Recensioni di Il bottone di PuškinRuggero Guarini"L’Informazione", 12 maggio 1995«Pur riguardando un libro, questo articolo non è una recensione. La recensione è morta. Lo ha appena annunciato un critico secondo il quale, però, per riportarla in vita, basterebbe recensire solo i romanzi davvero degni di essere recensiti. Ma quanti sono, poi, questi romanzi? In Italia – assicura quel critico – ne escono almeno due alla settimana, ossia otto e mezzo al mese, che fa suppergiù cento all'anno. Questo simpatico annuncio ha provocato il crollo di un nostro pregiudizio vagamente reazionario. Fin da bambini, infatti, viviamo e leggiamo serenamente nella candida illusione che in Italia, come in ogni paese perbene, cento romanzi degni di essere letti non se ne scrìvano neanche in un secolo. Dev'essere questa illusione a impedirci di tenerci al passo con la cultura del nostro tempo. Sempre dal citato annuncio dobbiamo dedurre che noi, dal giorno in cui (più di mezzo secolo fa) incominciammo a leggiucchiare romanzi, avremmo dovuto leggere almeno cinquemila romanzi italiani. Sospettiamo di non averne letti nemmeno cinquanta. Ahimè, ci illudevamo che fosse più proficuo dedicare viziosamente alla rilettura perpetua di pochi vecchi celebri romanzi gran parte del tempo che invece bisognava consacrare ai cento nuovi romanzi italiani degni di essere letti che escono ogni anno. È insomma a causa della mania di leggere sempre gli stessi romanzi che purtroppo non sappiamo quasi nulla delle glorie recenti, attuali e future del romanzo italiano. Eppure il nuovo romanzo italiano di cui ci accingiamo a parlarvi non era neanche uscito che lo avevamo già letto. Come è potuto accadere? Sospettiamo che questo libro non l'avremmo nemmeno aperto se fra quei vecchi romanzi che torniamo sempre a leggere e a rileggere, sottraendo così molte ore della nostra esistenza libresca alla lettura dei nuovi romanzi italiani degni di essere letti, non figurassero anche i romanzi di Puškin. Giacché è appunto di Puškin che tratta il libro di cui vogliamo parlarvi. Questo libro (Serena Vitale, "Il bottone di Puškin", Adelphi, 490 pagine, 45.000 lire) è un bel romanzo italiano, ma poiché la recensione è morta, noi eviteremo di recensirlo. Scriveremo solo un'ingiunzione. Vi ingiungiamo, dunque, di leggere subito questo libro, in cui la Vitale, ricostruendo giorno per giorno, e a volte ora per ora, gli ultimi mesi di vita del grande scrittore russo, ha gettato un delicato e potente fascio di luce su quella diabolica rete di fatali e oscure circostanze che portarono al duello alla pistola in cui Puškin, a 37 anni, all'alba del 27 gennaio 1837, cadde colpito a morte sulla neve. Ufficialmente, però, questo libro non è un romanzo. Si presenta, infatti, come un'eruditissima ricerca di carattere storico-biografico. Si direbbe insomma un libro destinato in primo luogo agli studiosi e ai cultori di letteratura e cose russe, i quali, tuttavia, non hanno ovviamente nessun bisogno di farsi ordinare di leggerlo proprio da noi, giacché ad attirarli basteranno l'argomento e il nome dell'autrice, che è una slavista affermata da tempo per la serietà dei suoi studi, la qualità delle sue traduzioni e il rigore con cui gli esperti sanno che lei lavora. La nostra esortazione è dunque rivolta a tutt'altri lettori: ai lettori, appunto, di romanzi, e fra questi specialmente a quelli che ormai da un pezzo, intimoriti dell'eccessiva raffinatezza della nostra più lodata narrativa odierna, si chiedono sgomenti se i romanzi che si scrivono oggi in Italia non siano per loro troppo impervi e sofisticati. A questi lettori timorosi – e (supponiamo) devoti all'antico, volgaruccio spirito del romanzo – assicuriamo però che "Il bottone di Puškin", pur presentandosi come il lavoro di un'agguerrita professoressa (ed è certamente anche questo), è veramente un romanzo, un vero romanzo, uno straordinario romanzo. Non ci si lasci perciò scoraggiare dal fatto che in esso non c'è nessun fatto inventato. Né ci si lasci ingannare dalla circostanza che ogni sua pagina è il risultato di un lungo, paziente, meticoloso viaggio attraverso tutti gli archivi e le biblioteche, gli incartamenti e i libri, le lettere e i diari che rimandano in qualche modo alla sinistra catena di eventi che dopo molti mesi di pettegolezzi, intrighi, invidie e infamie, si concluse con il colpo di pistola che uccise Puškin. Non ci si faccia turbare nemmeno dal fatto che la Vitale, manifestamente, nella sua immane investigazione, non ha trascurato il più piccolo indizio cartaceo relativo alle tante possibili cause e concause dirette o indirette, esterne o interne, sociali e morali, sentimentali e mondane, di quel tragico duello. Giacché l'ardente passione indagatrice con cui essa ha scrutato gli innumerevoli enigmi di questa terribile storia, la perspicacia con cui ha tastato l'animo e il carattere dei personaggi coinvolti nella vicenda, infine l'estro e l'intelligenza con cui pur restando continuamente attaccata ai fatti e ai documenti, ha orchestrato la sua narrazione – tutto ciò rivela appunto il talento di un romanziere. Ora però dobbiamo confessare che della vita e della morte di Puškin, prima di leggere questo libro, non sapevamo quasi niente. Per noi, come per tanti, Puškin era soltanto il primo, in ogni senso, cronologico e ideale, dei grande scrittori russi dell'Ottocento. Soprattutto era l'autore di alcuni romanzi e racconti immortali ("Evgenij Oneghin", "La figlia del capitano". "Un colpo di pistola", "La dama di picche") che ci accompagnano da quando eravamo ragazzi. Era infine lo scrittore che forse più di qualsiasi altro, col ritmo allegro e spedito della sua prosa (assai prima che scorrendo una breve antologia dei suoi scritti critici ci imbattessimo in questo famoso precetto: «Precisione e concisione: ecco le prime qualità della prosa»), ci ha insegnato a preferire, non soltanto in letteratura, il secco al flaccido, il terso al torbido e il vispo al pigro. Il che è un po' come dire che troviamo i falchetti, i ruscelli e il flamenco più simpatici delle piovre, degli stagni, dei cori alpini. Quello che sapevamo della sua vita e della sua morte si riduceva invece a pochi scheletrici dati: un antenato abissino, un precocissimo genio poetico, una gloria altrettanto precoce, un carattere impulsivo, giovanili ghiribizzi sovversivi, l'esperienza dell'esilio e della censura, il perdono dello zar, infine una moglie incantevole, un po' frivola e forse persino un po' sciocca, di cui nei salotti pietroburghesi si invaghivano quasi tutti – e poco, pochissimo altro. Persino dei motivi per cui egli volle sfidare a duello l'uomo che poi in quel duello lo uccise conoscevamo soltanto gli esangui ragguagli riferiti nelle paginette introduttive alle traduzioni italiane delle sue opere. Sapevamo appena, insomma, che si trattava, più o meno, di una storia d'amore e forse di tradimento, di onore e forse di gelosia, di perfidie cortigiane e di passioni roventi. E quanto al rivale di Puškin, il tenente della guardia Georges D'Anthés, di lui ignoravamo tutto, fuorché che si trattava di un giovanotto, impertinente e fatuo, che il poeta dovette sfidare perché si diceva da mesi che fosse l'amante della sua splendida moglie. Ora sappiamo invece tutto il resto. Grazie a un libro che in ogni caso è ben altro che una scrupolosa raccolta di informazioni e di ipotesi: uno strepitoso thriller storico, sociale e psicologico: un poliziesco in cui (come annuncia perfettamente la bandella del volume) "la vittima sulla cui morte si indaga è la verità, il luogo dell'azione i salotti pietroburghesi, il tempo quello eterno della lotta tra volgarità ed eleganza, l'assassino forse il Caso, l'indizio decisivo – chissà – un bottone perduto". Di più non vogliamo dirvi. La recensione è morta e noi non intendiamo riportarla in vita. Possiamo solo intimarvi di immergervi.» Carlo Fruttero – Franco Lucentini"La Stampa", 1 giugno 1995«L’ignoranza ha i suoi dolci vantaggi. Che cosa sa di Puškin un lettore medio? Ricorderà alcuni stupendi racconti, La dama di picche, La figlia del capitano, La vita di Pugačev; avrà girato intorno a Eugenio Onegin, poema che fu per la letteratura russa ciò che fu per la nostra I Promessi sposi, ma che il suo maggior traduttore in lingua inglese, Vladimir Nabokov, ritiene sostanzialmente intraducibile; e quanto alla biografia, il dato che resta in mente a tutti è che Puškin morì giovane, in duello. Di pistola o spada? Beh, ecco... E perché mai quel duello? Chissà. Con l'idea di saperne un po' di più il nostro lettore prenderà in mano Il bottone di Puškin, di Serena Vitale , un libro che promette sere di temperato interesse, una quindicina di pagine prima di addormentarsi, che scorreranno ("questa non la sapevo...") fino a pag. 20 e poi ("no, ma tu guarda...") a pag. 30 e ancora ("che carogna, che verme...") a pag. 50 e magari ("qui ci vuole una fumatina...") a pag. 100, irresistibilmente. Si dice che la ricerca accademica sia in pratica affine all'indagine poliziesca, ma si dà molto raramente il caso di un professore di università che, mettendo nero su bianco le sue puntigliose scoperte, tenga conto non solo dei severi colleghi sparsi per altri centri di dottrina, ma anche di chi professore (in questo caso di slavistica) non è. Serena Vitale gode di ampia notorietà e prestigio come studiosa di letteratura russa, insegna all'ateneo di Pavia, sarà forse adorata dai suoi allievi; prediligerà forse giacche di Armani e tacchi alti. Ma a noi (non se n'abbia a male) piace immaginarla piuttosto come uno di quei taciturni e trasandati piedipiatti che non mollano mai, che nello squallore di un aeroporto attendono il volo per San Pietroburgo, Amsterdam, Varsavia, Parigi, Nantes, masticando un triste panino, la borsa zeppa di documenti scottanti posata lì accanto, la mente fissa sulla pista che stanno seguendo. Sì, Puškin fu ucciso in duello, ma come si arrivò al fatto e chi era l'uomo che lo uccise? Il dossier si apre con le risposte dei vari ambasciatori che annunciano ai loro governi la tragica notizia. Il grande poeta nazionale è pianto dallo zar come dall'ultimo mugiko, una folla immensa fa la coda per dare addio alla salma, le autorità spostano l'ora e il luogo del funerale per evitare disordini. Il rivale vittorioso, un barone francese di nome d'Anthès (da molti storpiato in Dantés; e può darsi che Dumas abbia pensato a lui per il conte di Montecristo), è un ufficialetto del reggimento della guardia imperiale, gran mondano, gran ballerino, gran rubacuori. Ma è anche protegé del ministro d'Olanda a San Pietroburgo, barone de Heeckeren, provetto diplomatico sulla cinquantina che ha di recente adottato il bel giovane... Come s'è formata questa strana coppia? Come mai il piccolo nobile di provincia (Colmar) è arrivato fino a San Pietroburgo ed è riuscito a entrare negli chevaliers gardes e nell'alta aristocrazia di corte? Da qui parte il mystery che da un secolo e mezzo assilla la Russia, anche sovietica e post-sovietica. Alcuni punti sembrano fuori discussione: d'Anthès s'innamora perdutamente della donna più bella del reame, che si dà il caso sia la moglie ventiquattrenne di Puškin, la corteggia con insistenza febbrile e per poterla frequentare senza scandalo sposa la (bruttina) sorella di lei. Poco dopo una lettera anonima, sotto forma di burlesco diploma, viene fatta pervenire a Puškin e alle maggiori famiglie della capitale: il poeta è solennemente cooptato dal «serenissimo ordine dei cornuti». Le firme in calce sono di principi, ministri, generali ecc. tutti notoriamente cucus. C'è n'è più che abbastanza, dati i tempi, gli usi di mondo, il temperamento collerico del destinatario, perché il volgare scherzo da caserma provochi una sfida a duello. Cominciano frenetiche trattative per evitarlo. Tutta Pietroburgo è al corrente, tra palazzo e palazzo, tra ballo e carrozza, tra concerto e tè della sera turbinano pettegolezzi, calunnie, ipotesi, schiarimenti, iolodicevo. Il montaggio della Vitale è perfetto, generoso e stringente insieme. Da lettere, diari, memorie, rapporti della polizia segreta escono personaggi memorabili, frivole figurette, loschi maneggioni, spie, provocatori, potenti cortigiani, servi sciocchi. È la società stravagante e fastosa che ritroveremo in Tolstoj, ma è anche un coro del teatro classico: informatissimo e profetico, osserva impotente gli eventi precipitare giorno per giorno, ora per ora, dalla commedia, talvolta farsa di costume, al compimento della tragedia entro un breve spiazzo sgombrato dalla neve, il 27 gennaio 1837. Non ci sentiamo di anticipare al lettore quanto la nostra "piedipiatti" è andata via via vagliando, confrontando, riportando in luce tra biblioteche e archivi pubblici e privati. Indizi, prove poi contraddette, enigmi che si sciolgono mentre altri s'infittiscono, colpi di scena che tutto confermano o invece tutto ribaltano, non soltanto fino alla lunga (e magistralmente ricostruita) agonia del poeta, ma ben oltre. Poiché quella piccante "storia di corna", mutatesi per un colpo di pistola nel "caso" più aggrovigliato e tenebroso della letteratura russa, non ha mai cessato di macinare i duri grani delle sue incognite. La Puškina dal vitino di vespa incoraggiò il fatuo chevalier garde? Gli cedette? O fu invece moglie fedele (nonché madre esemplare di quattro figli)? E lui, d'Anthès, era un farabuttello, un seduttore da quattro soldi, o un uomo d'onore, ingenua pedina di un più vasto complotto? Puškin tradiva a sua volta la moglie? Avrebbe potuto lasciar correre, o aveva in mano elementi che rendevano la sfida inevitabile? E soprattutto, chi scrisse la lettera anonima? Un russo, un francese? Un russo che si fingeva francese, un francese che si fingeva russo? E con quale vero scopo? Facciamoci un buon caffè, rosicchiamoci un biscotto e andiamo avanti a palpitare fino a domattina.» Giorgio Ficara"Panorama", 25 maggio 1995«La biografia, genere letterario dilettevolissimo e aristocratico, molto amato, per esempio, da Litton Strachey e da Ford Madox Ford, per qualche ottusità tutta italica in Italia è stata prescritta o al più confinata nel campiello modesto e imbarazzante delle vite di Tiberio a Capri o della Bella Rosina. Serena Vitale affronta oggi una leggendaria "crux" della biografia di Puškin con tale bravura e sottigliezza da farci dimenticare anni di frustrazioni. Ecco l’ultimo atto della vita di Puškin, le posate d’argento impegnate, le cambiali, i millesettantacinque rubli d’affitto mai pagati, gli 8 mila imprestatigli dal principe Obolenskij, e la tuba un po’ lisa, il bottone mancante della pelliccia, le bozze della Figlia del capitano, la gelosia sorda – ma inammissibile – per la bellissima moglie Natalie e la passione molto settecentesca e libertina per la cognata Alexandrine; le pose da dandy tenebroso e mefistofelico fino all’ultimo, e poi il cupo disprezzo per D’Anthès, ballerino e vagheggino innamorato di Natalie; e il matrimonio di D’Anthès con Catherine, sorella maggiore di Natalie, il duello infine: a questo insieme confuso, drammatico, comico, ridondante di fatti banali o inesplicabili, la Vitale imprime il sigillo classico della "dispositio". Sotto il suo sguardo meticoloso di slavista l’oscura materia viene distribuita e illuminata senza la minima forzatura narrativa e bozzettistica: D’Anthès è effettivamente antipatico a Puškin "per le sue maniere alquanto sfacciate"; Natalie è davvero, come si sussurra, di una "madornale stupidità"; Puškin ha qualcosa della "mostruosità negra" del suo celebre avo nelle labbra "molto larghe" e nei capelli ricci; e davvero tutti insieme formano un quadro "molto singolare" da cui alcuni, i più timorati, distolgono lo sguardo. L’autrice non inventa nulla, non cede al partito preso né al punto di vista del romanziere: dispone le sue innumerevoli, ammirevoli tessere documentali e l’ordine, un ordine e una concatenazione si creano dove prima era solo tumulto, cordoglio, vana curiosità. Con tutta la sua discrezione e il suo genio di biografa, Serena Vitale non dimentica di essere una saggista: le pagine sulla "feroce simmetria" dell’Onegin, in cui un uomo uccide, fatalmente, in duello un altro uomo, sono fra le più acute di un libro tutto entusiasmante.» Antonio D’Orrico"Sette "(supplemento del " Corriere della sera" ), 1 giugno 1995«Sulla vita e la morte di uno scrittore. Serena Vitale ha scritto un capolavoro: Il bottone di Puškin. Il 27 gennaio 1837 Georges D’Anthès, tenentino arrogante e vanitoso, ferì a morte in duello il più grande poeta russo di tutti i tempi. Più di un secolo e mezzo dopo la Vitale, con santa pazienza, acume investigativo e amore per la Russia e la poesia, ricostruisce l’inesorabile meccanismo che uccise Puškin: la gelosia per la corte scostumata che D’Anthès faceva a Natalie, l’incantevole e leggera moglie del poeta che ballava con la grazia e la fede di John Travolta nella Febbre del sabato sera; le lettere anonime che innescarono l’esplosione fatale; i miseri traffici dell’ambasciatore olandese padre adottivo dell’assassino e suo amante. Romanzi così (tutti veri ma che sembrano inventati) se ne scrive uno ogni morte di papa (o di poeta). Benché dall’inizio si sappia come andò a finire, si segue la vicenda con animo sospeso e trepidante sperando a ogni giro di pagina, a ogni documento inedito scovato dall’autrice, che la pallottola possa essere fermata, il duello rimandato. Che la civetteria di Natalie possa essere appagata e l’orgoglio di Puškin placato senza spargimento di sangue. Fermare il tempo e le pallottole è miracolo possibile solo ai bei libri. Si esce da questo romanzo scossi e turbati, come se Puškin fosse stato ammazzato ieri sera.» Sergio Ferrero"Avvenire", 3 giugno 1995«Non credo che esista al mondo un altro poeta amato dal suo popolo quanto Puškin dai russi. Sono passati centocinquantotto anni dalla sua tragica morte a soli trentasette anni, sono crollati nel frattempo l’impero zarista e quello bolscevico e non è retorica dire che la Russia porta ancora il suo lutto. Si può averne una conferma se si pensa che a Pietroburgo il traduttore di documenti recentemente scoperti che illuminano di una luce del tutto nuova le circostanze all’origine del duello in cui il poeta perse la vita, è costretto ad esporre quotidianamente i risultati del suo lavoro per venire incontro alla curiosità di decine di persone che si affollano davanti alla sua casa con una passione che nulla, né la durezza dei tempi, né l’inclemenza del tempo, sembra poter condizionare. A scoprire tali documenti è stata un’italiana, la slavista Serena Vitale, che ne ha fatto un libro: Il bottone di Puškin, pubblicato dalla casa editrice Adelphi. Responsabile, negli scorsi anni, dell’ondata di passione che ha investito anche da noi l’opera e la vita di Marina Cvetaeva, la grande poetessa protagonista di una tra le più strazianti vicende avvenute sullo sfondo della rivoluzione di Ottobre e dei suoi funesti sviluppi, la Vitale, studiosa dei poeti russi di questo secolo, si vedeva sempre fatalmente ricondotta – è lei stessa a dirlo – al nome fatale di Aleksandr Puškin, iniziatore (viene fatto di dire inventore) della letteratura russa moderna con un fascio di poemi, alcuni racconti lunghi in prosa e un romanzo in versi, Evgenij Onegin, che basterebbe da solo alla gloria di qualsiasi paese. Non c’è un solo scrittore russo che non abbia fatto i conti con lui, con la sua lezione definitiva, che a lui non abbia, più o meno scopertamente, più o meno umilmente, fatto riferimento. Oltre tutto, la sua meteorica esistenza, tra le più singolari per origini, sviluppi, decisioni, sino a quella che doveva segnarne la morte, non ha mai più smesso di suscitare interessi legittimi ma anche curiosità volgari, e dubbi variamente, spesso bassamente strumentalizzati; l’enigma stesso della sua morte, a trentasette anni, come si è detto, nel duello con un bellimbusto, colpevole di avergli insidiato la moglie, è spesso stato ridotto alla qualità di un mediocre copione affidato a un attore sublime. In realtà, cos’era accaduto? Chi era il giovane D’Anthès, arrivato a cercare fortuna, e con qualunque mezzo, nella Russia della prima metà dell’Ottocento che proprio in quegli anni viveva l’ora più alta della sua gloria imperiale, mentre incominciavano ad affiorare i primissimi indizi del suo declino? Le retorica zarista, prima, e anche peggio la propaganda bolscevica, poi, avevano accumulato intorno e sopra la tragica vicenda ogni sorta di pudibonde, più o meno tendenziose, affabulazioni. A provocare la morte di Puškin sarebbero stati, di volta in volta, misteriosi affiliati di una consorteria bene inteso straniera, i gesuiti, lo zar stesso, assatanato di passione per la sua bella moglie, i controrivoluzionari: folla di nemici immaginari che avrebbero occultamente armato la mano dell’effettivo uccisore, l’incosciente giovinastro francese. Vietati, sigillati, al massimo socchiusi con infinita cautela, gli archivi ufficiali custodivano, ma soprattutto nascondevano, se non la verità definitiva, le voci e le testimonianze di prima mano, dei fortunati contemporanei del poeta, coloro che ne avevano goduto l’amicizia o almeno le sfolgoranti apparizioni, coloro che avevano patito della sua indifferenza, della sua insolenza, della sua sfrenata ironia, coloro che lo avevano adorato, odiato, invidiato, imitato, infine tutti coloro che, quasi avessero sentito gli spari fatali di quella mattina di gennaio, ne conservavano un’eco allucinata nella memoria. A tentare l’impresa di battere a tutte le porte, ad aprire le serrature di tutti gli archivi, gli scrigni, i bauli, a sfidare le ingiurie che il tempo non risparmia ai documenti dimenticati come a quelli più gelosamente conservati, Serena Vitale ha impiegato sette anni e un coraggio, una tenacia e una perspicacia che è raro trovare combinate in una sola persona. Si ha la tentazione di scrivere "personaggio". Perché in realtà l’intrepida slavista, a furia di amore, è arrivata a confondersi un po’ con tutti i personaggi di cui andava quasi magicamente risuscitando le vicende terrene. Materiale e personaggi, questi, che qualsiasi scrittore sognerebbe di avere a disposizione almeno una volta nella vita per trovare posto trionfalmente tra i grandi romanzieri. Bene, il miracolo di questo Bottone di Puškin è anche nel fatto che l’autrice, invasata come pure si è detto della storia e del suo eroe, non ha mai accettato, neppure un momento, di venire meno al rigore della ricercatrice che è per natura, non si è concessa il minimo effetto, non ha ceduto alla minima tentazione di arrangiare, o peggio ancora affabulare. Il risultato? Un libro trascinante che su questa somma di rigore, quasi di pignoleria, si impone lo stesso al lettore con il ritmo di un romanzo poliziesco, adotta intonazioni da racconto settecentesco, dall’allegretto all’andante con moto, spalanca davanti al lettore porte segrete da romanzo nero, non teme i colpi di scena, l’emozione, la passione: un libro unico, nel quadro della letteratura italiana, anzi, europea, degli ultimi decenni.» Aldo Grasso"Corriere della Sera", 8 luglio 1995«La messa in onda del Premio Strega è stata preceduta da uno spot di "interesse sociale". Un uomo si scavava a badilate una fossa (metafora) mentre una voce fuori campo lo incalzava minacciosa: fai questo?, fai quell’altro?, leggi un libro? Lui faceva spallucce. A operazione compiuta, lo slogan radioso: "Coltiva più interessi, è nel tuo interesse". Confortati da tanto viatico, abbiamo abbandonato l’Alba Parietti di "Beato tra le donne" (in rosso, con uno spacco vertiginoso) per coltivare i nuovi interessi che ci porgeva Paola Cacianti (in rosso ma non propriamente vertiginosa nell’accavallare le gambe, anzi). È vero, non è elegante sparare sull’atroce in rosso. E poi, lo ha ricordato Sergio D’Elia, ex Prima Linea, marito della vincitrice Mariateresa Di Lascia, "nessuno tocchi Caino". Fate presto, voi convertiti, a predicare il buonismo. Lasciateci almeno strapazzare Abele. È una regola: in video devono apparire solo i fratelli buoni. A nulla. Alcune domande della Cacianti: "Come ci si sente a essere uno della cinquina?", "Come vive una lettrice questi premi?", "Nel mondo della moda c’è qualcosa di analogo allo Strega?", "Qual è il sentimento di un giurato?". Due dialoghi surreali, degni di Totò. Cacianti e la moglie dell’ambasciatore italiano a Mosca. "Lei, ambasciatrice, legge nelle lontane Russie?". E ti aspetti: "Sì, ho appena letto un romanzo-saggio stupendo, mozzafiato, si chiama Il bottone di Puškin, lo ha scritto Serena Vitale e farà di tutto perché anche i russi lo conoscano", e invece: "Leggo molto Alberto Bevilacqua e sono felice di incontrarlo stasera. Lo Strega è anche una festa mondana". Cacianti e Siciliano: "Sono molto diversi questi libri?". Risposta: "Tutti e cinque sono quattro libri che rappresentano la narrativa italiana". Il microfono poi va ad Annamaria Rimoaldi, l’erede della Bellonci, e ne vengono fuori domande tipo: "Come mai tante donne allo Strega?", con conseguenti risposte: "Ma no, anche in una precedente edizione ci sono state due donne, anzi tre [...]".
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