Recensioni di La casa di ghiaccioPietro Citati"La Repubblica", 19 marzo 2000«Quando leggevamo l’Evgenij Onegin o Guerra e Pace o I demoni o Anna Karenina o I fratelli Karamazov, alla fine della lettura ci siamo sempre chiesti: ma chi erano, nella realtà della vita, Andrej Bolkonskij o Nataša Rostova o Stavrogin o Pėtr Verchovenskij o Vronskij o Karenin o Myškin? A quali personaggi reali si ispirarono Puškin, Tolstoj e Dostoevskij? Era una domanda fuori luogo: perché i personaggi dei grandi romanzieri nascono sempre da migliaia di osservazioni, contaminano occhi, orecchie, gambe, menti, passioni appartenuti a decine di figure diverse, e poi li rifondono in creazioni assolute, che non hanno rapporti con nulla di vero, e portano tutte o quasi tutte un riflesso speculare della mente dei genii che li incubarono a lungo dentro di sé. Eppure questa domanda ha in questi giorni una risposta. La casa di ghiaccio (Venti piccole storie russe) di Serena Vitale è una galleria o una sinfonia di alcune decine di figure reali, in gran parte ignote alla grande storia, che vissero nella seconda metà del diciottesimo e nella prima parte del diciannovesimo secolo nella Russia di Caterina II e di Nicola I. Dovunque avvertiamo un respiro o un profumo di Puškin, di Tolstoj e di Dostoevskij. Tutto ciò che racconta Serena Vitale è assolutamente reale: attinto da migliaia di memorie, di lettere e di documenti: conosciamo ciò che dissero il 17 gennaio 1730 o il 14 novembre 1759 o il 14 febbraio 1775 o l’1 agosto 1786 Ekaterina Dolgorukova o Dar’ja Saltykova o la presunta figlia dell’imperatrice Elisabetta o Prokopij Akinf’evič Demidov o Lev Dmitrievič Izmajlov. Conosciamo i loro visi, i loro baffi, i loro stivali, le loro carrozze, le loro camicie, gli amori, le crudeltà, le corse a cavallo, le vendette, le avventure, i pranzi, le bevute: soprattutto le inconcepibili follie. Se qualcuno mi chiedesse: "Quale autentico libro di storia posso leggere sulla Russia zarista?", risponderei subito: "Leggete le Venti piccole storie russe della Casa di Ghiaccio". Eppure, quando chiudete il libro – leggetelo lentamente, pazientemente, senza perdere un particolare o un aneddoto, come lentamente e pazientemente è stato scritto – vi sembrerà di avere attraversato un incubo terrificante: quell’incubo che è stata la storia russa. In quel secolo, non c’è stato limite: non c’è stato limite alla forza, allo scatenamento, alle esagerazioni, alla dismisura, alla furia, soprattutto a quella che gli antichi greci, rispettosi del limite, chiamavano hybris. Mai tale ricchezza, ingegnosissima di fantasia, sempre pronta a scoppiare e a deflagrare, si è concentrata in centenni in un popolo. Mai tanta massa di Male si è raccolta nei cunicoli della vita, e di lì ha invaso la terra. Niente era, o poteva essere, piccolo: niente era, o poteva essere modesto e mediocre, come invoca la morale cristiana; a nessun Chardin sarebbe stato concesso di dipingere un coniglio o un salmone o una bambina col volano o una governante o una pentola o un uovo. Con aria implacabile Serena Vitale racconta esempi di crudeltà disumana, portata sugli animali e sugli uomini: di ricchezze e di fasto esorbitanti: di superbia smisurata, nata dall’orgoglio della stirpe: di appetito da orsi, di arbitrio incontenibile del potere. Tutti erano pazzi: eccentrici, maniaci, stravaganti: per piccole o enormi pazzie: folli nel senso letterale del termine; una specie di sovrabbondanza di sangue, mescolata alla più acuta e fantastica intelligenza, colmò il cervello di milioni di uomini e li fece delirare senza interruzione, per un secolo intero. Tutto era tragico: senza rimedio o salvezza. Di solito qualsiasi società senza limite ha una sua valvola di sicurezza: dove urge la violenza del tragico si scatena come un contrappeso, o un colorato pallone d’aria che si innalza nel cielo, la libertà assoluta e assurda del comico. In Russia accadde esattamente il contrario. La hybris tragica si rovesciò nel comico, e lo riempì interamente di sé. La Vitale enumera le facezie, le scempiaggini, le smorfie, i salti, le capriole dei buffi di professione: le assurdità dei grandi aristocratici: le insensatezze degli ufficiali, gli scherzi di un popolo intero. Non ci fa ridere, o tantomeno sorridere, mai: perché le buffonerie si capovolgono, si scatenano, diventano orripilanti e sinistre, come sono, forse, gli scherzi che si fanno tra loro i dannati, nell’ultimo degli inferni. Nell’inverno 1740 l’imperatrice Anna fece costruire, per il matrimonio di due suoi buffoni, una casa di ghiaccio: più sontuosa che se fosse stata costruita nel marmo, perché aveva sfumature celestine come una pietra preziosissima. Due delfini di ghiaccio fiancheggiavano il cancello d’ingresso: da essi zampillavano getti d’acqua durante il giorno, lingue di fuoco la notte. C’erano due mortai e sei cannoni di ghiaccio, che scagliavano a intervalli regolari proiettili di ghiaccio: due piramidi di ghiaccio con, dentro, lanterne colorate di carta: un elefante di ghiaccio, montato da un cavaliere persiano di ghiaccio, che spruzzava getti d’acqua alti otto metri o fiamme di petrolio. Sui sottilissimi vetri di ghiaccio della casa erano appese scenette licenziose. Le stanze erano riscaldate da ciocchi di ghiaccio spalmati di petrolio. Lì dentro tutto era di ghiaccio: il letto, gli specchi, i candelieri, i pettini, le spazzole, le boccette, le tavole, la credenza, le tazze, i bicchieri, i piatti, le posate. In questo soave nido d’amore, i due buffoni trascorsero la luna di miele, fino a quando, a primavera, la casa cominciò ad afflosciarsi lentamente e poi a dissolversi nella Neva. Chissà che anche il regime staliniano sia stato soltanto l’ultimo, e il più orribile, di questi scherzi sinistri, che l’immaginazione russa ha progettato: l’ultima casa di ghiaccio. Questa società aveva un fortissimo amore per tutto ciò che era formale, legale, ritualizzato. Quando morì Caterina II, il primo editto di Paolo I fu il seguente: "A tutta la popolazione viene prescritto l’uso di cipria e codino; sono vietati cappelli tondi, stivali coi risvolti, pantaloni lunghi; i lacci delle scarpe vanno sostituiti con fibbie; i capelli devono essere pettinati all’indietro e in nessun caso ricadere sulla fronte". Così, col soccorso del codino e delle fibbie, la felicità della Russia veniva assicurata. Il paese adorava la rappresentazione, lo spettacolo, il teatro; e il rispecchiamento di sé stessa in forme sempre più microscopiche, come se l’enorme avesse un’inconfessata nostalgia per il piccolo e il minimo che voleva distruggere. Adorava soprattutto quella quintessenza della forma pura che è il gesto gratuito: la passione di Stavrogin giovane. Ecco le scommesse, le gare di sputo, gli scherzi pazzeschi, la disperata sfida del caso, la disperata sfida del destino, il gioco a carte dove si perdevano fortune, i duelli all’ultimo sangue. Ogni giorno, ogni istante, tutto veniva abbandonato all’azzardo: come se l’hybris non avesse altra meta che la distruzione dell’universo e l’autodistruzione. Se ci chiedessimo cosa si nascondeva dietro queste furie e questi giochi, avremmo una sola risposta: la Russia affondava nella noia come dentro un liquame: nessun paese europeo, nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo, ha mai conosciuto una noia così folta, funeraria e atroce. Lo speen dei romantici e di Baudelaire, che chiudeva l’orizzonte come una bara, era un lieve vento d’aprile. Tutta la grande letteratura russa era un inno doloroso all’anima e alla fuga da questo mondo: quanto sognano Andrei Bolkonskij, Pierre Bezuchov, Anna Karenina e il principe Myškin! Ma, nella società russa, come Serena Vitale la rappresenta, non c’era nemmeno una scintilla di anima: nessuna traccia di vita interiore. Tra tante decine di personaggi, l’unica creatura umana è un gatto nero, sorridente e giocoso, con due sghembe mezzelune d’ambra sotto gli occhi, che affoga per caso in una cisterna. Il mondo è qui: enorme, grave, pesantissimo, inesorabile: tutto urlo e furore; e anche per chi, come il gatto Vasja, possedeva un’anima, non c’era nessuna possibilità di fuga. Non restava che affogare nella ridda tremenda della tragedia e della farsa. A questo risultato contribuisce il modo di raccontare che, questa volta, ha scelto Serena Vitale. Nel Bottone di Puškin (ristampato questi giorni negli Adelphi), attraverso il groviglio intricato dei documenti e delle indagini poliziesche, risuonava in primo piano la voce del narratore: una furia allegra e indemoniata raccontava gli ultimi tempi della vita di Puškin. C’era un personaggio: il più grande scrittore russo analizzato in tutte le sue pieghe e le sue ombre e i suoi misteri e la morte misteriosissima. Qui, invece, non c’è intenzionalmente nessuna voce e nessuna psicologia. Una parola anonima, lontana, implacabile, inattingibile deposita sulla carta le venti storie russe: non commenta mai, non ride mai, non si commuove mai, nemmeno davanti agli eventi più orribili e farseschi. Serena Vitale se ne è andata via: sta chissà dove, forse nella Pietroburgo di Caterina II o di Nicola I; e ha lasciato al suo posto un impressionante fantasma di narratore. Forse La casa di ghiaccio ha un modello letterario inconsapevole in quelle Anekdoten che piacevano moltissimo a Goethe, e che concentravano in sé i diversi modelli del racconto classico italiano. Non c’è nessun ritmo narrativo, nessuna velocità degli avvenimenti e della narrazione. Niente scorre. Niente fluisce. Tutto viene rallentato, ispessito, concentrato e concentrato ancora, fino ad assumere la densità dell’apoftegma e dell’epigramma. Così, senza volerlo, Serena Vitale ha inciso la pietra tombale della civiltà russa.» Carlo Fruttero – Franco Lucentini"La Stampa", "Tuttolibri", 25 marzo 2000«L’amatore di storie straordinarie, da leggere magari a voce alta in una cerchia di amici strappati alla tv, non puo' perdere questo libro. Già con Il bottone di Puškin Serena Vitale ci aveva deliziati qualche anno fa ricostruendo da magistrale narratrice nonché da esemplare investigatrice, le strane vicende che portarono alla morte in duello del poeta russo. E russi sono i venti ritratti, di taglio tra Plutarco e Lytton Strackey, allineati nella strabiliante galleria di La casa di ghiaccio, ora uscito da Mondadori. Della Russia tra Sette e Ottocento ognuno di noi un'idea se l'è potuta fare attraverso le grandi architetture dei suoi romanzieri. Ma qui, e non è il lato meno interessante del libro, di quei capolavori si possono vedere a perdita d'occhio le fonti o radici o pressanti ispirazioni. L'autrice ha l'eleganza di non dircelo, di non sottolineare neppure una concordanza letteraria, si limita a esporre lasciando a noi le agnizioni: ah, ecco perché Gogol’, ecco da dove vengono Pierre, Oblomov, Stavrogin... Che sembrano addirittura ovvii dopo questo ventaglio di documentate enormita', in primo luogo numeriche. "Seicentoventi cani e due dozzine di cammelli seguivano Pietro II quando, l'8 settembre 1729, lasciò Mosca per l'ennesima battuta di caccia...". È l'incipit, introduce come meglio non si potrebbe il delirio accumulativo che soffia su questa terra della dismisura; dalla casa di una nobildonna di provincia imparentata con mezza aristocrazia dell'impero spariscono domestici e serve, annegano stallieri e piccoli funzionari, le autorità insabbiano per anni le denunce, alla fine due terrorizzati superstiti riescono a farsi sentire dalla Grande Caterina, l'inchiesta appura che la signora è un "mostro", un'assassina sadica, che uccide spesso di sua mano con fruste, bastoni, batticarne: le vittime sono più di cento. A centinaia si contano sempre le finestre di ville e palazzi, settecento sono i giardinieri di un magnate che vuole un orto botanico sull'unghia, cinquecento sono le vittime di una colossale baldoria notturna che lo stesso magnate offre al popolino di Pietroburgo, duecentocinquemilatrecentoventisette sono i versi che un poeta grafomane compone nell'arco della vita, obbligando chiunque gli capiti a tiro nelle vie della capitale a sentirseli declamare. Su una simile scala di stravaganze, megalomanie, eccessi, trasgressioni, prodigalità suicide, sembrano davvero poca cosa le eccentricità dell'Europa occidentale. Di incontenibili sperperatori di vita e di beni ne abbiamo avuti non pochi anche noi, ma non certo in misura così esplosiva. Le descrizioni di banchetti, palazzi, bagordi, gioielli, giardini tolgono il fiato, la morte del principe Potėmkin, favorito di Caterina, è di una grandiosità omerica, le sfrenate avventure del conte Tolstoj (Fėdor), esploratore, baro, crudele burlatore, eroe di guerra, duellista con undici vittime, vanno molto al di là del romanticismo più baironiano. Congiure strampalate e disperate, matrimoni con zingare o servette raccattate in Toscana, carceri remote a pane e acqua per anni e improvvise riabilitazioni, il fasto più sgargiante, la miseria più nera, il ritorno di fortuna, giudici comprati o inflessibili, zar e zarine che giocano con i buffoni, i reggimenti, gli amanti, i cosacchi. Sembra impossibile che una società così sgangherata e stravagante abbia "tenuto"fino al 1917. E che proprio lì, anziché in Germania, sia stato tentato l'esperimento comunista; un progetto razionalistico, a pensarci, altrettanto folle e destinato anch'esso alla moltiplicazione infinita di ancor più smisurati e sanguinari orrori. Serena Vitale non dice una parola al riguardo ma la Casa di ghiaccio che dà il titolo al volume una qualche risonanza simbolica, profetica, sembrerebbe averla. "Sulle rive della Neva, tra l'Ammiragliato e il Palazzo d'Inverno, i pietroburghesi avevano visto sorgere giorno dopo giorno, candido prodigio, una casa di ghiaccio - ce n'era grande abbondanza quell'inverno (1740)". L'idea è dell'imperatrice Anna, grande cacciatrice con arco e fucile e incline agli scherzi elaborati e feroci. Ha imposto al principe Golicyn, buffone di corte, il matrimonio con una specie di schiava calmucca e per la prima notte di nozze ha fatto scalpellare l'edificio, dove ogni minima cosa, colonne, statue, vetri, soprammobili, letto, caminetto, ciocchi (spalmati di petrolio), piatti, pettini, spazzole, un orologio da tasca, è di ghiaccio minuziosamente cesellato. Fra cortei, sfilate e cori gaudiosi la coppia ci passa la notte (e concepisce anche un figlio). "Agli inizi di marzo la casa di ghiaccio cominciò ad afflosciarsi lentamente sul lato meridionale, poi si sciolse del tutto e tornò, acqua, alla Neva ". Il principe non si prese neppure un raffreddore, morì a novant'anni. Un Paese dove sono successe cose del genere non puo' non avere un mirabolante avvenire». Fulvio Scaglione"Famiglia Cristiana", 2 aprile 2000«Come il cinema, il calcio e la moda. Diventata, per i clamorosi eventi dell’ultimo ventennio, fenomeno mediatico, la Russia paga il prezzo che questo comporta: tutti sappiamo quale film merita l'Oscar, tutti saremmo ottimi allenatori della Nazionale e taglieremmo giacche migliori di Armani. Inutile aggiungere che potremmo governare la Russia assai meglio di quanti ci hanno finora provato. Ma la Russia, per fortuna, non è nata ieri e Serena Vitale ce lo ricorda in modo narrativamente obliquo e proprio per questo assai fecondo. In questa raccolta di racconti-saggio (la stessa ricetta, in forma breve, del suo splendido Il bottone di Puškin) che toccano la Russia del Settecento e dell'Ottocento, ricorrono personaggi di seconda o terza fila: zar, generali e poeti restano fuori, qui si muovono nobili e nobilastri, avventurieri smodati, parenti poveri dei sovrani, militari di dubitabile carriera, buffoni e rimatori falliti, persino assassini e dementi. E’ la Russia dell'istinto e delle viscere, dei cortili e delle cantine, delle province e degli spazi. Il gran Paese degli eccessi, dove le analisi razionali faticano ad arrivare. Così, facendo agire questa sua bislacca compagnia di giro, la Vitale ci ricorda che la delazione, anche ai danni dei genitori, non l'aveva inventata Giuseppe Stalin; che il primo tentativo di riforma, da quelle parti, non l'ha fatto Michail Gorbaciov; che la burocrazia corrotta e gli "oligarchi" non sono nati sotto il cavolo di Boris Eltsin ma tanto tempo prima. Cose banali ma che occorre sapere, per capire qualcosa di ciò che accade anche oggi laggiù, così lontano. Ma questo è già il "dopo". E’ quella sovrapposizione di utilità che sempre, testardamente, chiediamo a una storia, qui con qualche ragione per l'aggancio alla Storia. Ma prima conviene abbandonarsi alla fantasmagoria di questi racconti, lasciarsi trascinare dalla folla come dalla trojka che vigorosa decolla alla fine delle Anime morte di Gogol’. Danziamo dunque con il principe Potėmkin, rabbrividiamo a nominare l'omicida Saltyčicha, scansiamo nei viali del Giardino d'Estate, nell'imperiale Pietroburgo, il mite poetastro Chvostov. Compatiamo il semi-pazzo (ma lo sarà davvero?) Dmitriev-Mamonov, chiediamo udienza al veggente Korejša, che possa indovinare la radice delle nostre tristezze. La Russia è qui, nascosta dietro le loro palandrane, le serve vittime e padrone, le gozzoviglie, gli eserciti da burla e da tortura. Non altrove». Isabella Bossi Fedrigotti"Corriere della Sera", 4 aprile 2000«...I venti "pezzi" che compongono il volume [...] Serena Vitale li ha ricavati dagli annali, dalle memorie, dalle corrispondenze e dalla massa dei documenti consultati. Ma nonostante questa loro rigorosa storicità, hanno l'andamento e il sapore delle favole: nessun Grimm, nessun Andersen sarebbe stato capace di inventare parabole più suggestive, più crudeli, più romantiche e più simboliche di queste che potrebbero iniziare, tutte quante, con "C'era una volta un uomo". Destini di uomini e donne a noi perfettamente ignoti ci narra l'autrice e, sebbene ogni tanto alcuni nomi di protagonisti e comparse, come Potėmkin, Dolgorukov, Golicyn o Saltykov, suonino conosciuti, è solo grazie alla chiave della sua scrittura e della sua ricerca che riusciamo a guardare in faccia i personaggi, disgraziati o eroi, santoni o malfattori, all'improvviso usciti dal buio e ora immersi in quella particolare luce che li fa apparire fiabeschi eppure di carne e ossa. E, in un certo senso, anche familiari, perché sono così somiglianti —nella loro mancanza di misura—a quelli che si muovono sugli sfondi dei grandi romanzi russi. C'è la rampante neoricca, spietata massacratrice di serve, c'è il brigante ravveduto e poi tornato al malaffare, la mancata sposa imperiale con le sue arie da trono, il veggente santo che fa i miracoli in manicomio, il colossale principe, favorito della Grande Caterina; e poi ci sono stralunati conti e dame senza cuore, finte granduchesse e servi bistrattati, poeti rivoluzionari e militari traditori, latifondisti crapuloni e avvelenatori recidivi: tutti sulla scena di una Russia eccessiva e magnifica. E così violenta, selvatica e spaventosamente ingiusta da invocare a gran voce una rivoluzione che, a giudicare con il senno di poi, sarebbe dovuta scoppiare ben prima del fatidico 1917. Accanto ai personaggi, chiusi nei loro malvagi o benefici incantesimi, accanto agli struggenti paesaggi, estivi e invernali, di luccicanti città e miserabili villaggi, seducono certe sublimi follie cui si dedicarono l'una o l'altra di queste indimenticabili comparse della storia. La residenza di ghiaccio voluta sulle rive della Neva dall'imperatrice Anna Ivanovna, che vi costrinse, per la loro prima notte di nozze, una coppia di sfortunati cortigiani, ritrovati al mattino semiassiderati. Oppure la perfettissima casa di bambole fatta realizzare negli anni da Pavel Voinovič Naščokin, amico di Puškin, così straordinariamente curata fin all'ultimo dettaglio che i piccoli cassetti della piccola cucina si aprivano per rivelare apribottiglie, grattugie, pelapatate, spremilimoni, forbici e schiaccianoci minuscoli e realmente funzionanti. O, ancora, quelle tonnellate di sale che il magnate Prokopij Demidov, convinto di non arrivare a vedere un altro inverno, fece comprare e gettare sul viale di casa sua per poter sfrecciare con la slitta sul bianco immacolato come neve. Leggero deve essere stato il compito del favolista russo: non aveva che da aprire il giornale e leggere le cronache di quel che succedeva intorno, per città e campagne. E là dove i suoi colleghi di altri Paesi dovevano spremere al massimo la fantasia, a lui bastava aprire la finestra e tendere l'orecchio ai fatti di vicini conoscenti, amici e amici di amici». "Il Foglio", 19 aprile 2000«Si apre con lo zar Pietro a caccia nelle campagne intorno a Mosca "La casa di ghiaccio", il nuovo libro di Serena Vitale dedicato alla Russia fra Sette e Ottocento. Ma non si tratta dell'ennesimo racconto sul Grande modernizzatore della Russia, con al centro il fondatore di Pietroburgo (la nuova capitale voluta come "finestra sull'Europa" per strappare il paese alla millenaria barbarie asiatica) bensì della storia "minore" di Pietro II, morto quattordicenne nel 1730, ultimo dei Romanov in linea di successione maschile. Nel nome del sovrano adolescente le vecchie famiglie boiare di Mosca combattono con i nuovi potentati della Neva. Vincono i secondi, la vecchia capitale è messa in un angolo: sul trono sale allora Anna di Curlandia, detta la Sanguinaria. Quanto al Pietro più celebre, appunto il Grande, il suo nome compare solo nell'ultima delle "Venti piccole storie russe" (così il sottotitolo, un po' troppo vezzosamente crepuscolare, del volume), muto e immobile, come quel Cavaliere di bronzo, rappresentato nel monumento equestre diventato simbolo della sua città. Dall'inizio un po’ a sorpresa si passa a un finale ugualmente a effetto. Nel libro a zar e personaggi famosi è riservata la parte di fugaci comparse. Come nelle antiche cronache, affollano "La casa di ghiaccio" figure stravaganti, titani piegati dalla Storia o demoni meschini che dagli avvenimenti con la maiuscola non sono stati neppure sforati. Alcuni nomi che ricorrono sono oggi noti solo ai più colti fra gli stessi russi. È il caso della temibile Saltyčicha, sadica possidente che sul finire del Settecento, nell'età aurea di Caterina, l'imperatrice amica degli enciclopedisti, torturò e uccise oltre 100 tra servi e serve della gleba. O dell'accanito duellante Tolstoj l'Americano, prozio del grande Lev, o ancora di Chvostov, versificatore "ernioso" quanto prolifico, il cui nome è riportato con immeritata serietà anche in una storia della cultura russa pubblicata in Italia. Gli altri primattori del libro sono semplicemente dei "dimenticati". Corre nelle pagine un'autentica sfilata di auctoritas in do minore che va dal padrone del gatto Vasja, latifondista vecchio stampo alla maniera di Aleksandr S. Puškin e Nikolaj V. Gogol', al sordido Izmajlov, parente stretto dei signori Golovljov di Saltychov-Ščedrin. al conte Dmitriev-Mamonov, che molto ha in comune col filosofo Pjotr Čaadaev (dichiarato ‘pazzo’ per volere di Nicola I nel 1836) e col Pierre Bezuchov di "Guerra e pace". Discende invece direttamente dagli eroi byroniani della letteratura russa Aleksandr Jakubovič, decabrista traditore, di cui Serena Vitale si serve per raccontare, con la secchezza della cronaca giudiziaria, il "precedente borghese della rivoluzione proletaria" (secondo la storiografia sovietica), ovvero l'insurrezione del 14 dicembre 1825 che, spogliata di ogni retorica, si rivela il frutto del folle velleitarismo di alcuni ufficiali della Guardia, incapaci di "passare (dalle parole, dai sogni) all’azione" e per questo condannati a soccombere. Come già il precedente Il bottone di Puškin (ricostruzione avvincente come una detective story degli ultimi mesi di vita del poeta, e insieme di un mondo e di un clima letterario destinati a finire per sempre proprio con la sua morte) anche il nuovo libro di Serena Vitale non appartiene propriamente al genere della fiction né a quello della saggistica di impianto accademico. Dietro la scelta delle storie da raccontare e l'eleganza della narrazione si riconosce un lucido progetto, non però una tesi da dimostrare; guida la mano all'autrice piuttosto un'idea forte della Russia, di ieri come di oggi, della sua storia e della sua letteratura, del suo eterno oscillare tra sublime e ignobile, insomma fra grandiosità e miseria». Claudia Sugliano – Bruno Mozzone"Il Secolo XIX", 21 aprile 2000«Serena Vitale, uno dei massimi studiosi di letteratura russa, autrice di traduzioni di Brodskij, Cvetaeva, Mandel’štam, Nabokov e, nel 1995, del fortunato libro Il bottone di Puškin, ci offre questa volta un inedito ritratto della Russia del XVIII e XIX secolo. Il volume La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe è un caleidoscopio di personaggi e vicende incredibili, tutte rigorosamente "vere", perché basate su un'imponente documentazione storica, consultata dall'autrice nel corso di un lungo e paziente lavoro di ricerca. Ma i documenti sfuggono alla penna della Vitale e prendono le ali per diventare narrazione e prosa di primissimo ordine, piena di umori e passioni che nulla hanno a spartire con la laconicità e la freddezza delle carte. Le intenzioni della scrittrice sono già ben chiare negli ‘incipit’ di due firme prestigiose, quelle di Aleksandr Herzen e di Fėdor Dostoevskij: il primo, citando alcune fra le stranezze dei personaggi ripresi dal libro, dice di sentirvi "una nota familiare a tutti noi russi pure se la cultura l'ha gradatamente affievolita", il secondo profetizza che "l'Europa ci scoprirà, come un giorno scopri l'America". E il "catalogo" di figure e vicende incredibili e fantastiche, carnali e mistiche, esagerate e crudeli de La casa di ghiaccio (non a caso sulla copertina campeggia la statua di cera di Pietro il Grande, perfetta incarnazione di tanti contrasti) vuole spiegare, attraverso personaggi minori quella "diversità" della Russia ancora oggi incompresa nell' "altra parte del mondo". La Russia "non si può comprendere con l'intelligenza", è stato detto, e Serena Vitale, che in essa ha trovato "un paese dell'anima", cerca di spiegarcela con il cuore e con una sorta di "pietas" verso i suoi personaggi, tormentati da incubi e follie, da incredibili manie di grandezza. Ma non sono forse questi i prototipi degli straordinari protagonisti della letteratura russa dell'Ottocento e del Novecento che l'autrice, docente all'Università Cattolica di Milano, da sempre frequenta? In alcune pagine de La casa di ghiaccio compaiono dame, che paiono uscite dai racconti di Puškin e si sentono echi della fantasia e del sarcasmo di Gogol, in altre campeggiano figure tragiche e possenti, come in Dostoevskij, in altre ancora rivive il carattere dell'Oblomov di Gončarov e pare di sentire gli echi della cavalcata diabolica di Bulgakov. E quasi sempre, attraverso queste piccole storie, traspare la poesia, di cui è impregnata l'anima russa, espressa nei modi più imprevedibili; così il vecchio e malato Prokopij Akinf'evič Demidov il 1 agosto del 1786, presentendo di non poter più vedere un altro inverno, preso dalla nostalgia per la neve, crea la sua personale, grandiosa opera poetica. Egli comanda di comprare tutto il sale in vendita a Mosca e lo fa cospargere su un lungo viale presso la sua tenuta di campagna per sfrecciarvi felice in slitta, dopo aver fatto denudare le betulle fino all'ultima fogliolina! Tutti i contrasti di un regime assoluto e di una società rigidamente divisa in classi compongono in venti capitoli - si leggono tutti d'un fiato – l'affresco composito di una Russia fatta di ricchezze inimmaginabili e di povertà disperate, dove la vita del servo è completamente in balia del padrone (magari proprietario di undicimila "anime") che, come nel caso della terribile possidente moscovita Dar'ja Saltykova, uccide i malcapitati con le sue stesse mani. Nelle pagine scorrono, quasi scene di un film, mangiate e bevute pantagrueliche, ricevimenti favolosi e imprese straordinarie, duelli e scherzi impietosi, il tutto animato da uno spirito vitale, che pare spingere i protagonisti agli eccessi più grandiosi. Malgrado questo, è tuttavia il senso della fine ad aleggiare sul libro e sulla società che tanto bene ci narra. Lo scioglimento, in primavera, della casa di ghiaccio del titolo, fiabesca creazione, voluta dall'imperatrice Anna per festeggiare il matrimonio con una sua impresentabile protetta calmucca, da lei imposto al principe Golycin sembra preannunciare altre morti simboliche, come quella del principe e condottiero Potemkin, ex favorito di Caterina, e del figlio di questa, l'infelice un po' folle Paolo I, strangolato in una congiura di palazzo nell'imprendibile Castello Michajlovskij, in cui si era rinchiuso per sfuggire alle proprie ossessioni». Giorgio Montefoschi"Io Donna", 29 aprile 2000«Queste "Venti piccole storie russe" avrebbe potuto scriverle una diligente allieva di Borges, consapevole di quanto il grande scrittore argentino amasse la crudeltà dissimulata nei racconti noir e surreali di Stevenson. Invece, con parecchia abilità, gusto del dettaglio storico e la predilezione per l’eccesso e il paradosso, le ha congegnate Serena Vitale. Si tratta di venti piccoli ritratti della Russia zarista fra la fine dei Settecento e i primi anni dell'Ottocento. Venti pescaggi sorprendenti in una specie di sottosuolo dell'anima, buio e agghiacciante, del quale anche il più azzardato lettore dei romanzi russi più cupi od ossessivi difficilmente potrebbe immaginare l'esistenza. Come ci appare la remota Russia zarista del secolo diciottesimo in particolar modo, attraverso codesta sfilata di imperatori-bambini, imperatori e imperatrici corrotte, nobili rapaci viziosi, uomini e donne crudeli, scialacquatori, giocatori, beoni, crapuloni, briganti? Č una Russia nella quale l'immenso potere e le immense ricchezze conferite ai pochi producono l'effetto di un immenso nero dell'anima, per nulla ammorbidito dai fan del lusso oltraggioso, dalle sinistre risa della burla. Però, è vero, in quel mondo orribile e tetro in cui l'essere umano era meno di niente, non si mozzavano soltanto lingue e mani, non si strappavano soltanto narici e occhi, non si percuoteva soltanto la gente a morte, o la si inviava nei geli della Siberia, nell'oscurità delle celle; c'era anche chi pensava di combattere l'ottusità della vita, organizzando giganteschi banchetti, comprando palazzi, costruendo minuscole case di ghiaccio per prime notti di nozze. Ma questa giocosità non aveva nulla di aereo, nulla di elegante, nulla di liberatorio. Faceva ripiombare i suoi effimeri eroi nella medesima cecità da cui avevano cercato di sollevarsi. Anche i più simpatici: come quel giocatore baro, davvero troppo esigente; e l'amico di Puškin, impegnato a riscrivere i versi che, la notte, il poeta scomparso dettava dall'aldilà». Antonio D’Orrico"Sette", 11 maggio 2000«Visto che il mondo si va globalizzando prima o poi si dovrà procedere a una rigida specializzazione. Allora, probabilmente, l'Italia sarà destinata a essere il grande museo o il grande ristorante del pianeta. All’Inghilterra toccherà di essere la sede del Parlamento mondiale. Alla Francia andrà la cura delle cantine... A ciascuno secondo la sua vocazione, insomma. E la Russia? La Russia sara l'immensa biblioteca della Terra, la patria dei grandi romanzi, delle storie più avvincenti, l'archivio mondiale della letteratura. Questo scenario, non poi tanto futuribile, forse addirittura prossimo, mi è venuto in mente leggendo La casa di ghiaccio di Serena Vitale. Tecnicamente parlando lo si dovrebbe definire un libro di racconti, ambientati nella Russia sette-ottocentesca, scritti in una maniera che sarebbe piaciuta ai formalisti russi perché sono vicende vere che danno l'idea di essere finte. Lo stesso accadeva nel precedente grandioso libro della Vitale, l'incancellabile Bottone di Puškin, capolavoro dal quale non ci siamo ancora del tutto ripresi. Sulla copertina del libro c'è scritta, in caratteri minuscoli, una grande menzogna: "Venti piccole storie russe". Non sono piccole per niente queste storie. In quasi ognuna di esse è condensato un romanzo di ampie dimensioni. Non è un romanzo forse l'avventura della donna che avrebbe voluto farsi zarina e, invece, per la morte, nell'imminenza delle nozze, di Pietro II finì per restare a vita una promessa sposa (una specie di zitella del potere) e consumò molti anni in galera, e prima di morire ordinò che fosse bruciato l’intero suo guardaroba («Nessuna dopo me indosserà ciò che vestiva il corpo dell'augusta fidanzata»)? Non è un romanzo, l'atroce vicenda della Saltykova, serial killer di domestici e domestiche (più di cento le sue vittime), per la quale fu fatta appositamente costruire "una prigione sotterranea", e che trascorse decine d'anni in clausura senza però mai manifestare un barlume di pentimento ("Viveva nell'oscurità, una candela veniva accesa solo quando, una volta al giorno, il soldato di guardia le portava da mangiare. Da uno di quei soldati ebbe un figlio")? E come altrimenti definire, se non romanzi, il racconto della vita del "serenissimo principe Potėmkin di Tauride, comandante in capo dei teatri di guerra del Sud"? E quello della quaresimale pazzia di Paolo I? E quello del conte Tolstoj (parente, parente), il duellante che si segnalò in guerra per il suo "crudele coraggio"? Tutti romanzoni degni di Dostoevskij, di Tolstoj (Lev). Serena Vitale ha imparato il segreto dai formalisti russi: per scrivere romanzi oggi bisogna scrivere cose che non siano romanzi (una specie di mossa del cavallo degli scacchi: partire in una direzione per approdare a un'altra). Č brava, bravissima, la migliore. Perché Adelphi, suo ex editore, se l'è lasciata scappare?» Piero Sinatti
«"Il vuoto soffocante e l'afasia nella vita russa, che convivono con la vivacità o la violenza del carattere, sviluppano in noi con forza ogni genere di follia", scrive il grande scrittore e rivoluzionario russo dell'Ottocento Aleksandr Herzen, in un capitolo dell'autobiografia, Passato e pensieri. Da qui parrebbe aver tratto ispirazione Serena Vitale per la sua ultima fatica: La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe, apparso da Mondadori. Tra i nostri maggiori slavisti – le dobbiamo, tra l'altro, le edizioni adelphiane della Cvetaeva, di Zazubrin e di Nabokov – la Vitale è l'autrice de Il bottone di Puškin, un classico della letteratura puškiniana e, come questo nuovo, frutto di una felice combinazione di saggistica rigorosa e raffinata narrativa. La "follia" segna le venti storie: "piccole" solo per dimensioni, non per significato. Sintesi efficace di un'ampia materia documentale, sono ambientate sia nella Russia del Secolo dei Lumi, dagli zar "occidentalizzatori" (Pietro I e Caterina II) che la aprono all'Europa rafforzandone nel contempo dispotismo e servaggio, da quelli dementi e dalle zarine lascive con i loro torvi favoriti; sia in quella imperial-poliziesca e bigotta di Alessandro I e Nicola I, primi decenni dell'Ottocento. Follia russa, cresciuta sul terreno del patrimonialismo dispotico e della servitù contadina, generatori di arbitrio e sfrenatezza, di violenza e crudeltà, di spregio per la persona umana. Si parte dalla "casa" fatta edificare – esempio di greve epicureismo e illusionismo rococò – dalla zarina Anna nel ghiaccio della Neva per ospitarvi la prima notte delle nozze buffonesche con una laida cortigiana calmucca imposte a un nobile Golicyn, già trasformato per ordine regale in vil giullare di mensa; si arriva alla storia di una nobile Saltykova, la proverbiale Saltyčicha, citata da Herzen come esempio, non unico, di crudeltà padronale estrema verso serve e servi: ne ha fatti torturare, uccidere e seppellire cento. Bizzarra è la storia di un Van'ka Kain, "re dei ladri" (oggi si dice avtoritet o ladro in legge) e "pentito" collaboratore della corrotta polizia moscovita. "Insensato e spietato" è il linciaggio a opera del popolino di Mosca dell'arcivescovo Amvrosij nella peste del 1771. Grottesco è il casermesco teatro di un nobile Kamenskij, i cui attori-servi usava battere con verghe a ogni infrazione delle sue strampalate regie. A pura malvagia follia attengono: una gozzoviglia popolare all'aperto in pieno rigido inverno, innaffiata di alcool e conclusa con 500 morti per collassi e congestioni; una costosa e cruenta battaglia navale simulata dal principe Orlov nel mare davanti a Livorno; beffe sinistre ordite per ingannare il tempo vuoto e umiliare il prossimo da nobili di antica (Dolgorukov, Izmajlov, Tolstoj) e recente prosapia (Jakovlev), nullafacenti, ubriaconi, omicidi, giuocatori, bari, puttanieri e stupratori. Non mancano né dettagli della "grande storia", come il tristo tramonto del principe Potėmkin, quello dei "finti villaggi", favorito di Caterina II, o come certe viltà nella rivolta decabrista; né pagine di grottesca tragicità, come quelle sul nobile e colto Dmitrev-Mamonov, impazzito per ambiente asfissiante e persecuzioni; né pagine di religiosità popolare alla Leskov, come quelle sul taumaturgo Korejša. Occhieggia, infine, una comicità gogoliana nelle storie di un poetastro grafomane e di un mecenate amico di Puškin "la cui vita era durata 53 anni e almeno 15 cospicui patrimoni". Anche i due vivevano, come gli altri più truci signori, della miseria e delle sofferenze della servitù, come il dispotismo, la maggior tragedia dei russi. L'"anima russa" viene dopo, se mai c'è». Mario Santagostini"Il Giornale" 8 maggio 2000«C'è anche una storia minore. Quella dei comprimari. Del demi-monde, o del codazzo di nani e ballerine che sempre ruotano attorno alle grandi figure. Comparse, semicomparse. Che tuttavia hanno fatto parlare di sé. Per breve tempo. Chi vuole riportarle alla luce, dovrà conoscere assai bene la storia di un Paese, insinuarsi nelle pieghe degli eventi epocali, accanto o dietro ai nomi memorabili. Per rintracciare quelli che possiamo chiamare i personaggi-dettaglio: figure secondarie e appiattite sul proprio tempo. Ma proprio per questo rappresentative e assolutamente significative. Emblemi, nella cui vita si possono rispecchiare infinite altre vite. Ogni Paese, ogni tempo ha avuto (ed ha, ed avrà) i suoi. La Russia, quando faticosamente traghettava tra Illuminismo, modernizzazione, guerre napoleoniche e Restaurazione, ne ha avuti in numero enorme. O almeno: questo risulta dall'ultimo lavoro di Serena Vitale. La casa di ghiaccio, gran prolungamento di Il bottone di Puškin, è un libro quasi inclassificabile, felicemente ibrido: sospeso tra la narrazione, il saggio storico, il florilegio di racconti morali. Tutto, in quella Russia, appare eccessivo: distanze, pulsioni, energie, appetiti. Guadagni, perdite. E rancori, ire, amori, ambizioni. E smisurate sono le intelligenze come le stupidità, che a volte si connettono in un solo individuo, facendone un personaggio a metà strada tra la figura tragica e la sua controimmagine caricaturale. Scorre una galleria di grandiosi idioti, geniali buffoni. Abitatori d'un Paese paradossale che tenta da sempre di coniugare, come diceva Gobetti, Bisanzio ed Europa. Tra smisurate ricchezze e miserie. Retto da un sistema di potere dove ad alcuni è permesso (quasi) tutto e ad altri nulla, salvo obbedire e ringraziar Dio di poterlo fare. Capace d'innalzare i sudditi alle più alte cariche, poi segregarli, poi di nuovo riportarli in alto. Teatro dove tutto può accadere, e sfondo di vicende picaresche, grottesche: storie di viaggiatori, avventurieri, giocatori, generali, prostitute d'alto livello, sedicenti pretendenti ai seggi imperiali, magnati scemi, scherzomani, nobili dall'arroganza inenarrabile, ferventi e spiritualissimi bigotti. Le tensioni vitali, in quella Russia, sembrano segnate unicamente dalla smodatezza, dalla spinta all'abnorme. Si mangia, si beve, si ama e si esercita il potere senza controllo, o senza pietà. Ma è una vitalità smisurata, ossessiva: una corsa spesso ottusa verso l'esaurimento, la fine. Tutto è allora, in qualche modo, disumano, diverso: affascinante o irritante o misterioso proprio per la sua estraneità al mondo che il lettore è abituato a conoscere. Si viveva (forse si vive ancora) sul confine tra la storia e l'immaginazione. Direbbe il magnifico Bachtin che quella Russia era un mondo di eccessi dove il senso comune conobbe infinite sospensioni, interruzioni: un mondo perennemente rovesciato, carnevalizzato. Favoloso, vicino e lontanissimo da «noi», occidentali doc. Serena Vitale, per descriverlo nella sua complessità, si serve d'una prosa insinuante che tuttavia, all'improvviso, si lancia in enumerazioni. Allora passano sulla pagina liste su liste: portate per i banchetti, addobbi delle feste, mobili e soprammobili delle case, ornamenti, cristallerie, capi di vestiario, patrimoni. Sequele, à la Rabelais. Niente di più efficace, per verbalizzare l'eccesso. E afferrare una realtà ai confini dell'improbabile, incarnata in figure minori, a loro modo memorabili». |
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