RECENSIONI
Quando nell’Unione Sovietica si viveva di vodka e sospetti
di Corrado Augias
Chi dovrebbe leggere il libro di Serena Vitale
di Pierluigi Battista
Gli anni felici nel paese difficile
di Isabella Bossi Fedrigotti
Serenochka, dalla Russia con amore
Di Antonio D’Orrico
A Mosca, a Mosca! Memorie, racconti, brogliaccio esistenziale.
di Mattia Ferraresi
Che bello arrangiarsi a Mosca
di Goffredo Fofi
Eroi e tante sbornie, la grande follia dell’homo sovieticus
di Antonio Gnoli
A cena con gli informatori del Kgb
di Emanuela Meucci
Viaggio in Urss I babbei che credevano al paradiso in terra
di Giampiero Mughini
La nostra Russia
di Paolo Nori
Quelle luci nel grigiore del potere
di Fabrizio Rossi
Le bugie di Mosca. Gli anni '60 nella città perduta
di Sandro Viola
Quando nell’Unione Sovietica si viveva di vodka e sospetti
Con l'aria di voler raccontare i suoi
soggiorni, i suoi studi, le sue amicizie a Mosca, Serena Vitale ci dà con
questo "A Mosca, a Mosca!" il quadro di che cosa è stata
la vita nella defunta Unione Sovietica e nella sua capitale. Ho provato,
leggendolo, lo stesso senso di sgomenta scoperta che mi hanno dato i libri
di Herta Müller: vite sospese dove ciascuno può farsi delatore del vicino,
dove l'ottusità della burocrazia, uguale in tutto il mondo, può trasformarsi
in un concreto segnale di minaccia. Serena Vitale, una delle nostre massime
slaviste, arrivò a Mosca per la prima volta nel 1967. Era all'ultimo anno
d'università e aveva una borsa di studio per perfezionare lingua e letteratura.
Ma era anche l'epoca in cui (con Breznev al Cremlino) la Guerra Fredda
conosceva una fase di particolare virulenza. Più che studiare in biblioteca,
la studentessa Vitale dovette per prima cosa imparare a maneggiare quel
misterioso continente governato dal sospetto, oltre che da straordinarie
quantità di alcol. Il miracolo di questo libro è che l'autrice ci racconta
la città, i suoi amici, l'atmosfera, perfino gli incidenti, gli equivoci
e le vere e proprie intimidazioni con la leggerezza della narratrice di
razza.
Già nel precedente Il bottone di Puškin, la Vitale aveva dato prova
di poter fondere due generi che vengono considerati divisi come la narrativa
e la saggistica in un unico amalgama dove il riferimento saggistico si
fa racconto e viceversa. Questa dote (rara da noi) viene qui confermata
nelle decine di episodi della vita d'ogni giorno in una città che era diventata
un continente a parte, con regole e inquietudini sconosciute nel mondo
occidentale. In questo mare di diffidenza e disorganizzazione, emergono
poi gli amici e qui l'animo russo si rivela nella sua generosità, simpatia,
voglia di dimenticare (magari con l'aiuto di un po' di vodka) le umiliazioni
inflitte dal regime. C'è poi l'incontro con i grandi come Viktor Sklovskij,
uno dei padri del formalismo. Nelle ultime pagine l'autrice racconta ciò
che è accaduto dopo la caduta dell'Urss nel '92. Così un amico le riassume
a morale del regime comunista: "La rabbia di un intero popolo, quei
due o tre pensieri che riesce ancora a pensare, tutto sprecato in barzellette.
Ci è rimasta solo l'ideologia delle storielle".
Chi dovrebbe leggere il libro di Serena Vitale Quei poeti (anche nostri) che stavano con i carnefici di Moscadi Pierluigi Battista, "Corriere della Sera", 13 dicembre 2010 (RIPRODUZIONE RISERVATA)
A Mosca, a Mosca! (Mondadori)
di Serena Vitale è uno splendido libro di memorie che descrive il lugubre
grigiore, quella patina di desolante squallore che si diffondeva nella
patria del socialismo reale raggiunta da una giovane studiosa di letteratura
russa, allieva del grande Angelo Maria Ripellino. Non c'è pagina che non
rimandi il senso claustrofobico di una burocrazia asfissiante, di una dittatura
ideologica demenziale. I tetri palazzi del monumentalismo comunista. I
traffici, i baratti e le miserie di un mercato nero dominanti in un regime
che si faceva vanto di aver abolito il capitalismo. Le biblioteche con
milioni di libri inaccessibili perché era consultabile solo la paccottiglia
di partito. La delazione generalizzata. L'occhio onnipresente del Kgb.
La stupidità assoluta dei funzionari della censura. Tutto ricordato con
meravigliosa scrittura dalla Vitale, di cui i lettori italiani hanno già
apprezzato lo straordinario Il bottone di Puškin.
Bastava saper guardare, per accorgersi
di che cos'era il comunismo. E invece, pensate a quanta intelligenza sprecata,
a quanta umiliante mortificazione intellettuale negli scrittori, nei filosofi,
nei pittori, nei giornalisti che, abbacinati dalla fede comunista, non
sapevano vedere niente, non volevano sapere niente. Era l'epoca, scrisse
una volta Milan Kundera, in cui «il poeta regnava a fianco del carnefice».
Perché «quando un boia uccide, la cosa in fin dei conti è normale», ma
«quando un poeta accompagna l'esecuzione col suo canto», allora il disgusto
si mescola all'orrore. Ecco che cosa fecero tanti nostri «poeti» (a differenza
di Serena Vitale): stavano dalla parte del carnefice, accompagnavano con
il loro canto l'ascia del boia che parlava russo, ma anche cinese, cubano,
cambogiano. E oggi, dopo tanti anni, neanche se ne vergognano. Anzi accarezzano
il ricordo con struggente nostalgia per un'epoca di intensi ideali. Tanto
al patibolo ci andavano gli altri. Prima del crollo del muro stavano dalla
parte sbagliata della storia (di là dal muro) ma nel luogo giusto (di qua
dal muro). Accecati. Instupiditi dal loro fideismo narcisistico. Era l'epoca,
quella ricordata con straordinaria finezza da Serena Vitale, in cui, come
ha detto Mario Vargas Llosa nel suo discorso per il Nobel, «l'intellighenzia
dell'Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere all'incantesimo
del socialismo sovietico o, peggio ancora, al sabba sanguinario della rivoluzione
culturale cinese». Non hanno mai chiesto scusa. Anzi inorridiscono all'idea
di dover chiedere scusa («ancora con il comunismo! Ma basta con queste
anticaglie») o, peggio, negano persino di essere stati dalla parte del
boia, verseggiando in onore dei carnefici, accanto ai loschi e grigi burocrati
che negavano la lettura dei libri buoni alla giovane Serena Vitale. A Mosca,
a Mosca! è uno di questi libri buoni. Se lo leggessero, almeno imparerebbero
qualcosa.
Gli anni felici nel paese difficile: «A Mosca, a Mosca!» di Serena Vitale
di Isabella Bossi Fedrigotti
Deve aver avuto un bel coraggio, la ragazza
Serena Vitale, a trasferirsi, nel settembre del 1967, a studiare per un
anno all’università di Mosca, sia pure munita della benedizione del suo
professore, il mitico slavista Angelo Maria Ripellino, e in compagnia di
altre tre ragazze italiane, una delle quali, molto comprensibilmente, pensò
però bene di rientrare in Italia già dopo poche settimane. La vita nella
capitale sovietica all’epoca era, infatti, quella descritta dai film sulla
guerra fredda, e avrebbe continuato a esserlo per molti anni ancora. E,
cioè, per un verso negozi vuoti, comodità e beni di consumo inesistenti,
cibi immangiabili, servizi al lumicino, ospedali da scappare a gambe levate,
coabitazione di più famiglie in uno stesso appartamento, e, per l’altro,
controllo sistematico di incontri e conversazioni, spie del Kgb a ogni
angolo, vessazioni seminate a pioggia contro tutti, compresi gli studenti
stranieri, burocrazie asfissianti, personale quasi sempre scortesissimo.
Per non parlare di minacce e, nel caso specifico, anche di pesanti aggressioni
fisiche.
Ciononostante la ragazza Serena, poi
la studiosa, la docente universitaria, la scrittrice di successo, la traduttrice
che più di una volta ha segretamente contrabbandato in Italia i testi inediti
dei suoi amati autori russi, non si è mai scoraggiata e ha continuato a
tornare in Russia con testarda e ammirevole regolarità. Di quei viaggi
e quei soggiorni ha scritto ora una specie di diario che rievoca i tempi
durissimi e poi i tempi appena un po’ meno duri fino a quelli suntuosi
di oggi trascorsi nella sua città del cuore. A Mosca, a Mosca! s’intitola
il libro (Mondadori, pagine 238, € 19), un po’ saggio, un po’ racconto
condotto sempre sul filo dell’ironia, del sarcasmo, quando non del grottesco.
L’autrice stessa se la ride, insomma, dei suoi passi falsi, delle trappole
nelle quali è caduta, delle innumerevoli difficoltà disseminate lungo il
cammino di chi avrebbe voluto soltanto amare il grande Paese e viverci
ogni tanto, russa tra i russi.
Narra l’autrice come la vita a Mosca
fosse soprattutto per gli stranieri una complicatissima gimcana irta
di ostacoli impossibili da superare se prima non se ne apprendevano a fondo
le segrete istruzioni per l’uso. E queste istruzioni le potevano fornire
soltanto, pezzo per pezzo, suggerimento dopo suggerimento, fidatissimi
amici moscoviti, che nel corso degli anni l’autrice è riuscita ad accumulare
in gran numero, vero tesoro di un’esistenza.
Quarant’anni di viaggi che raccontano
quarant’anni di storia del Paese, spesso attraverso le voci di questi
numerosi amici fidati di Serena Vitale, scrittori, poeti, insegnanti, intellettuali,
quasi tutti, chi in modo ironico chi in modo accanito, feroci avversari
del regime o, meglio, antichi seguaci della rivoluzione bolscevica fattisi,
con l’andare del tempo, miscredenti senza più illusioni. È un coro di
voci, sempre incerto tra commedia e tragedia, che illustra all’autrice
e a noi che leggiamo le inimmaginabili follie e le atroci perversioni della
vita quotidiana moscovita, follie e perversioni delle quali soltanto gli
stranieri si stupivano, tutti gli altri da un pezzo assuefatti e rassegnati.
L’autrice ci fa entrare nelle case
dove spesso manca la luce e il riscaldamento, dove il bagno (in comune)
è perennemente occupato, dove comunque a volte si festeggia, anche con
il nulla, ovviamente, purché ci sia della vodka, dove i libri sono tesori
preziosi, dove si parla lasciando scorrere l’acqua in modo da non far
sentire a chi da qualche parte sta in ascolto, dove capita che agli ospiti
si mescolino anche gli spioni, accettati, anzi invitati per scongiurare
fastidi maggiori, convocazioni e interrogatori da parte del Kgb. E poi
ci conduce attraverso le vie, le piazze, i negozi, gli alberghi, i musei
e le biblioteche moscoviti, ci fa assaggiare i cibi (non esaltanti) di
cui si è nutrita, ci fa comprendere cosa vuol dire andare in giro con 35
gradi sottozero, pur pesantemente impellicciati. Ci fa condividere, infine,
lo straniamento di chi torna nella Mosca di oggi, nei quartieri superblindati
delle ville dei ricchissimi, Los Angeles alla russa, al confronto della
quale la Mosca perduta di ieri non può che sembrare infinitamente romantica.
Serenochka, dalla Russia con amore
Fine Anni '60, una ragazza italiana arriva in Unione Sovietica e scopre che gli incubi di Kafka sono realtà.
di Antonio D’Orrico | "Sette", 27 gennaio 2011
La migliore angoscia novecentesca (quella variamente declinata da Kafka, Orwell, Beckett e Pinter) si concentrò nella
Russia sovietica che fu, in questo senso, un enorme laboratorio di ansia
e terrore. E così la racconta Serena Vitale (mia scrittrice preferita)
in A Mosca, a Mosca!, libro di ricordi che ha inizio il 16 settembre
1967 quando, studentessa, arriva in città e comincia a misurarsi con vecchi
e nuovi cavalieri (e dame) dell’apocalisse: freddo, fame, sete, paura,
corruzione, spionaggio, delazione, violenza, carenza e carestia. Ed è effettivamente
kafkiana la scena della camera (scarsamente) ammobiliata, dove la futura
autrice di Il bottone di Puskin alloggia, popolata di scarafaggi,
coinquilini poderosi e indomabili. E, d’altra parte, come diceva il rifacimento
parodico della Marcia dell’Aviazione Sovietica: i Russi sono «nati
per trasformare Kafka in realtà». Come una matrioska, poi, questo inno
degli aviatori sovietici conteneva una sorpresa: era stato copiato da una
precedente marcetta nazista.
Il libro ha episodi da spy-story con
Serenochka (così il grande Viktor Shklovskij, uno dei maggiori teorici
di letteratura del Novecento, chiamava Serena Vitale) inquisita, perquisita,
malmenata per cause varie (un microfilm di un romanzo di Solzhenicyn; una
proposta di matrimonio a scopo espatrio a un amico gentilissimo, pittore
dilettante, perseguitato dalla dittatura). Ci sono scene da film di Spielberg
con Serenochka, studentessa in ritardo, che per raggiungere di corsa l’aula
delle lezioni deve passare attraverso i depositi del Museo Zoologico «serpeggiando
tra orsi e canguri impagliati, mammut, scheletri (ricostruiti) di dimorfodonti,
triceraptos e altri dinosauri». La Mosca di Brezhnev è, a modo suo, una
città da bere come la Milano Anni 80. Il cocktail più in voga (scarseggiando
vodka e altri spiriti) è l’Alessandro III. Ricetta: miscelate «acqua di
colonia Sasha (diminutivo di Aleksandr, appunto), 1 flacone, tripla Eau
de Cologne (bergamotto, limone, arancio amaro: l’acqua di colonia prediletta
da Stalin), 1 flacone».
Questo libro è soprattutto una Spoon
River moscovita affollata di personaggi (Aljosha, il gentiluomo che, portando
sempre una bottiglia di pessimo champagne, faceva visita alle vecchie signore
borghesi scampate alla rivoluzione; la contessa che avvelenò un falso nipote
con il topicida; il funzionario dell’Unione Scrittori perso nell’alcol).
A Mosca, a Mosca! si chiude con
un dialogo (ai nostri giorni) tra l’autrice e la sua vecchia amica Ksenija.
L’autrice: «È strano, qualsiasi cosa io oggi veda o senta, qui in Russia,
mi riporta subito – ma dolcemente, senza dolore – al passato... Eppure
sa Dio che non soffro di nostalgia per il potere sovietico». Ksenija: «È
una questione ormonale, non ideologica. Uno invecchia, la vita si aggrappa
alla memoria. Quella Russia è stata comunque la nostra giovinezza». Diceva
Shklovskij: «I morti non scrivono». Serena Vitale ha scritto per loro.
A Mosca, a Mosca! Memorie, racconti, brogliaccio esistenziale. Il libro della slavista Serena Vitale È un’ode struggente alle imperfezioni della Russia
di Mattia Ferraresi | "Il Foglio",
13 dicembre 2010
Non si chiamavano più, o non ancora,
Colline dei passeri quelle su cui una studentessa della Sapienza è precipitata
- con atterraggio lieve, ma senza
eccessi nell'autunno del 1967 assieme
a tre compagne di studi. Allora
quelle colline portavano il nome di
Lenin, unica onomastica sovietica al di
sopra di ogni sospetto anche nella Russia
disgelata di Krusciov e in quella
a sovranità limitata di Bre?znev; quando
portavano il loro nome ancestrale,
lo stesso che portano oggi, il "folle
in Cristo" Vasilij suggerì
profeticamente a Ivan IV di riparare
dall'incendio di Mosca su quelle
colline, salvandogli la vita e permettendo
che diventasse il Terribile. Su
quelle colline Napoleone si era illuso
di poter fare sua Mosca e tutto ciò
che conteneva e certamente non aveva
notato che la città intera rideva
delle mire dello "spirito del mondo
seduto a cavallo".
"Dalle Colline Lenin si vede tutta
la nostra amata città, l'ardore e la
gioia dei nostri giorni quotidiani.
E sembra che Lenin ti stia accanto,
guardando Mosca con un sorriso..."
recita la cantata in esergo al libro di
Serena Vitale "A Mosca, a Mosca!"
(Mondadori), titolo cechoviano per un
genere letterario indeterminato: memorie?
Autobiografia? Diario di viaggio?
Brogliaccio? Raccolta di racconti? Centone
accademico? Romanzo,
soprattutto, per via di quella circolarità
slava che si intuisce sotto la
giustapposizione degli episodi. "A
Mosca, a Mosca!" è il racconto degli
interstizi più che delle pietre; non
c'è l'epica letteraria di Puškin, non
ci sono le follie degli zar così
simili agli opulenti capricci degli
oligarchi il confino di Mandel'stam
a Voronez, non c'è il primo piano che
Vitale ha messo su carta in decenni
di carriera letteraria e accademica. È
un racconto di prima mano delle retrovie,
degli incontri segreti, del
sopruso quotidiano del regime, del drammatico
buonumore dei dissenzienti e
dei lampi silenziosi di bontà degli
uomini d'apparato. Il racconto anzi,
i racconti che compongono il racconto
- procede con il piglio della scienza
storica: ci si muove in un tempo scandito
da date precise e in uno spazio
dove ogni luogo porta un nome e ha storie
da raccontare. Non si cede mai
alla tentazione dell'almanacco sovietico,
dello sguardo distaccato, della
"view from nowhere": tutto
è mostrato in prima persona, attraverso le lenti
dell'autore, i personalissimi incontri,
la catena delle casualità, i miti
sfatati. E come per dare lo schiaffo
più doloroso alla mestizia insensata
del regime, Serena Vitale vede la Russia
lacerata attraverso le lenti rosa
di chi ama. Ne esce un inno alla vita
ordinaria della Russia sovietica dove
fra scarafaggi e cimici sono sparsi
cautamente indizi di quella che il
poeta dissidente Jurij Galanskov nel
suo manifesto chiama la "bellezza
umana": "Ci siamo abituati
a vedere, passeggiando lungo le vie, nei momenti
liberi, volti imbrattati dalla vita,
proprio come i vostri.
Improvvisamente, come un rombo di tuono
e come la venuta di Cristo al
mondo, insorse calpestata e crocifissa
la bellezza umana".
Il giovane che aveva sfidato apertamente
il regime dopo la condanna di
Sinjavskij e Daniel' veniva arrestato
per l'ennesima, fatale volta, proprio
mentre Serena Vitale arrivava sulle
Colline Lenin con una borsa di studio,
ospite della fortezza autarchica del
sapere, l'Emmegheù, il "tempio della
scienza" che "poteva contenere
metà della mia nativa Brindisi". Il
complesso era stato voluto dal "più
grande archittetto di tutti i popoli e
paesi", che poi era anche il "Padre
dei Popoli", "Saggissimo tra i Saggi",
"Lungimirante Artefice", "Grande
Stratega", "Garante della Pace", "Amico
dei bambini" e un'infinita serie
di epiteti da far invidia alla dinastia di
Kim Il Sung; tutti erano specificazioni
dello stesso, baffuto dittatore.
Con le sue torri nate per mettere in
soggezione gli americani e i loro
grattacieli, il suo sguardo torvo e
ufficiale, l'Emmegheù era l'emblema
culturale del socialismo reale, il suo
dominio incastonato sulle colline
della capitale, dove il mostro di mattoni
concepito dall'architetto coi
baffi sonnecchia, si perpetua, si riproduce
continuamente nella sua
perfezione seriale. Con i suoi modi
sgarbati, gli ascensori che pur potendo
portare "1.500 persone contemporaneamente"
si bloccavano sempre, i
bibliotecari delatori, i certificatori
di sovieticità, i fiancheggiatori
prezzolati, era quello il volto dell'ospitalità
sovietica per i temerari
occidentali e non che si cimentavano
nella lingua di Tolstoj e Dostoevskij.
La prima impresa, comunque, era non
perdersi: "Se scendendo dall'autobus
che circumnavigava l'Emmegheù sbagliavo
fermata (quattro, identiche), e di
conseguenza ingresso, mi rendevo conto
dell'errore solo trovando persone
sconosciute in quella che credevo la
mia stanza. E me ne rendevo conto solo
perché la stanza (identici il letto,
l'armadio, il tavolo) avrebbe dovuto
essere vuota, dal momento che stavo
rientrando. O forse non ero affatto
uscita, ed ero io quella ragazza etiope
(nigeriana, tedesca, tagika) seduta
al tavolo, o distesa sul letto le cui
gambe terminavano in ciotole piene di
acqua o alcol destinati a respingere
i reiterati attacchi di ditteri,
emitteri, psocotteri".
La seconda e più decisiva prova per
essere accolti definitivamente dal
caldo abbraccio della Russia era appunto
la convivenza con gli scarafaggi.
Non la blatta orientalis diffusa nell'Europa
occidentale cortocircuito
geografico ma il tenace tarakan rossastro,
di provenienza germanica,
prussiano per i russi, russo per i tedeschi;
quello che ha dato il nome a
un gruppo post punk della east coast
americana negli anni Ottanta. Si
chiamavano "Tara Kan", storpiatura
all'altezza di "Beatles", versione
cortina di ferro. "Quando vinci
la paura e il ribrezzo, quando dopo averlo
incontrato riesci a dormire senza gli
inquieti sogni premonitori di Gregor
Samsa ce l'hai fatta, sei di casa
in Russia", scrive Vitale, che usava
tre minuti di telefonata concessi verso
l'Italia (era sempre una
conversazione a tre, anche se un interlocutore
rimaneva silenzioso) per
rassicurare molto rapidamente su salute,
cibo, il resto, per poi passare
alla richiesta disperata di una spedizione
del balsamo rigenerante,
l'ambrosia proibita del vivere sovietico,
la panacea dei plutocrati,
simbolo della liberazione dell'Europa
dalla malaria e speranza della
liberazione della stanza dal tarakan:
il Ddt.
"A Mosca, a Mosca!" si intitolerebbe
"A Voronez, a Voronez!" se il
quartetto di studentesse italiane si
fosse arreso all'ordine dell'impiegata
della facoltà di Filologia: il gruppo
doveva essere smembrato,
apparentemente Mosca era troppo piccola
per quattro studentesse della
Sapienza; dunque, una rimane a Mosca,
una va a Leningrado e le altre due a
Voronez, luogo remoto del sud, legato
a vaghe campagne persiane. Un primo
sorteggio aveva decretato che Serena
sarebbe stata la prima ad andare al
confino, ma subito il sorteggio si era
interrotto per manifesta volontà
contraria della sorteggiata. Il professore,
il grande slavista Angelo Maria
Ripellino, si era raccomandato di fare
affidamento a un fidato filologo
romanzo in caso di problemi, e un tentativo
di deportazione accademica -
per quanto non verso la Siberia dopo
essere piombati nella Mosca
dell'Emmegheù e del tarakan, con una
lingua ancora lontana dall'essere
compresa a pieno, era in effetti un
problema. Il filologo romanzo rimette
tutto nelle mani di Gheorghij Breitburd,
consulente per l'Italia alla
commissione stranieri dell'Unione scrittori,
uno degli infiniti replicanti
della burocrazia che strisciano per
la Mosca raccontata da Vitale. È lei -
sorteggio, un'altra volta la portavoce
del gruppo: "Inghiottii un
decilitro di saliva, riempii d'aria
i polmoni, esposi in un misto di
russo, ceco, polacco, slavo ecclesiastico,
anche un po' di latino il
nostro problema. Ripetei almeno cinque
volte: 'A nome del professore
Ripellino, università di Roma', quello
riuscivo a dirlo correttamente. I
tratti del volto glabro fissi in nessuna
espressione, lucidi e immobili
occhietti neri, Breitburd aspettò che
concludessi la mia supplica e, con
voce neutra, sempre in russo: 'Siete
tutte allieve di Ripellino?'. Quattro
"sì" pieni di speranza e sollievo
proruppero da altrettante bocche: 'Da,
Da, Da, Da!'. 'Lo conosco. Poco tempo
fa ha scritto di...' Non distinsi la
parola successiva: qualcosa che iniziava
con "Crus", o "Cris"... Crusca
(l'Accademia)? Crisi (dei valori)? Che
avesse detto "Cristo"? Il Cristo che
marcia in testa ai Dodici di Blok...
Il Cristo che posa un lieve bacio sulle
labbra del Grande Inquisitore... Ma no,
di sicuro Majakovskij: "Forse Gesù
Cristo annusa i nontiscordardimé della
mia anima..". E sfruttando quello
che sembrava il vento favorevole di
un criptofedele represso, inizia
l'apologia di Ripellino, "uomo
di rara fede e devozione" e dei suoi sforzi
per celebrare la gloria dell'altissimo,
anche in partibus infidelium. Ma
quella parola, "crus..."oppure
"cris..." non aveva nulla a che fare né con Blok
né con Majakovskij, in nessun senso
si riferiva al proselitismo cristiano
ed evocava gradi dell'essere inferiori
a una delle Persone della Trinità.
La carta del professore non aveva funzionato,
quella della religione era
stata la pietra tombale sul tentativo
di bloccare la diaspora. Ma quando il
momento di Voronez era ormai arrivato,
dall'istituto di filologia partiva
l'ordine tassativo: le italiane rimangono
unite, a Mosca. Come in una
versione sovietica di "Blade Runner",
il replicante era diventato umano.
Sin dai primi soggiorni moscoviti, Vitale
frequenta l'ambiente letterario:
scrittori, scribacchini, pittori, professori,
spie travestite da fotografi,
spie travestite da spie. Una decina
d'anni dopo la prima discesa nella
"sua" Mosca, a Leningrado,
Pietroburgo, Pietrogrado, per tutti Piter,
incontra un uomo con il cognome più
comune del paese, Ivanov, ma il nome
grottescamente sovietico: "'Mi
chiamo Doghnat-Pereghnat', cioè Raggiungere
e Superare l'America, i paesi capitalisti,
quelli dall'economia avanzata...
Il sacro precetto di Lenin era lo slogan
più in voga il giorno sventurato
in cui venni al mondo, nel luglio del
'36, e i miei genitori, bolscevichi
della prima ora, scelsero questo impareggiabile
nome per il loro primo e
ultimogenito.... 'Non ci credo neanche
se lo vedo scritto...'. Lo vidi. Celibe,
quarant'anni, diplomato per corrispondenza
in arti applicate, pittore per
diletto ('ma non sono un genio') e fotografo
di professione, dava una mano
ai 'diversamente pensanti' di Piter
riproducendo testi e immagini del
samizdat". Raggiungere e Superare
era un dissidente shlimazl, uno a cui
tutto va male, con la faccia dell'uomo
buono, di quelli che volevano
lasciare l'Unione Sovietica. È la sera
stessa del loro incontro che Vitale
gli dice "sposiamoci, e appena
ha passato la frontiera, divorziamo", una
cosa molto seria. Dal giorno seguente
iniziano i preparativi: il ritorno in
Italia per ottenere i documenti, mettere
in valigia un abito nuziale,
fotografie di una storia fasulla, costruire
un passato credibile. Ma in
Italia il visto ritarda e Doghnat-Pereghnat
non si trova da nessuna parte,
non è a Piter, gli amici di quella sera
non ne sanno nulla; quando la
promessa sposa arriva a Leningrado aggregata
a una comitiva di turisti non
trova lui, ma gli uomini del Kaghebé
e le loro intimidazioni: Doghnat è in
Siberia a fare un sevizio fotografico,
di quelli da cui a volte non si
torna indietro, altre volte si torna
molto diversi da come si è partiti.
Chi aveva parlato? Chi aveva tradito
il progetto? Alla cena erano tutti
amici fidati, se non che la delazione
- in russo ha la stessa radice del
verbo bussare, spiega Vitale, e in effetti
la spia di ogni genere ed età
bussa, spesso in modo petulante è
la parte essenziale del pensare
sovietico, l'ingrediente segreto del
perfetto controllo sull'universo. Il
delatore non è necessariamente un agente,
non è necessariamente pagato, non
è necessariamente allineato, non è necessariamente
un venduto; ci si può
offrire senza vendersi, come per un
tic indotto da decenni di
doppiogiochismo eretto a regola, spifferaggio
sistematico, riflesso
condizionato, salivazione che arriva
alla bocca copiosa quando trilla il
campanellino del sospetto. "E lei
si chiede ancora perché...", è l'amara
risposta che viene offerta a Vitale,
studiosa raffinata della Russia e
uscita da tempo dalla patina dell'inturist,
il visitatore occidentale, non
titolato a capire qualcosa dell'Unione
Sovietica, figurarsi della Russia.
Ma la meccanica cieca della delazione
non aveva ancora scritto una sentenza
definitiva sulla sorte di Doghnat.
"A Mosca, a Mosca!" è anche
un manuale di vita russa: si scopre che la
salamoia di cetriolo è il rimedio più
efficace contro il pokhmel'e, i
postumi della sbronza, oppure che il
minatore Stakhanov non era un
lavoratore indefesso ma soltanto uno
a cui avevano dato due aiutanti per
fare un'estrazione da record e farlo
diventare il Lavoratore Sovietico; ma
lui di essere il Lavoratore Sovietico
si è stancato in fretta ammesso che
lo fosse mai stato e ha preso a bere,
è stato messo al confino, tirato
fuori per qualche occasione, rimesso
al suo posto. Nel frattempo ha perso
una "h": da Stakhanov era
diventato per tutti Stakanov, da stakan, il
bicchiere... Infine il regime gli ha
inflitto la seconda morte, quella
riservata ad artisti e simboli della
patria caduti in disgrazia: la
riabilitazione. Si scopre che i disinfettanti
dell'Unione Sovietica non
contenevano alcol, che i potenti mezzi
del Kaghebé avevano falle deludenti,
che l'orgoglio gastronomico dell'epoca
del defitzit era un salame, che
Cicikov con il suo smercio di anime
era un pallido precursore della Russia
postcapitalista di oggi. Si scopre la
condizione di artisti come Victor
Sklovskij, che è stato amico intimo
di Vitale dai tempi in cui le ha
concesso di trascrivere in un libro
una serie di dialoghi, tenuto sotto
controllo in un edificio in cui vivono
"centocinquanta fra scrittori,
sceneggiatori, drammaturghi, umoristi...
Ci hanno messi tutti insieme per
tenerci più facilmente sotto controllo.
Come un tempo le prostitute nelle
case di tolleranza".
Se non fosse per l'insopprimibile inclinazione
all'ironia, i fatti
raccontati avrebbero punte di nonsense
insopportabili. Perché rimanere?
Perché sfidare la meteorologia e il
buonsenso passando la cortina di ferro?
Perché infliggersi liberamente una condanna?
Portare in occidente un testo
di Sol?zenicyn nascosto in un'arancia
cubana è un buon motivo, ma non il
solo. In "A Mosca, a Mosca!"
si intravvede un'ombra nella coda dell'occhio,
una cambiale da saldare, come se la
chiamata a est fosse parte di un
compito segreto per ricucire i pezzi
di una storia meravigliosa andata in
frantumi. Alioscia, che si sforza di
ricostruire l'inizio del ponte fra le
generazioni, è il personaggio della
commedia che apre uno squarcio nel
cielo sovietico e Vitale gli tiene dietro,
per assolvere a quell'ultimo
compito che gli era scivolato fra le
dita. "A Mosca, a Mosca!" mette
nostalgia. Dell'Unione Sovietica? del
Kaghebé? del Komsomol? del Politburo?
Dell'Unione Scrittori? Del defitzit?
di Bre?znev? No. O meglio: non è
l'apparato l'oggetto della nostalgia,
ma il cuore misterioso della Russia
di cui l'apparato partecipa senza rendersene
nemmeno conto, fino a
distorcere il destino del suo stesso
popolo. Chi ama non fa caso a queste
cose e "A Mosca, a Mosca!"
appare, infine, come una struggente ode alle
imperfezioni dell'amato. Scriveva il
dissidente Kharabarov: "Mi ricordo che
improvvisamente dal fiume dove stanno
scuri i pagliai uscì una donna dalla
nebbia con un secchio di latte tiepido.
Odorose di frescura campestre, le
dita della sua mano ci scossero la polvere
dalla camicia, ci abbottonarono
il colletto. E ci sembrò che la Russia
fosse proprio questa, e non l'altra
che ci ha chiesto i documenti e ci ha
esaminato il passaporto".
Che bello arrangiarsi a Mosca Serena Vitale ripercorre i suoi anni vissuti nella capitale sovietica. Tra privazioni, sbronze di vodka, poeti, maestri e molta ironia
di Goffredo Fofi | "Il Sole 24 ore", 7 novembre 2010
Il primo impatto è con gli scarafaggi
che popolano il convitto universitario sulle Colline Lenin a Mosca. Così
comincia A Mosca! A Mosca!, il libro a cui Serena Vitale, stimata
collaboratrice di queste pagine e, molto più ben nota studiosa di storia
e soprattutto di letteratura "russa e sovietica" come si diceva
una volta, ha consegnato i suoi ricordi di vita moscovita, i suoi ritratti
di contemporanei amati (o a volte temuti o disprezzati), i suoi incontri
con una realtà certamente non facile quale è stata quella del regime sovietico,
non soltanto negli anni di Stalin ma almeno fino all'avvento di Gorbaciov.
Le pagine che riguardano il presente non sono molte, e vengono alla fine,
ma il fatto stesso di evocare oggi quel passato obbliga a discernere tra
le convinzioni di ieri e quelle di oggi e il passato non può non venir
rivissuto con senno attuale, e la parte finale del libro affronta un ritorno
a Mosca nel 2007 in cui l'autrice si confronta con i nuovi parametri antropologici
e culturali di una società in fermento, notevolmente più libera che in
passato ma che non sembra affatto entusiasmarsi di questa condizione. Dagli
scrittori più amati, la Vitale ha saputo derivare qui una sveltezza e leggerezza
che non appartengono molto alla nostra letteratura, e che puntano al particolare
significativo con con economia di mezzi e immediatezza di risultati. L'esperienza
dei precedenti romanzi su base storica che sono anche saggi di storia dove
la precisione della ricerca veniva pimentata dal gusto del racconto, ha
prodotto stavolta, grazie al vissuto tempi e persone di esperienza diretta,
autobiografia e ricordo una prosa esemplare per capacità di sintesi,
per un "taglio" della materia asciutto e ritmato, per una vivacità
che, mentre sa rendere umori e sapori di un'epoca, sa farne sprigionare
anche una morale, una lezione.
Il delicato equilibrio del libro tra
ironia e amarezza, tra gli aspetti dolorosi e quelli comici della quotidianità
moscovita affrontata da una giovane studiosa straniera molto curiosa rivela
nella Vitale una saggezza che può sembrare invero molto italiana (anche
se non da italiani di oggi). Affascinata dalla cultura di un paese e sconcertata,
a volte spaventata, dalla sua realtà politica particolarmente oppressiva
e dai comportamenti che ne derivano nei singoli e soprattutto nel gruppo
sociale che lei ha freuentato più assiduamente, quello degli intellettuali
- artisti e studiosi la Vitale ha dovuto imparare a orientarsi e difendersi
tra molte piccole e grandi insidie, ed è nel racconto di questo apprendistato
e di queste pratiche che il suo resoconto a posteriori trova òa sua giusta
chiave narrativa.
Attraverso il concreto degli incontri
e dei piccoli eventi, che rimandano a eventi più grandi e più gravi e ne
dipendono, vengono al proscenio personaggi e situazioni esemplari, in capitoli
eccellenti. Penso alle bellissime variazioni sulla vodka e l'alcolismo,
al racconto del tentato matrimonio con un dissidente per aiutarlo ad abbandonare
il paese, alla progressiva padronanza nell'arte di arrangiarsi, alle figure
di certi meschini e brutali o avvolgenti funzionari di regime e ai voltagabbana
o a certi meschini avventurieri italiani (presenti ieri, onnipresenti oggi),
ai filistei universitari o delle associazioni degli scrittori, al formidabile
racconto dell'incontro con Sklovskij, al viaggio a Leningrado inevitabile
per uno studioso di storia e letteratura o alla Mosca delle Olimpiadi,
alla storia di certi generi alimentari (il salame!) che attraverso gli
anni diventa, nella ricostruzione della Vitale, una vera e propria epopea
degna dei grandi scrittori russi del passato, dei Gogol o dei Saltykov-Scedrin
o degli Zoscenko, alle storie di animali domestici eccetera. E penso, nell'ultima
parte del libro, alla ricostruzione delle vite di personaggi poco noti
la cui memoria è salvata da figli amorevoli che non li hanno mai conosciuti,
e la memoria è il compito che si è peraltro data una parte dell'intellighenzia
migliore di questi ultimi e non poco torbidi decenni. La durezza dell Storia
con la esse maiuscola è mitigata nel racconto dall'humour di cui la Vitale
è naturalmente e fortunatamente dotata, ma anche dalla precisione del suo
sguardo e, sopratutto, dalla sua capacità di immedesimazione e compassione.
Citando Sklovskij, ella ci ricorda che "i morti non scrivono, ma ai
morti si può scrivere", ed è forse questa la chiave più intima e bella
di questo caldo ritorno allo ieri moscovita, allo ieri del Novecento.
Eroi e tante sbornie, la grande follia dell'homo sovieticus
Chi è, o meglio cosa è stato, l'homo
sovieticus, ovvero quella specie umana, separata dal resto del mondo
e fiorita circa novant'anni fa in una parte dell'Europa orientale?
Una risposta suggestiva e, a nostro sommesso parere, superiore a molti
trattati di sovietologia la si troverà in questo libro di memorie che
Serena Vitale la nostra più grande slavista ha dedicato agli anni trascorsi
a Mosca. Vi giunse giovane nel 1967, grazie a una borsa di studio. E da
allora per più di quarant'anni Vitalij Siren (così nella grafia russa)
ha frequentato, visto, compreso e raccontato quel mondo. Ho spesso immaginato
lo slavista come una malinconica figura destinata a oscillare tra l'immensa
passione per il suo oggetto amato e la sua irripetibilità, tra ciò che
quel mondo ha di impossibile e meraviglioso e le difficoltà (spesso surreali)
di starci dentro, di abitarlo come si abita una dimora kafkiana.
Cos'era Mosca negli anni Sessanta, Settanta,
Ottanta? Come immaginarsela, non dico con l'esperienza del turista occasionale,
e neppure dall'alto delle convinte conquiste socialiste che i partiti comunisti
europei (in primis quello italiano) sbandieravano? Il racconto della Vitale
(che è oltretutto una grande scrittrice, come dimostra l'insuperabile Il
bottone di Puskin) illumina con grazia e ironia ciò che l'Occidente non
sapeva, per dabbenaggine, per malafede, o più semplicemente per scarsità
di informazione. Per una ragazza, poco più che ventenne, si spalancava
una lunga ed estenuante immersione nella vita quotidiana. Ecco materializzarsi,
come un incubo, il cibo nauseabondo delle mense, i miasmi dei gabinetti
dell'università, le file chilometriche ai negozi in attesa del proprio
turno, le arcigne guardiane che, dall'ingresso di un museo o di una biblioteca,
tutto controllano, i delatori (pare uno ogni sei abitanti di Mosca) pronti
a consegnarti alle autorità. Ma tanta nequizia cresce nel caos pigro di
una società fondamentalmente rassegnata.
Il racconto della Vitale sapido e leggero
- sembra uscito da "Alice nel paese delle disgrazie" (o dell'incompetenza),
tanto ci appare contornato da episodi che, gogolianamente, rivelano la
cattiva sorte e l'assurdità di certe storie e di certi tipi umani. Surreale
quella di Stakhanov che, dopo l'eroica impresa di spalare in poche ore
duecento tonnellate di carbone, fu messo a capo del Settore dell'emulazione
socialista. Egli incarna il prototipo dell'homo sovieticus (il termine
credo sia stato coniato da Alexander Zinoviev), per il regime un esempio
da imitare, se non fosse che l'alcol ne distrugge a poco a poco l'immagine.
E la Vodka effettivamente è uno dei pilastri della società sovietica che
il potere non riesce ad abbattere. Un fiume di alcol, ricorda la Vitale,
cominciò a scorrere fin dal 1917 quando, dato l'assalto al Palazzo d'Inverno,
si occuparono per giorni e giorni le fornitissime cantine dello Zar. Ci
fu allora la più grande sbornia collettiva che la storia ricordi. Il socialismo
dal volto alcolico cominciò a prendere forma e, col tempo, a dar vita a
un nuovo prototipo dalle fattezze umane: l'alconauta.
Qua e là nel racconto prendono corpo
rare figure culturali. Ma è soprattutto Viktor Shklovskij a irrorare la
memoria della Vitale. L'enfant terrible del formalismo russo, il maestro
della digressione, il vecchio inviso e temuto dal potere, l'intellettuale
sibillino, che di fronte al complimento sulla sua scrittura fulminea e
scarna, reagisce con ironia: «Scrivo frasi brevi per pigrizia. Non solo:
così i censori hanno poco da tagliuzzare». La censura è appunto un'altra
delle patologie che affligge il potere sovietico. Un esercito preparatissimo
di redattori, campioni di lealtà politica, leggono e rileggono ogni frase,
alla ricerca dell'effrazione ideologica, del nome che non va pronunciato,
dell'allusione, anche remota, da cassare. Tutto è sospetto ed esposto alla
condanna. La cultura nell'Unione Sovietica è esibita e maltrattata, protetta
- dove era favorevole al potere e repressa nelle sue manifestazioni irresponsabili.
Ricorrono i dannati nomi di Pasternak e Solgenitsyn. Ma l'esempio che meglio
ne sintetizza la schizofrenia culturale è la Biblioteca Lenin, la più grande
di Europa con i suoi undici milioni di libri e quasi altrettante riviste.
In quel numero vanto del paese erano compresi tutti i libri dei "nemici
del popolo" che racchiusi in depositi speciali quasi nessuno poteva
consultare. "Sa qual è la differenza tra noi e i nazisti" chiese
un rassegnato signore alla giovane Vitale? "Noi russi non bruciamo
i libri, li seppelliamo". Quel mondo in cui i dissidenti erano bollati
come parassiti sembra svanito, o rinchiuso in qualche nostalgica manifestazione
del come si stava meglio quando si stava peggio. Oggi in Russia e siamo
all'ultimo capitolo di questa avventura surreale che la Vitale può solo
sfiorare proliferano i nuovi ricchi e con essi una miriade di nuovi poveri,
di cui nessuno ancora parla. Miliardari e oligarchi da una parte e dall'altra
una disperata rassegnazione urbana che fa paura.
A cena con gli informatori del Kgb. Il romanzo della slavista
di Emanuela Meucci | "Libero", 23 novembre 2010
Anche la storia di un salame può diventare
una metafora del fallimento dell'Urss. Almeno se non si parla di un insaccato
qualunque, ma del doktorskaja, il "salame del dottore".
La sua produzione inizia nel 1936, durante il regime di Stalin, con l'obiettivo
di dare a tutti i russi cibo di qualità a un prezzo contenuto, "destinato
alle persone la cui salute è stata rovinata dalla guerra civile e dal dispotismo
zarista". Ma, a partire dagli anni '60, il doktorskaja diventa
sempre più immangiabile perché la carne viene sostituita dalla soia e da
altri misteriosi ingredienti. "Dal '74 fu consentito l'uso dell'albumina
di soia, del latte, del caseinato di sodio, dei derivati di sangue, di
amido, farina, alghe essiccate, cellulosa, plancton. Si diceva che il suo
principale ingrediente fosse divenuta la carta: quella da imballaggio e
quella igienica usate, quella ricavata dalle tonnellate di libri mandati
al macero per vizi ideologici".
È questa una delle tante storie che
compongono A Mosca! A Mosca! (Mondadori, pp.238, euro 19) di Serena
Vitale. Un'opera autobiografica in cui la professoressa, slavista
di fama internazionale, racconta la vita quotidiana nell'Urss attraverso
i suoi ricordi e quelli di amici e conoscenti russi. Serena arriva a Mosca
per la prima volta nel 1967. Si innamora della città, e le sue ricerche
le danno la possibilità di tornare più volte nella capitale russa, di cui
vede tutte le trasformazioni. Ogni capitolo del libro racconta un personaggio,
un'esperienza e un'epoca diversa, fino ad arrivare alla caduta del regime.
Il tono del libro cambia di continuo, passando dal comico al tragico nell'arco
di poche righe. Perché, se le disavventure di una ragazza italiana che
si trova a vivere sotto il controllo di un regime totalitario possono anche
sembrare buffe, la paura faceva parte della vita normale di tutti i cittadini
russi. "Negli Anni '60 arrivare in Unione sovietica era come arrivare
in un altro mondo. Essere straniera significava essere privilegiata, ma
a me non è mai piaciuto sentirmi diversa", spiega l'autrice.
Un'impresa difficile per una forestiera.
Serena viene tenuta sotto controllo, perquisita, costretta a passare una
notte in carcere e anche aggredita da alcuni agenti del Kgb. Ovunque vada,
sente su di sé gli occhi di chi la deve sorvegliare, in un mondo in cui
basta scambiare qualche parola con un'occidentale per rischiare il posto
di lavoro. "Per lunghi periodi mi hanno negato il visto", racconta
lei, "ma non ho mai avuto veramente paura. Sapevo che quello che potevano
fare a me era solo un miliardesimo di quello che potevano fare ai normali
cittadini. E poi non potevo permettere a quelle persone di togliermi la
passione per la cultura russa".
In una società basata sul sospetto, qualcuno
preferisce addirittura invitare a una festa gli informatori del Kgb piuttosto
che passare la serata a chiedersi chi potrebbe essere il delatore fra gli
ospiti. "Delatore: da stuchat', bussare", spiega la Vitale.
"Meravigliosa lingua russa: vedi il bambino che bussa alla porta del
maestro per accusare il compagno di classe che ha copiato il compito di
matematica, l'insegnante che bussa alla porta del direttore per denunciare
la collega di scienze che ha espresso dubbi sul darwinismo, il direttore
che bussa alla porta di un ufficio anonimo, senza targa all'ingresso, per
avvertire che dietro una parete del suo appartamento qualcuno di notte
batte a macchina per ore e ore letteratura sovversiva, sicuramente, antisovietica".
Ma oltre che con la polizia segreta bisogna
convivere anche con miseria e corruzione. tanto che la compagna di studi
dell'autrice deve regalare dieci bottiglie di vodka al veterinario per
far sopprimere dolcemente il suo cane malato. L'unica forma di resistenza
possibile sembra essere la satira, ma anche questa può rivelarsi un'arma
a doppio taglio. "Prova a pensarci", spiega a Serena un amico,
"la rabbia di un intero popolo, quei due o tre pensieri che riesce
ancora a pensare tutto sprecato in barzellette. Ci è rimasta solo l'ideologia
delle storielle".
Viaggio in Urss. I babbei che credevano al paradiso in terra
di Giampiero Mughini | "Libero
", 23 novembre 2010
Nel libro di Serena Vitale le storie
tragiche degli intellettuali che, fino al 1989, andavano in Unione sovietica
e chiudevano gli occhi dinanzi alla tremenda verità del socialismo reale.
A cominciare dagli anni Venti e fino
a quel 1989 in cui si infranse nel disonore il Muro di Berlino, che separava
e contrapponeva l'Occidente e il mondo del comunismo reale, innumerevoli
furono i visitatori di prestigio dell'Urss, il Paese faro del socialismo
dove pare si moltiplicassero i pani e i pesci, il Paese mirabolante nato
dai "dieci giorni che sconvolsero il mondo", titolo del libro
di un grande giornalista americano, John Reed, il primo degli illustri
babbei che non capirono che cosa stava succedendo. A cominciare appunto
dagli anni Venti furono tanti i politici, gli scrittori eccellenti, i premi
Nobel che varcarono i confini dell'Urss e le colonie europee che l'Armata
Rossa si era accaparrata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Straripante
è il caso di due socialisti inglesi in prima linea negli anni tra le due
guerre, i coniugi Sidney e Beatrice Webb, i quali nell'Urss staliniana
ci andarono più volte e la giudicarono un paradiso in terra. Quanto ai
"processi" degli anni Trenta nei quali venne sterminata la vecchia
guardia bolscevica, il comunista tedesco Bertolt Brecht, che pure era tutto
fuorché un cretino, disse una volta che "più erano innocenti più meritavano
di morire".
La cecità di Sartre
Nei primi anni Cinquanta Jean-Paul Sartre
ripeté più volte che in Urss non c'era nessun lager, ma che se ci fosse
stato non se ne doveva parlare per non demoralizzare la classe operaia
occidentale. Sempre nello stesso periodo Yves Montand, più tardi un critico
feroce del comunismo reale, da ardente comunista francese prendeva per
buoni i processi che in Cecoslovacchia stavano mandando al patibolo un
bel po' di dirigenti comunisti caduti in disgrazia. Quanto ai comunisti
italiani, gente che in Urss ci andava continuamente e addirittura ci passava
le vacanze, ancora negli anni Settanta stavano ancorati alla definizione
di Enrico Berlinguer: che l'Urss fosse un Paese straordinariamente positivo
seppure "con qualche tratto illiberale".
Orrore quotidiano
Eppure ci voleva così poco a capire quale
orrore quotidiano fosse la vita e la società del comunismo reale, quali
ce le racconta Serena Vitale in questo suo ultimo e bellissimo libro. Lei
era andata a Mosca nel 1967, non in visita ufficiale, o perché personaggio
famoso, ma solo perché era una studentessa di Lingua e Letteratura russa.
Allieva di Angelo Maria Ripellino (un maestro oggi troppo spesso dimenticato),
qualcosa da lui doveva aver imparato su quanto enorme fosse la distanza
tra l'Urss icona ideologica e l'Urss reale.
Per capire l'Urss reale la futura
autrice de Il bottone di Pushkin disponeva in tutto e per tutto
di una stanza in un pensionato universitario e di una discreta conoscenza
della lingua russa. Tutto qui. Più che sufficiente a capire la dittatura
burocratica che incombeva su ogni istante della vita civile. La penuria
dei beni di consumo i più elementari. La corruzione la più spudorata e
feroce a ogni livello della gerarchia sociale. Il conformismo e lo spirito
di delazione che premiavano i peggiori, Le librerie ufficiali dove un libro
di Cechov o di Dostoevskij non lo trovavi neppure a piangere, mentre gli
scaffali erano zeppi di porcate ideologiche scritte da ras di partito che
nessuno voleva. Tutto ciò era lampante e di cui pure non si erano accorti
a suo tempo i Sartre e i Brecht.
Lampante che le condizioni di vita nelle
case in cui viveva in coabitazione la gente media sovietica fossero queste:
"Aljosha viveva in una casa di coabitazione una 'superficie abitabilÈ
di ventidue metri quadri che oltre a lui, la moglie, due figli, talvolta
riusciva a contenere anche venti ospiti (...). Conoscevo le cucine con
più macchine del gas e più armadietti, la stanza da bagno (lavandino e
vasca, dal soffitto cascate di biancheria e indumenti stesi ad asciugare),
il gabinetto con più copritazze per il water (una per ogni nucleo familiare)
appese alle pareti, i quadratini ritagliati dalla 'Pravda' o dalle 'Izvestija',
la più diffusa carta igienica".
Un brano da far imparare a memoria e
recitare tre volte al giorno a quanti sono stati degli apologeti del comunismo
reale. Dove c'era sì la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma dove
come ci aveva raccontato Slavenka Drakulic in un suo bellissimo libro del
1987 sulla Jugoslavia di Tito di carta igienica nemmeno l'ombra.
La nostra Russia
La prima cosa che mi è venuta in mente
dopo aver letto A Mosca, a Mosca!, il libro di Serena Vitale appena
uscito per Mondadori (collezione Scrittori italiani e stranieri, 238 pagine,
19 euro), è stata una lettera di Gogol', pubblicata nel 1847 nel volume
Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, nella sezione «Quattro
lettere a proposito di Anime morte», e più precisamente la lettera in cui
Gogol' rievocava il momento in cui aveva letto a Puškin i primi capitoli
del suo poema in prosa: «Quando cominciai a leggere a Puškin i primi capitoli
di Anime morte nella loro forma primitiva, scriveva Gogol' lui, che
rideva sempre alle mie letture (gli piaceva ridere), cominciò a farsi a
poco a poco sempre più accigliato, finché s'incupì del tutto. Quando poi
la lettura terminò, disse con voce angosciata: «Dio, com'è triste la nostra
Russia!».
Adesso, oggi, un'esclamazione del genere
sarebbe forse, non so come dire, datata. Se qualcuno dicesse, in un negozio,
o per strada, o sull'autobus: «Dio, com'è triste la nostra Russia», ci
volteremmo probabilmente a guardarlo aspettandoci di vedere un originale,
un signore magari con bastone da passeggio e papillon, e cilindro per cappello,
e diamanti per gemelli, e gardenia nell'occhiello, magari, però, per quanto
io non porti il bastone da passeggio, non abbia il papillon, non porti
il cilindro e non porti gemelli e non solo non abbia fiori all'occhiello,
ma non abbia di solito nemmeno l'occhiello, dal momento che non uso abitualmente
né giacche né cappotti, ma degli altri capi di abbigliamento che non vale
in questo momento la pena di specificare, per quanto tutto questo sia indubitabilmente
vero, a me viene da dire: «Com'è triste la nostra Russia».
Che poi nostra, la Russia di Serena Vitale
e la mia, non sono minimamente comparabili, avendo io cominciato ad andare
in Russia all'inizio del 1991 (più di un anno dopo la caduta del muro di
Berlino, la Lituania si era appena dichiarata indipendente, a Mosca era
appena stato aperto il primo Mac Donald) e la Vitale nel 1967 (cinquantesimo
anniversario della rivoluzione, anno in cui usciva il colossal Guerra e
Pace, di Sergej Bondarčuk _ l'ho visto un ultimo dell'anno alle tre di
notte, su rai tre: un capolavoro e anno in cui Jurij Andropov, futuro
segretario generale del partito comunista sovietico, diventa capo del Kgb).
E le differenze, naturalmente, sono anche di ordine, come si dice, qualitativo:
io ho sempre affittato anonimi appartamenti di periferia, ho sempre condotto,
per quanto possibile, in Russia, un'esistenza contemplativa (quando tornavo
c'era sempre qualcuno che mi chiedeva «E le donne, russe?», e a me veniva
sempre da rispondere «Che donne?»), mentre la Vitale, la maggior parte
dei viaggi che ha fatto ha frequentato intellettuali, poeti, scrittori,
cene e pranzi e delegazioni ufficiali, e ha scritto un libro intervista
con un signore che, per quel che ne capisco io, è uno dei più grandi pensatori
del Novecento, si chiama Viktor Škovksij, e ha pubblicato un libro, la
Vitale, Il Bottone di Puškin, che, subito tradotto in russo, ha determinato
una svolta negli studi, dei russi, sul loro più grande poeta, eppure, non
posso farci niente, dopo aver letto A Mosca, a Mosca! a me viene da dire:
«Com'è triste la nostra Russia».
Perché la Russia che la Vitale ci racconta,
e ci fa vedere, non è la Russia ufficiale, in mostra, in alta uniforme,
è la Russia che ha conosciuto, e riconosce, qui, chiunque sia stato là
in quegli anni, è la Russia nella quale se ti veniva da ridere, sul Metro,
una signora si alzava dal suo posto e veniva da te e ti chiedeva «Non hai
vergogna?», è la Russia dove prima di bere alzavano il bicchiere e ti dicevano
«Bevo alla tua bara, fatta della quercia centenaria che ho piantato stamattina»,
è la Russia dove c'è un delatore ogni sei cittadini sovietici, e gli altri
cinque sanno benissimo che è lui, e lo compatiscono, poverino, è la Russia
dove un pomeriggio, a una festa, incontri un signore che ti invita a andare
«per vecchine», cioè ad andare a trovare delle vecchie signore dentro delle
stanze illuminate dalla «poca luce di un abat-jour, velata da uno scialle»
per portare loro «una bottiglia già aperta, una mela, tre mandarini, un
cartoccio con alcune kotlety», è la Russia dove, due volte su tre, quando
ceni con dei semisconosciuti, uno di questi semisconosciuti, qualche ora
dopo, cala la sua testa ubriaca sulla tua spalla e ti chiede: «Mi rispetti?»,
è la Russia dove ai cittadini sovietici in delegazione all'estero danno
un foglietto con le seguenti istruzioni: «Non frequentate case di tolleranza,
cabaret, luoghi di divertimento equivoci, non passeggiate di notte senza
il permesso dell'accompagnatore, non attaccate discorso con gli stranieri
ma mostratevi sempre gentili, non accettate pacchi, lettere o documenti
da portare in URSS, non ubriacatevi, non fermatevi a lungo davanti alle
vetrine degli esercizi commerciali, non vendete suovenir», è la Russia
dove ogni mattina «lavano e accudiscono con amore la mummia» di Lenin e
dove una signora, impiegata in archivio, per evitare all'unico nipote la
guerra in Afghanistan chiede ai suoi conoscenti di fare una colletta per
arrivare ai 5.000 rubli che le servono per corrompere il maggiore dell'ufficio
leva, è una Russia che è uno dei posti più ingiusti e crudeli e contraddittori
del mondo e forse proprio per questo è meravigliosa, e chi l'ha conosciuta
la può ritrovare nel libro di Serena Vitale A Mosca a Mosca! e chi non
l'ha conosciuta, se la vuole conoscere, lo può leggere anche lui.
A MOSCA, A MOSCA! Quelle luci nel grigiore del potere
Grandi scrittori,
giovani dissidenti, nuovi ricchi... Serena Vitale racconta la Russia di
ieri e di oggi. Un'umanità al di là di ogni schema. Come quell'"angelo"
che portava cibo (e compagnia) alle vecchine rimaste vedove...
Certo, ci voleva dell'ironia. Per sopravvivere
in un mondo che sembrava aver trasformato Kafka in realtà. È l'Unione sovietica
prima, e la Russia poi, descritta nel nuovo libro di Serena Vitale, docente
di Lingua e letteratura russa all'Università Cattolica di Milano, traduttrice
e scrittrice. Il suo legame con l'Est inizia negli anni Sessanta, quando
alla Sapienza diventa allieva del grande slavista Angelo Maria Ripellino
(«il Professore»), che nel 1967 la manda a Mosca per studio. Da allora,
andando e tornando in viaggi sempre più rocamboleschi, quel legame non
si è più spezzato. E l'ha portata a conoscere quella realtà come pochi
altri. Oggi, in A Mosca, a Mosca! (Mondadori), raccoglie quarant'anni
di ricordi, storie e fatti per raccontare un Paese e i cambiamenti che
l'hanno coinvolto fino a oggi.
Dal primo impatto con l'orrore di una
società che prometteva il Paradiso in terra ma faceva mancare il pane in
tavola, all'incontro con i tanti che, schizofrenicamente, servivano il
Partito e al tempo stesso già speravano che, prima o poi, sarebbe crollato.
Come quel pezzo grosso dell'Unione degli scrittori che un giorno si presentò
ubriaco all'appuntamento con la Vitale, e che in vodka veritas
- si mise a parlare al proprio cappotto, prendendolo per chissà chi: «Perché
mi spii? Io sono potente e ricco. Potrei vendere quello che so a qualche
giornale americano...». Così, il vuoto lasciato da un'ideologia sempre
più debole, veniva occupato dalla burocrazia. E persino i famigerati membri
del Kgb, in fondo, erano in molti casi dei poveri impiegati che, pur di
mostrarsi attivi contro chi minacciava il regime, trattenevano la Vitale
quattro ore in aeroporto per controlli inutili tipo ricopiare (a mano!)
la sua agenda e fare un disegno dell'asciugacapelli... per poi dimenticare
i fogli nel bagaglio della malcapitata.
Ma il cuore del libro non è il racconto delle assurdità di un tempo, o
della volgarità dei nuovi russi che oggi affollano faraonici centri commerciali.
La cosa più interessante è entrare, pagina dopo pagina, nelle vite dei
tanti amici incontrati dalla Vitale. Studenti vietnamiti, grandi scrittori,
giovani dissidenti... Gente che spesso viveva nelle kommunalki,
le case di coabitazione: 22 metri quadri abitabili per lui, lei, due figli
e a volte anche venti ospiti, dove i pianerottoli erano sempre bui («la
lampadina veniva sistematicamente rubata e gli inquilini avevano ormai
rinunciato a sostituirla»). Gente, però, capace di portare una luce nel
grigiore del sistema. Come Aljosha, capelli biondi e occhialoni con una
stanghetta incerottata, figlio di un diplomatico che «aveva voluto servire
fino in fondo la causa del socialismo» ed era stato fucilato dagli stessi
socialisti. Da lui la Vitale s'era sentita rivolgere uno strano invito:
«Viene con me per vecchine?». Finendo così in una commovente catena di
carità: dalle sei alle nove di sera, dopo la fabbrica, Aljosha faceva il
giro dei negozi, dove le commesse gli avevano messo in serbo mezzo pollo,
un pezzo di lardo, due banane... Così, con una cartella di finto cuoio
sempre gonfia, andava a trovare le vedove dei "nemici del popolo".
Come quella sera del 12 gennaio, il San Silvestro prerivoluzionario: «Nella
poca luce di un abat-jour velato da uno scialle scorsi un divano-letto...
Più difficile fu distinguere sotto le coperte la sagoma di una donna. Tutto
in lei era bianco: i capelli, gli occhi che un giorno dovevano essere stati
azzurri, le braccia scarne. "Caro Aljosha, si è ricordato di me anche
oggi?" "Come avrei potuto altrimenti, Tat'jana Al'bertovna?",
ed estrasse dalla borsa una bottiglia già aperta, una mela, tre mandarini...».
Un mondo che oggi sembra scomparso, lasciando il posto a nuovi ricchi,
grattacieli ed Expocenter avveniristici. Dove «la "guida ai piaceri
di chi ha già tutto" aggiorna sui "trends della Lifestyle
Delux, le mostre, l'attività dei VIP, le novità Luxury, le migliori automobili
e i migliori yacht", propone "sconvolgenti interviste e viaggi
da capogiro..."». E ad accompagnare la Vitale nei nuovi gironi danteschi
non è più il buon Aljosha, ma «Roman, un designer di bagni per nababbi»
che cerca casa in Italia. Salvo poi scoprire che non era vero: «Ho messo
in giro la voce che compro una villa in Italia perché lo fanno quelli da
cui dipendo. Per il mio imidzh» «Che diavolo è?» «L'immagine pubblica,
o qualcosa del genere. Per restare nel giro, altrimenti addio alla mia
seletta clientela e ai loro cessi...».
Le bugie di Mosca. Gli anni '60 nella città perduta
di Sandro Viola | "la Repubblica", 20/12/2010
La lettura del bel libro di Serena Vitale
A Mosca, a Mosca! apparso da Mondadori qualche settimana fa, ha
ravvivato i ricordi dei miei primi viaggi in Unione Sovietica: 1962,'64,'67.
Vi sarei poi ritornato sinché l'Urss durò una ventina di volte almeno,
e un'altra ventina nella Russia semi-libera di Gorbaciov, Eltsin e Putin.
Poiché la Vitale vi giunse nel '67 per studiare la lingua e la letteratura
russe, e divenire con gli anni la più illustre tra i nostri slavisti, molte
delle sue memorie della Mosca d'allora coincidono con le mie. I luoghi,
i volti aggrondati della folla nelle strade, le continue penurie che sopportava
la popolazione, e inoltre alcuni personaggi che entrambi incontrammo in
quegli anni. Gli ottimi e amichevoli italianisti, l'alto burocrate che
sovrintendeva dal suo ufficio dell'Unione degli scrittori ai rapporti con
gli studiosi e i giornalisti giunti dall'Italia.
Da dove scaturiva l'emozione con cui
gli italiani tra i venti e i trent'anni approdavano a quel tempo sulla
piazza Rossa? Oggi mi sembra di sapere che proveniva innanzi tutto dall'esotismo
della "patria socialista". Vale a dire tutto quel che non avevamo
mai visto a Roma, a Parigi, a Londra. Le folle malvestite in fila sotto
la neve davanti al mausoleo di Lenin (dal quale era appena stata tolta
la mummia di Stalin), la rude scortesia dei camerieri e altri inservienti,
un alcol da 40-42 gradi come la vodka con cui pasteggiare a pranzo già
verso l'una del pomeriggio, le cipolle dorate delle chiese russe, i marmi
e i lampadari a goccia della metropolitana, il brivido che si provava venendo
interpellati da un semplice poliziotto.
Ma altre suggestioni erano per così dire
"indotte", venivano cioè dai libri, racconti e discorsi (tutti
entusiastici) dei comunisti italiani e dei loro compagni di strada. Un
esempio: qualche anno prima era uscito da Einaudi un libro di Carlo Levi
sul suo viaggio in Urss, intitolato Il futuro ha un cuore antico.
E il libro di Levi aveva suscitato, anche in chi come me non aveva nulla
a che fare col Partito comunista italiano, una fortissima impressione.
Non che il libro puzzasse di propaganda. Ma era, a ripensarlo oggi, accuratamente
ripulito della più cruda realtà del "socialismo reale". Una fotografia
dell'Urss amorevolmente ritoccata. Levi aveva infatti visto, come ogni
europeo occidentale per la prima volta a Mosca, l'arretratezza, l'incuria,
la sporcizia e i tratti di vera e propria miseria dell'Urss. Ma ne aveva
ricavato una sua curiosa (che oggi appare francamente ridicola) conclusione.
Più le rivoluzioni sono radicali, diceva
Levi, più esse tendono a preservare le tracce del buono che c'era nel passato.
Ed ecco infatti i suoi palpiti per le vecchie "abat-jour" che
si trovavano negli alberghi per stranieri, per i centrini di merletto che
si vedevano nelle case dei pochi intellettuali alle quali si poteva avere
accesso, per le pantofole sfondate che quegli intellettuali, dimesse accanto
alla porta le scarpe infangate, si mettevano ai piedi quando rientravano
in casa. Secondo Levi, tutto questo era il segno che accanto all'"elettrificazione",
ai voli degli Sputnik e all'arsenale atomico, il mondo sovietico aveva
salvaguardato una specie di dolce e innocua nostalgia, un attaccamento
(non certo politico bensì limitato al gusto per i vecchi oggetti) nei confronti
della Russia pre-rivoluzionaria.
Era una conclusione suggestiva, come
ho detto. Per giungere alla quale, tuttavia, era stato necessario che Levi
tacesse sul fatto che le "abat-jour", i bei piattini Ottocento,
i vecchi oggetti che lo incantavano, erano lì solo perché in Russia non
se ne producevano di nuovi. Nel libro non c'era una parola sulle immondizie
che ingombravano le scale buie e sbrecciate mai lavate da mesi e forse
da anni delle case, sull'angustia, i cattivi odori e gli intonaci scrostati
degli appartamenti dove venivamo ricevuti dagli scrittori di regime o da
membri dell'Accademia delle scienze. Russi privilegiati, dato che centinaia
di migliaia di persone vivevano ancora nelle "kommunalka", le
case dove abitavano in comune una cucina, un wc varie famiglie. Né
c'era una sola parola su quanto si poteva trovare nei negozi: patate già
quasi marce, salumi nerastri, pesce secco che nessuna madre di famiglia
dell'Europa occidentale avrebbe mai portato a casa. Non una parola sulle
toilettes dei locali pubblici, spaventevoli per il tanfo e il lordume.
Di tutto questo lo scrittore aveva scelto di non far cenno, o quasi, nel
suo libro. Ma la verità era che nessuna popolazione bianca al mondo viveva
a quel tempo tanto miseramente come viveva l'homo sovieticus.
Nei dormitori dell'università Lenin,
Serena Vitale combatteva contro gli scarafaggi, e telefonava in Italia
alla madre supplicando un urgente invio di Ddt. Ma non era diverso negli
alberghi per stranieri. Anche in quello dove sono sceso quasi tutte le
volte, il Nazional, in cui i sovietici ospitavano le delegazioni straniere
di rango, sui pavimenti si muovevano notte e giorno ditteri, emitteri,
psocotteri, cioè a dire scarafaggi ripugnanti, mentre ogni tanto si vedevano
certi piccoli topi nerastri attraversare di corsa la stanza.
Questa era l'Urss, e ancora non ho parlato
della burocrazia, di quel riempire moduli e moduli per qualsiasi cosa,
cambio di valuta, permesso di andare in taxi sino al bosco di Peredelkino
alla periferia della città (quei taxi puzzolenti di cattiva benzina, cattivo
tabacco, cipolla, aglio e chi sa che cos'altro ancora), permesso e attesa
di 4-5 giorni per recarsi al vicino monastero di Zagorsk, due moduli con
le risposte ad una trentina di domande per acquistare un biglietto aereo,
tre moduli per prenotare un tavolo al ristorante Aragvi.
Su questo punto, sulla burocrazia e i
sorveglianti politici, nei ricordi della Vitale e miei spicca il personaggio
d'un burocrate che non era villano come tutti gli altri, e neppure tanto
arcigno, anzi tutto sommato benevolente: Gheorghij Brejtburd. Sempre inappuntabile,
i modi della vecchia e ormai estinta borghesia russa, Brejtburd risolse
alla Vitale, come segretario della sezione italiana dell'Unione scrittori,
vari problemi altrimenti insolubili. E a me procurò una serata indimenticabile.
Ero a Mosca nel '67 per L'Espresso, volevo
vedere i giovani poeti russi che Angelo Maria Ripellino aveva appena tradotto
per Einaudi, e Brejtburd combinò una cena alla casa Rostov. Era chiamata
così (con una licenza poetica che la considerava la casa dei Rostov di
Guerra e pace) una bella villa nel centro di Mosca dove aveva sede il Club
degli scrittori. Luci sfavillanti, camerieri cortesi, e soprattutto il
buon cibo riservato alle categorie che il regime blandiva, privilegiava.
Al tavolo con noi c'erano due eccellenti
poeti, Bella Achmadulina e Andreij Voznesenskij, ma durante il pranzo,
mentre i camerieri continuavano a portare altra vodka, s'erano venuti a
sedere per qualche minuto anche Evghenij Evtuscenko, Vladimir Tendrjakov,
e quando la serata volgeva al termine, Viktor Nekrasov. Premio Lenin per
il suo romanzo Le trincee di Stalingrado, Nekrasov era a quel tempo
un alcolista inveterato, con scoperti, coraggiosi atteggiamenti da dissidente
che avevano già reso pericolante la sua posizione nell'Unione degli scrittori.
Al suo arrivo Brejtburd impallidì, e
dopo cinque minuti in cui Nekrasov mi si rivolgeva in un francese elementare
(«C'est un pays de merde», «La police nous surveille»), s'alzò tremante.
Raccolse il mio soprabito e mi spinse verso la porta, sicuro che avrebbe
pagato caro l'arrivo di Nekrasov al nostro tavolo. Il suo volto era adesso
terreo, terrorizzato. Così, la serata nella Casa Rostov fu indimenticabile
anche per questo. Perché m'aveva fornito l'immagine penosa, accorante,
della paura in cui vivevano i russi ai tempi dell'Urss.
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