaturiva l'emozione con cui gli italiani tra i venti e i trent'anni approdavano a quel tempo sulla piazza Rossa? Oggi mi sembra di sapere che proveniva innanzi tutto dall'esotismo della "patria socialista". Vale a dire tutto quel che non avevamo mai visto a Roma, a Parigi, a Londra. Le folle malvestite in fila sotto la neve davanti al mausoleo di Lenin (dal quale era appena stata tolta la mummia di Stalin), la rude scortesia dei camerieri e altri inservienti, un alcol da 40-42 gradi come la vodka con cui pasteggiare a pranzo già verso l'una del pomeriggio, le cipolle dorate delle chiese russe, i marmi e i lampadari a goccia della metropolitana, il brivido che si provava venendo interpellati da un semplice poliziotto.

Ma altre suggestioni erano per così dire "indotte", venivano cioè dai libri, racconti e discorsi (tutti entusiastici) dei comunisti italiani e dei loro compagni di strada. Un esempio: qualche anno prima era uscito da Einaudi un libro di Carlo Levi sul suo viaggio in Urss, intitolato Il futuro ha un cuore antico. E il libro di Levi aveva suscitato, anche in chi come me non aveva nulla a che fare col Partito comunista italiano, una fortissima impressione. Non che il libro puzzasse di propaganda. Ma era, a ripensarlo oggi, accuratamente ripulito della più cruda realtà del "socialismo reale". Una fotografia dell'Urss amorevolmente ritoccata. Levi aveva infatti visto, come ogni europeo occidentale per la prima volta a Mosca, l'arretratezza, l'incuria, la sporcizia e i tratti di vera e propria miseria dell'Urss. Ma ne aveva ricavato una sua curiosa (che oggi appare francamente ridicola) conclusione.

Più le rivoluzioni sono radicali, diceva Levi, più esse tendono a preservare le tracce del buono che c'era nel passato. Ed ecco infatti i suoi palpiti per le vecchie "abat-jour" che si trovavano negli alberghi per stranieri, per i centrini di merletto che si vedevano nelle case dei pochi intellettuali alle quali si poteva avere accesso, per le pantofole sfondate che quegli intellettuali, dimesse accanto alla porta le scarpe infangate, si mettevano ai piedi quando rientravano in casa. Secondo Levi, tutto questo era il segno che accanto all'"elettrificazione", ai voli degli Sputnik e all'arsenale atomico, il mondo sovietico aveva salvaguardato una specie di dolce e innocua nostalgia, un attaccamento (non certo politico bensì limitato al gusto per i vecchi oggetti) nei confronti della Russia pre-rivoluzionaria.

Era una conclusione suggestiva, come ho detto. Per giungere alla quale, tuttavia, era stato necessario che Levi tacesse sul fatto che le "abat-jour", i bei piattini Ottocento, i vecchi oggetti che lo incantavano, erano lì solo perché in Russia non se ne producevano di nuovi. Nel libro non c'era una parola sulle immondizie che ingombravano le scale buie e sbrecciate — mai lavate da mesi e forse da anni — delle case, sull'angustia, i cattivi odori e gli intonaci scrostati degli appartamenti dove venivamo ricevuti dagli scrittori di regime o da membri dell'Accademia delle scienze. Russi privilegiati, dato che centinaia di migliaia di persone vivevano ancora nelle "kommunalka", le case dove abitavano in comune — una cucina, un wc — varie famiglie. Né c'era una sola parola su quanto si poteva trovare nei negozi: patate già quasi marce, salumi nerastri, pesce secco che nessuna madre di famiglia dell'Europa occidentale avrebbe mai portato a casa. Non una parola sulle toilettes dei locali pubblici, spaventevoli per il tanfo e il lordume. Di tutto questo lo scrittore aveva scelto di non far cenno, o quasi, nel suo libro. Ma la verità era che nessuna popolazione bianca al mondo viveva a quel tempo tanto miseramente come viveva l'homo sovieticus.

Nei dormitori dell'università Lenin, Serena Vitale combatteva contro gli scarafaggi, e telefonava in Italia alla madre supplicando un urgente invio di Ddt. Ma non era diverso negli alberghi per stranieri. Anche in quello dove sono sceso quasi tutte le volte, il Nazional, in cui i sovietici ospitavano le delegazioni straniere di rango, sui pavimenti si muovevano notte e giorno ditteri, emitteri, psocotteri, cioè a dire scarafaggi ripugnanti, mentre ogni tanto si vedevano certi piccoli topi nerastri attraversare di corsa la stanza.

Questa era l'Urss, e ancora non ho parlato della burocrazia, di quel riempire moduli e moduli per qualsiasi cosa, cambio di valuta, permesso di andare in taxi sino al bosco di Peredelkino alla periferia della città (quei taxi puzzolenti di cattiva benzina, cattivo tabacco, cipolla, aglio e chi sa che cos'altro ancora), permesso e attesa di 4-5 giorni per recarsi al vicino monastero di Zagorsk, due moduli con le risposte ad una trentina di domande per acquistare un biglietto aereo, tre moduli per prenotare un tavolo al ristorante Aragvi.

Su questo punto, sulla burocrazia e i sorveglianti politici, nei ricordi della Vitale e miei spicca il personaggio d'un burocrate che non era villano come tutti gli altri, e neppure tanto arcigno, anzi tutto sommato benevolente: Gheorghij Brejtburd. Sempre inappuntabile, i modi della vecchia e ormai estinta borghesia russa, Brejtburd risolse alla Vitale, come segretario della sezione italiana dell'Unione scrittori, vari problemi altrimenti insolubili. E a me procurò una serata indimenticabile.

Ero a Mosca nel '67 per L'Espresso, volevo vedere i giovani poeti russi che Angelo Maria Ripellino aveva appena tradotto per Einaudi, e Brejtburd combinò una cena alla casa Rostov. Era chiamata così (con una licenza poetica che la considerava la casa dei Rostov di Guerra e pace) una bella villa nel centro di Mosca dove aveva sede il Club degli scrittori. Luci sfavillanti, camerieri cortesi, e soprattutto il buon cibo riservato alle categorie che il regime blandiva, privilegiava.

Al tavolo con noi c'erano due eccellenti poeti, Bella Achmadulina e Andreij Voznesenskij, ma durante il pranzo, mentre i camerieri continuavano a portare altra vodka, s'erano venuti a sedere per qualche minuto anche Evghenij Evtuscenko, Vladimir Tendrjakov, e quando la serata volgeva al termine, Viktor Nekrasov. Premio Lenin per il suo romanzo Le trincee di Stalingrado, Nekrasov era a quel tempo un alcolista inveterato, con scoperti, coraggiosi atteggiamenti da dissidente che avevano già reso pericolante la sua posizione nell'Unione degli scrittori.

Al suo arrivo Brejtburd impallidì, e dopo cinque minuti in cui Nekrasov mi si rivolgeva in un francese elementare («C'est un pays de merde», «La police nous surveille»), s'alzò tremante. Raccolse il mio soprabito e mi spinse verso la porta, sicuro che avrebbe pagato caro l'arrivo di Nekrasov al nostro tavolo. Il suo volto era adesso terreo, terrorizzato. Così, la serata nella Casa Rostov fu indimenticabile anche per questo. Perché m'aveva fornito l'immagine penosa, accorante, della paura in cui vivevano i russi ai tempi dell'Urss.

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