Recensioni di L'avanguardia russa


Rossana Ombres

"La Stampa", 20 Aprile 1979

«Nei primi anni del Novecento, in Russia, alcuni gruppi di scrittori vogliono riappropriarsi della parola ormai consumata e impoverita dagli epigoni del grande realismo. Č una vera e propria rimessa in causa della parola, del suo suono, delle sue radici e delle sue ragioni: senza esonerarla (come farà il surrealismo concretizzandola) dal suo dovere di significare, ma anzi arricchendone le proiezioni morfologiche, facendola esprimere attraverso tutte le sue possibilità.

La nazione russa sta subendo una crisi, è in nascita una nuova società con le sue tensioni politiche: il simbolismo e il realismo si contestano, un’alternativa provocatoria è costituita dai movimenti d’avanguardia con le loro prospettive rivoluzionarie.

Nel ‘10 esce un almanacco, Il vivaio dei giudici, dove ci sono le firme di alcuni, forse i più importanti nel momento storico, di questi rivoluzionari della letteratura: sono i "cubofuturisti" che nascono pubblicamente con quel febbrile volumetto. C’è Kamenskij, Nizen, Burljuk, c’è un poeta come Chlebnikov.

L’avanguardia russa ora uscito negli Oscar Mondadori, ci porta i travagli, le zone di movimento, i protagonisti, i linguaggi, le analisi e le necessità, dei cubofuturisti, dell’immaginismo e di altre avanguardie russe che fanno parte – la più straordinaria – delle avanguardie storiche. Un’opera dalla singolare completezza, questa di Serena Vitale: antologia prelibata di testi per la prima volta tradotti in italiano (alcuni sono inediti anche in URSS) accompagnata da un vasto e movimentato saggio che è il resoconto di una eccitante ricerca dell’autrice attraverso i documenti che segnano dove la "trasgressione" ha nidificato.

Gileja, il cubofuturismo, fa la parte del leone. In riviste-cometa, che durano un solo numero, in arroventate miscellanee che hanno l’estro inquietante di un debutto in pubblico di attori improvvisati e scalmanati: dove s’incontra un Majakovskij predicatore di magnetiche invettive, in blusa cucita "con tre metri di tramonto", un Chlebnikov infervorato dai nuclei semantici della parola, che vuol farla diventare bambina e ricrescerla. E c’è l’immaginismo, coi suoi rischiosi manifesti-dichiarazioni, con le sue panoramiche "di rottura", col suo grande Esenin, anima sacrificale della terra russa.

Quando arriva a Mosca Marinetti, nel gennaio del ‘14, l’"isola audace" Chlebnikov – che nello stesso mese ha pubblicato un testo fondamentale I figli della lontra – si fa scacciare dalla sala dove parla il futurista italiano perché distribuisce manifestini dove inveisce contro il pubblico accorso. Troppo angusti limiti nella ricerca della nuova costruzione della parola ha certamente il futurismo italiano per l’itinerante sacerdote – "il più onesto, il più generoso" dirà Majakovskij – della nuova poesia: i risvolti istrioneschi e dissacratori gli devono essere sembrati insopportabili.

Ma, del resto, il leggere poesia in pubblico è sempre stato il viziaccio goloso di tutte le avanguardie: per la voglia di sfidare le reazioni, queste confraternite di genialissimi spavaldi, non lesinarono rappresentazioni di se stessi che buttavano polemicamente addosso al pubblico. "Scialacquatore e sprecone" di "parole inestimabili", figura suprema della poesia russa, Majakovskij ha per interlocutore il quartiere, la gente, tutti quelli che stanno "sulla farfalla del cuore del poeta", del poeta che si suiciderà nel ‘30: e la sua morte coinciderà con la fine del periodo infocato dell’avanguardia russa.»

Vittorio Strada

"Corriere della sera", 8 luglio 1979

«... A mezzo tra il resoconto di un proprio viaggio di scoperta e la guida di altrui viaggi ormai turistici sta questo libro curato con impegno da Serena Vitale, che nell’introduzione conduce il lettore attraverso le tappe dell’avventura avanguardistica russa dalle estrose rivolte post-simboliste a non lieto fine segnato dall’ombra dell’imminente ‘realismo socialista’ e poi, nella parte antologica offre tanti testi ordinati e inquadrati ( e spesso inevitabilemnte afoni in versione straniera).

A quello che già sapeva il lettore italiano il libro aggiunge nomi e documenti, soprattutto per quanto riguarda gli ‘oberiuti’ [...] una delle estreme espressioni dell’avanguardia russa sulla via del nonsense e dell’assurdo. Ma l’antologia ha anche inspiegabili assenze, come il poeta Olejnikov, che pure gravitò nell’area degli ‘oberjuti’ e tutto il costruttivismo, e il futurismo politicizzato postrivoluzionario...»

(2007. Mia tardiva postilla o excusatio. Non avevo trovato un solo testo antologizzabile di Olejnikov, che in vita non pubblicò, e morì vittima delle purghe staliniane. Il suo archivio non era accessibile neanche a Michail Mejlach, lo studioso leningradese che più sapeva sul conto di Oberju. Quanto al "futurismo politicizzato", a proposito delle forze artistiche di sinistra coagulatesi intorno all’esperienza majakovskiana – "L’arte della Comune", "Lef", "Nuovo Lef" scrivevo allora nell’Introduzione : "...Nella teoria dell’arte produttiva... o nella teoria della fattografia come privilegio del materiale non artistico e risposta al ‘mandato sociale’  agiscono evidentemente istanze nuove e diverse che, superata la logica delle avanguardie storiche, configurano più propriamente l’immagine di un’avanguardia realizzata alla quale, per evitare la contraddizione stessa dei termini, è più esatto pensare e riferirsi come arte della rivoluzione o arte rivoluzionaria. Né possono essere riportati alla logica avanguardistica le tensioni o addirittura gli scontri che [...] opposero l’incessante ricerca dell’‘arte rivoluzionaria’ al sistema scraturito dalla rivoluzione, sempre più pervasivo e istituzionalizzato, tendente ormai alla cristallizzazione, se non al blocco, della ricerca stessa ...". Lo penso ancora oggi.)

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