Copertina di L'imbroglio del turbante, di Serena Vitale
serena vitale

RECENSIONI

Il Bin Laden del'700
di Natalia Aspesi

Sulle tracce di un eroe ceceno molto italiano
di Basilio Luoni

L'imbroglio del turbante
di Alfredo Radiconcini

Il mistero di Al Mansur. Profeta o impostore?
di Mario Celi

Quel briccone spaventa la Russia
di Giorgio Ficara

È come Indiana Jones
di Carlo Fruttero

I Sogni Portano a Trebisonda
di Armando Torno

Mansur, un ribelle in Cecenia
di Felice Piemontese

Un libro su Sheykh Mansur, il Bin Laden del ‘700
di Nico Naldini

Un benedetto " imbroglio" nella Russia del Settecento
di Folco Portinari

Romanzo di ricerca
di Goffredo Fofi

L’ultimo Don Chisciotte
di Barbara Alberti

 

Il Bin Laden del'700

di Natalia Aspesi " | La Repubblica ", 22 novembre 2006

Come un detective serenamente ostinato - Serena Vitale dice come Sherlock Holmes — per sei anni ha seguito un suo filo immaginario, sue induzioni, deduzioni, scoperte, illuminazioni, emigrando di archivio in archivio, a Torino e a Roma, a Londra e a Istanbul, a Mosca e a Stoccolma, a Vienna, Firenze, Napoli, Londra, viaggiando "tra l'Impero russo e quello ottomano attraverso le impervie strade del Caucaso". Inseguiva unŽombra, una fantasia, una menzogna, che lei ha svelato e risolto a modo suo, un mistero immerso nelle nebbie lontane della fine Settecento, tra gli oscuri popoli caucasici dalle 110 lingue diverse e incomunicabili; i lesghi e gli ingushi, i kartli e i karketi, gli osseti e i cumicchi, gli abkazi e i mingreli, lungo un itinerario impazzito che attraversava la Georgia, la Crimea, la Cecenia, la Circassia, la Turchia, la Russia, si soffermava a Costantinopoli, a Bagdad, a Trebisonda; un caotico viaggio che assurdamente partiva e poi ritornava in Italia, da/a uno sconosciuto paesino del Monferrato, Piazzano. Quella lunga caccia solitaria, che forse non è ancora conclusa, è diventata per ora LŽimbroglio del turbante.

Non è un romanzo, non è neppure un saggio: lŽautrice lo definisce "uno scritto", «la lunga e ossessiva ricerca di un personaggio che continuava a sfuggirmi, nascondendosi dietro tutti gli angoli dellŽEuropa, dellŽAsia. Tutto, mentre un documento mi portava a un altro a migliaia di chilometri lontano, si raddoppiava, si moltiplicava. E quando catturavo il mio uomo, si rivelava diverso da quello che era prima, diverso da sé e spesso simile ad altri. Il cervello mi scoppiava, gli amici mi sbeffeggiavano per la mia ostinazione, ci sono stati momenti in cui pensavo di lasciar perdere. Ma sprofondare nelle vecchie carte non mi ha mai deluso, e sono andata avanti». La sua preda elusiva era un uomo dai tanti volti o travestimenti, oppure dai molti sosia: una sola persona, tre o quattro, sei persone diverse, un doppio pirandelliano.

«Negli archivi di Mosca, dove mi conoscono da sempre, devono avermi preso per una matta per la frenesia con cui mi immergevo nei dispacci degli ambasciatori dŽepoca, scritti sempre in francese; negli archivi decentrati di Nantes ho fatto una figuraccia: finalmente avevo trovato uno scritto rivelatore e mi misi a gridare, "Ho trovato il mio uomo, ed è pure bellissimo!" I severi studenti silenziosi sulle loro carte presero un gran spavento, temettero che volessi sedurli». Ma chi era finalmente il "suo uomo"? Nei documenti che si accumulavano ormai da anni nella sua bella casa milanese cŽera un inafferrabile doppio Sheykh Mansur, ceceno di grande bellezza, tramandato dalle testimonianze: da una parte un uomo mite, "strano", mistico seguace del sufismo, un profeta che voleva riportare lŽIslam alla purezza delle origini estirpando dal popolo ceceno i vizi che lui stesso denunciava, predicando di villaggio in villaggio: «Da molto tempo il nostro popolo e io stesso seguiamo la cattiva abitudine di rubare, di uccidere senza pietà il nostro prossimo, di ucciderci anche tra noi e di fare soltanto il male». DallŽaltra parte cŽera il profeta guerriero, feroce adepto del wahabismo, che chiamava tribù e villaggi allo sterminio degli infedeli, cioè i russi cristiani ma anche i turchi islamici non profondamente osservanti: «Prossimamente avverranno alla luce del sole i miracoli e i prodigi del nostro profeta Maometto e gli infedeli saranno dispersi, il loro regno sarà scosso sino alle fondamenta, appariranno i segni della rovina».

I doppi erano molti, forse troppi, una specie di mantra o di trappola, e Serena Vitale si imbatté nella sua esotica storia anche in due Potiomkin, il principe, il generale, ambedue al servizio contemporaneo di Caterina II. Ma cŽera davvero un altro doppio del doppio Mansur, come racconta una vasta letteratura sia dŽepoca che recente? Che prove cŽerano che il profeta ceceno Mansur fosse in realtà un italiano, un piemontese, un frate domenicano pure lui molto bello, tale Giovanni Battista Boetti? Lo sostiene per esempio la lapide posta a Piazzano su un solido e ricco cascinale, in cui si produce un vino bianco leggermente mosso, chiamato, business is business, "Nettare del profeta": «In questa casa/ nacque il 2 giugno 1743/ Giovanni Battista Boetti/ che sotto il nome di profeta Mansùr/ Sceik Oghan Oolò/ alla testa di ottantamila uomini/ conquistò lŽArmenia/ il Kurdistan, la Georgia, la Circassia/ e vi regnò sei anni/ qual sovrano assoluto/ morì nel 1798/ in Solowetsk sul Mar Nero».

E se invece il doppio del doppio Mansur fosse stato un altro, o addirittura lŽaltro fosse stato un doppio di Boetti, anzi una sua immagine speculare, un turco convertito al cattolicesimo e poi riconvertito a Maometto, come lŽaltro era un cattolico convertito allŽIslam e poi tornato alla Chiesa? Si schermisce lŽautrice: «Il finale non lo posso rivelare, per quanto sia giocoso e induttivo, anchŽio ho i miei colpi di scena, come va di moda adesso, però da studiosa, da filologa». E cita una lettera del conte de Ségur al principe di Tauride: «Se scriverò la storia di un Mago, essa ricorderà un poŽ le fiabe. E voi mi porterete nuove prove della famosa massima, "Talvolta la verità può non essere verosimile"». Serena Vitale insegna Lingua e Letteratura Russa allŽUniversità Cattolica di Milano, è una celebre slavista, grande traduttrice, è stata superpremiata per un altro "giallo" di alta letteratura, Il bottone di Puškin, e per La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe, ambedue tradotti in molti paesi. Già il titolo LŽimbroglio del turbante, con quella parola, "imbroglio", scontenterà gli studiosi (o i piemontesi) che credono tuttora a questa fumosa, gloriosa storia o leggenda o menzogna o invenzione.

«Il titolo che volevo dare al libro lo avevo preso da una lettera di Boetti, Chiunque io mi sii, proprio per sottolineare come lo stesso personaggio sapesse di non essere quello che tanti avevano immaginato fosse. E qui mi permetto unŽaltra citazione, da Cervantes, che fa dire a Don Chisciotte: "Gli storici che mentono andrebbero bruciati come falsari. Eppure cŽè gente che sforna libri come frittelle". Anche Boetti-Mansur ha la sua ricca letteratura, a cominciare da una preziosa Relazione, certamente contemporanea agli eventi monferrini-caucasici, scritta in francese, che secondo la Vitale è esatta sino ad una certa data, il 1781, poi dilaga nelle frittelle, sfornate in seguito anche da frettolosi e entusiasti letterati, quali il professor E. Ottino che nel 1876 aveva scoperto negli archivi piemontesi la Relazione "proveniente da Costantinopoli", e certi biografi, a cominciare dal prolisso parroco di Piazzano Don Perpetuo Dionigi Damonte che ne scrisse nel 1882, sino ai più recenti, per ora, Isabella e Franco Foscherini, che ne scrissero nel 2001; poi in generale, titoli privi di dubbio, Il profeta armato, Il monaco conquistatore, La leggendaria storia di uno sceicco piemontese. Citato, il domenicano-profeta anche da Franco Cardini in Finestra a Levante.

Su Internet a Giovanni Battista Boetti corrispondono più di diecimila voci, con la solita confusione internettiana, che gli mette insieme lŽartista concettuale Alighiero Boetti, che del resto pare fosse suo più o meno diretto discendente; e forse per questo decise di rifare il viaggio caucasico attribuito al frate di Piazzano (secondo la Relazione gran seduttore con le donne e piagnone con le autorità ecclesiastiche) da cui poi ricavò un album fotografico.

Quanto allo sceicco Mansur, il Vittorioso, sempre su Internet ma anche in un articolo di Sergio Romano sulla guerra russo-cecena, viene definito lŽOsama bin Laden del XVIII secolo. In questa guerra tragica, risultato dellŽodio secolare ceceno per i russi, (che tra lŽaltro, sotto Stalin, li deportarono in massa), le figure di Mansur e Boetti sono state riesumate: Mansur dai ceceni, come loro eroe liberatore, la cui statua, a Grozny, ha sostituito quella di Stalin, Boetti dai russi, come prova che lo storico condottiero ceceno anti-impero russo non era che un frate italiano stupratore e imbroglione.

Il lettore di LŽimbroglio del turbante si sente trascinato in un fiume inarrestabile di notizie, paesaggi, battaglie, eroi, ambasciatori, pastori, malfattori, agnizioni, scoperte, crudeltà, passioni, stupri, amori, tra fiaba e grande storia: un giallo, un noir, un thriller psicologico rigorosamente documentato, ai tempi, in Europa, di Luigi XVI e di Giorgio III, e allŽEst di Abdulhamid I sultano dellŽImpero ottomano, i suoi califfi e le sue concubine, e Caterina II imperatrice di tutte le Russie, i suoi generali e i suoi amanti, nel pieno della prima Guerra Santa dellŽera moderna tra Islam e Occidente. Allora chi era Mansur, chi era Boetti?

«Quando urla la menzogna, bisogna provarla: io lŽho fatto: sono certa che Boetti non era Mansur, al massimo fu, come altri, uno dei suoi sei sosia: resta adesso da scoprire chi c'era dietro questi presunti eroi, profeti, avventurieri, condottieri; lŽInghilterra, la Prussia, il Daghestan, chi temeva lŽespansione russa, chi quella ottomana, chi quella cristiana, chi quella islamica». Il "giallo", a chi interessa, continua.

Sulle tracce di un eroe ceceno molto italiano

di Basilio Luoni | "La Provincia" di Como, 26 novembre 2006

Verso le tre del pomeriggio del 15 agosto 1785 Caterina II di Russia è nel suo studio all’Ermitage.

"Stava esaminando alcune ametiste intagliate, recente dono di un possidente siberiano, quando annunciarono l’arrivo di un corriere con un messaggio urgente del principe Potiomkin. ‘Ça c’est où Tchétchén?‘ pensò ad alta voce... Il principe l’aveva informata che oltre il Terek, di là del fiume Sundja, un ‘falso profeta‘ ceceno aveva travolto un reparto russo provocando gravissime perdite."

Sulla scrivania di Serena Vitale, nel maggio del 1998, trova posto il dono di un amico: un libro del 1915, "Il profeta Mansur. G.B. Boetti", un prodotto di quel ‘patriotisme d’antichambre‘ cui hanno ceduto per secoli gli ‘antiquari‘ della provincia italiana. Virgilio insegna: i doni, certi doni, sono pericolosi. Grande scrittrice e filologa insigne, l’autrice de "Il bottone di Puškin" e "La casa di ghiaccio" comincia a sfogliarlo, formulando distrattamente la fatale domanda: chi era costui? Secondo il "patriote d’antichambre" piemontese, G.B. Boetti, nato a Piazzano nel 1743, divenuto domenicano dopo una giovinezza turbolenta, libertina, va missionario a Mosul, è allontanato dagli ordini, forse prende il turbante, fa il medico a Costantinopoli, torna in Italia e al convento... Dal 1781 se ne perdono le tracce, ma ricompare col nome di Sheykh Mansur (il Vittorioso), nuovo profeta-guerriero musulmano, che "alla testa di un’invincibile e numerosa armata sbaraglia città turche, mette a ferro e fuoco la Georgia, marcia contro i russi". Possibile che l’ex-missionario di Piazzano fosse colui che Puškin aveva definito "uomo fuori dal comune che per molto tempo ha sollevato il Caucaso contro il dominio russo e finalmente, catturato da noi, è morto nel monastero di Solovetsk ", e cioè l’Imam che la Cecenia indipendente dei giorni nostri celebra come eroe nazionale? La domanda, un lieve morso di apprensione come quello di Caterina II, fa presto a diventare ossessione, e l’ossessione a tramutarsi in ricerca accanita, in inseguimento pluriennale, al limite dello scoramento e a rischio dell’incolumità fisica, attraverso le memorie del Settecento al tramonto e gli archivi di mezza Europa (Roma, Firenze, Parigi, San Pietroburgo, Mosca, Istanbul...).

Il risultato, invece di un racconto breve da aggiungere a quelli de "La casa di ghiaccio", è il meraviglioso ircocervo (saggio – diario – inchiesta – appunto – glossa – narrazione al confine del romanzo), che abbiamo davanti, screziato di innumerevoli colori: L’imbroglio del turbante, senza alcun dubbio il libro più euforico ed euforizzante dell’anno. E il più generoso, segnato dalla "largesse", dall’abbondanza che fu il segreto dei grandi sovrani.

L’indagine non approda a certezze, semmai apre nuovi interrogativi. Non ci fu un solo Mansur, ma almeno tre sono i più importanti segnalati, e con nessuno di loro è dato penetrare molto oltre gli abiti o i travestimenti che indossano. D’altra parte, non è l’Oriente la patria dei "falsi": falsi Pietro il Grande, falsi Dimitri, indietro fino ai falsi Alessandro dell’antichità? La verità della storia è inattingibile o non esiste. Forse è esistita un tempo, quando esisteva la Fama, che alta contro cieli tiepoleschi la proclamava al mondo tra clangori di tromba, ne incideva la sinopia sulle nubi. Ma nel mondo moderno la dea ha lasciato il posto anch’essa a centinaia, a migliaia di "falsi": le "voci", le dicerie, le chiacchiere, le calunnie, le invenzioni più o meno innocenti che si intrecciano, incrociano, sovrappongono, elidono stridendo come pipistrelli crepuscolari in una confusione babelica. Che, guarda caso, ha inizio nel Caucaso: "l’angelo volava alto sul Daghestan. L’ala sinistra restò impigliata nella cima di una montagna, e la sua bisaccia cadde sulla terra. In quella bisaccia si trovavano le lingue umane, e da allora ogni villaggio del Daghestan parlò una lingua diversa, incomprensibile al villaggio vicino ". Il filologo può cercare di classificare le "voci", riunirle e ordinarle in famiglie, stabilirne con ampia approssimazione il grado di verosimiglianza o di menzogna, le relazioni fra loro, ma non potrà vantarsi di aver messo le mani sull’Ur-Text.

Lo scrittore, che nel caso di Serena Vitale è il "doppio" del filologo, paradossalmente può ribaltare l’insoddisfazione in trionfo, allestendo un sontuoso spettacolo "comico" su due piani, ovvero doppio. Alla ribalta, usando un spericolato montaggio di sequenze fulminee che ha probabili debiti tecnici verso capolavori come il "Boris Godunov" di Puškin, dentro i décors caucasici, costantinopolitani, russi o italiani evoca in alternanza i personaggi più disparati: dal freddoloso Voltaire al melanconico Potiomkin, da Caterina II a Selim III, dal giovanissimo Bagration all’esangue cardinal Castelli, da Grimm a Bulgakov, dall’antiquario von Diez al complimentoso principe de Ligne. In mezzo a loro e a una folla di comparse degna dei più fastosi melodrammi (soldati, osti, monaci, cocchieri, barbieri, visir, pascià, carnefici, cameriste, dame di poca virtù, fanciulle rapite, ma anche i cani di Caterina, i gatti del Bosforo, il nibbio di Spallanzani) fa sgusciare, imprendibili, silenziosi o petulanti i fantasmi di Mansur: l’Imam di Aldi, il Boetti, il Montemurli, il Maurizi. Molti sono vitalissimi: mangiano, amano, combattono, spiano, complottano, viaggiano, chiacchierano, predicano; qualcuno cede all’ipocondria; qualcuno recita scene che poi vengono cancellate dal copione; tutti scivolano verso l’ombra: della prigione, della morte, degli archivi: la "retraite" della storia...

Ma dietro le quinte, nell’ombra, ecco un altro manipolo mobilissimo e indomabile: i nipotini di Don Chisciotte, i ricercatori, i filologi, i topi d’archivio. Muniti di "quaderno, guanti di gomma, farmaci contro le allergie, una bottiglietta di acqua, un thermos con caffè o tè, una larga busta di qualsivoglia materiale trasparente con gli strumenti... una lucetta ausiliaria", sono pronti a frugare tra le tavole, nei camerini, nel sottopalco, tra i rotoli di fondali, nelle ceste di costumi tarmati, ad arrampicarsi sui praticabili, a tuffarsi nelle botole e nelle cantine, a sfidare grumi di ragnatele secolari per assicurarsi le briciole, i frammenti minimi e tuttavia non insignificanti, con l’aiuto dei quali ricomporre lo spettacolo cui, a loro, è stato negato di assistere.

Hanno un dio tutelare questi fedeli della polvere, animati dalla speranza incrollabile nei "miracoli al passato"? Un santo che li protegga dalla congiuntivite, dal freddo delle biblioteche, dagli scivoloni sulla neve ghiacciata all’uscita – è ormai buio pesto – dall’archivio? Serena Vitale non lo dice, ma con finta noncuranza in una sequenza a cavaliere fra un versante e l’altro della sua "rappresentazione" fa comparire Gogol, o meglio la sua parte più appariscente: il naso, che in un istante — serve dirlo?- si moltiplica: diventa il naso di Kovaliov, protagonista del Naso, i due nasi artificiali in rame ricoperto da lamina d’argento dorato e tinto "che si trovano presso il funzionario di Murtaza Alì-Khan in luogo di quello asportatogli da Agà Mohammad-Khan" pagati quattrocentocinquanta rubli dalla cancelleria imperiale al provetto artigiano Osip Shishorin, su ordine firmato da Caterina II. Forse nell’Oltrespecchio brunito dove stazionano rassegnati, i fantasmi che furono i grandi o gli umili della storia vedono in sogno avvicinarsi appendici che non saprebbero definire se minacciose o promettenti, inquietanti però di sicuro: i nasi dei ricercatori.

L'imbroglio del turbante

di Alfredo Radiconcini | "Rai Libro .Settimanale di letture e scritture ", 16 marzo 2007

La parola imbroglio ha, a seconda del dizionario consultato, diversi significati, e indica principalmente una truffa o un raggiro, ma ha anche il senso meno comune di groviglio o intrico: certamente un bell’imbroglio in quest’ultima accezione è oggetto del libro di Serena Vitale pubblicato da Mondadori, con delle illustrazioni di Vladimìr Novàk.

La figura centrale del libro è lo sceicco Mansur, parola che significa vittorioso in arabo, il quale coi suoi ceceni si mise alla testa delle etnie delle montagne caucasiche nella insurrezione antirussa tra il 1785 ed il 1791. Questo eroe da leggenda è a tutt’oggi considerato un eroe nazionale dai ceceni, ed è stato ispiratore della resistenza al dominio russo e poi sovietico: echi dell’antica rivolta si trovano anche nel bel romanzo breve di Tolstoj Chadži-Murat. Mansur è stato da più parti identificato con Giovanni Battista Boetti, nato nel 1743 nel Monferrato, divenuto frate domenicano dopo varie vicende, che, fra ricorrenti seduzioni (risulta dai resoconti riferiti nel libro che si trattasse di un uomo prestante e di evidente bellezza) e piccole truffe, fu spedito nell’impero ottomano come missionario. La sua impressionante capacità di mettersi nei guai lo spinse a sedurre la figlia del Pascià di Mosul, e ad essere messo alla berlina per questo. Perse man mano la fiducia della Chiesa per il suo comportamento così frequentemente causa di problemi d’ogni genere, provò allora ad esercitare il mestiere di medico e si sparse anche la voce che avesse abiurato. Le ultime sue notizie si hanno nel 1780. La fascinosa fama leggendaria di Boetti, al quale nel suo paese d’origine è stata dedicata una lapide muraria commemorativa per le sue presunte imprese come Mansur, si è affermata in questa incertezza e ambiguità delle fonti storiche.

Ma le ricerche della Vitale negli archivi di mezza Europa, portano con sé un fiume di altri dati, districandosi tra fatti indimostrabili e contraddittori, e molti altri personaggi, fra cui un doppio di Mansur-Boetti che percorre la strada inversa: da musulmano raggiunge Firenze dove si fa battezzare cristiano, viene ordinato domenicano per poi essere riconosciuto anch’egli, secondo alcune fonti, nel ruolo del condottiero ceceno. Lungo tutto il corso della narrazione continuamente emergono nuovi elementi a moltiplicare ipotesi e tendere trabocchetti.

Ma allora chi è, se c’è, il protagonista di questa storia? Erroneo sarebbe volerne individuare uno. "Ingrato mestiere, quello di chi scrive romanzi storici: leggere tanti libri e documenti, mettere in testa alla gente pensieri ignoti, in bocca parole mai ascoltate...". Non si tratta certamente di un romanzo (nell’intervista concessa a Natalia Aspesi all’uscita del libro l’autrice lo ha definito "uno scritto"), ma le tante voci della narrazione, che emergono dalle carte consultate, sono composte in una tessitura concepita con l’acribia del grande studioso. E certamente tale è Serena Vitale: per lei chi abbia letto Il bottone di Puškin prova un sentimento di gratitudine, confermato dal successo internazionale e dalle molte ristampe di quel libro, e non solo di quello. Il suo cursus honorum è impressionante: allieva di Angelo Maria Ripellino; insegnante in diverse università; autrice di traduzioni di opere di grande importanza come Il dono di Nabokov, Brodsky, la Cvetaeva lo stesso Puškin, nonché di un libro-intervista al teorico del formalismo russo Šklovskij; è il caso di citare, anche se può sembrare magari titolo minore accanto al resto, la bella introduzione a Tolstoj nella collana tascabile dei Grandi Libri Garzanti – che pure deve aver contribuito a far conoscere il suo nome a generazioni di lettori.

Lo stile e anche il genere di ricerca, d’impianto in qualche modo illuminista, richiamano certe pagine di Sciascia, lo stesso gusto per la ricerca d’archivio ed il soppesare con cura il significato delle parole che si trovano nelle carte e nei fascicoli consultati. Nel paragrafo intitolato Paradisi sotterranei l’autrice descrive con sapiente ironia il gruppo degli studiosi, del quale fa parte, che percorrono l’Europa frequentando archivi alla caccia di dati per le loro ricerche:

"Cosa muove questo manipolo? La buona fede: la caparbia volontà di ricostruire il passato con la maggiore approssimazione a ciò che fu davvero. Non intendono ingannare se stessi né chi – forse – li leggerà. E poi? L’azzardo (il felice spasimo dell’alea: chiedere ai giocatori), l’avidità (di storie sempre nuove – quelle già lette non bastano mai), il disprezzo (per le "fonti secondarie" di cui non si fidano mai, increduli Tommasi), l’inconfessato piacere di un tutto particolare jus primae noctis. L’orecchio: hanno colto nella musica della storia una nota stonata, un intervallo muto, e in sogno hanno creduto di udire la melodia originale."

Una partitura rossiniana da opera buffa accompagna l’indagine su questo turco in Italia o italiano in Turchia: non mancano dettagli che fanno sorridere, come lo scivolone sul ghiaccio all’uscita da un archivio o il riferimento ai suoi cinque lettori, che fan pensare ai venticinque manzoniani.

Protagonista del libro è dunque, in fin dei conti, la ricerca d’archivio, di cui in queste pagine si trasmette in chi legge il gusto ed il piacere. La disposizione delle tessere dei differenti mosaici composti dalla Vitale percorrendo gli intricati sentieri delle diverse vicende seguite, giunge a dare molte risposte — come i lettori di questo libro hanno visto o vedranno: sia pure ancorata alla necessaria realtà del documento, l’autrice domina la materia del racconto come la Zarina Caterina la Grande, in questo volume tanto spesso citata, dominava su tutte le Russie.

IL MISTERO DI AL MANSUR. PROFETA O IMPOSTORE?

di Mario Celi | "Il Giornale", 9 dicembre 2006

Quando decise di celebrare i duecento anni dalla scomparsa del suo cittadino più illustre, l’amministrazione comunale di Camino, Basso Monferrato, gente cresciuta a Grignolino, Barbera e fritto misto, volle invitare una delegazione del Paese che aveva storicamente condiviso l’avventura di Giovan Battista Boetti, il religioso che, dalla piccola frazione di Piazzano e dopo lunghe peregrinazioni, raggiunse addirittura le steppe desolate della Russia centrale, dove divenne immediatamente il leader di quelle popolazioni.

A sintetizzarne la storia quasi incredibile, sulla facciata che dà nel cortile della sua casa natale, un cascinale del Settecento che sorge davanti a una chiesetta, è una epigrafe: "In questa casa nacque il 2 giugno 1743 Giovan Battista Boetti, che sotto il nome Profeta Mansur, Sheikh-Oghan-Oolò, alla testa di ottantamila uomini, conquistò l’Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò per sei anni qual sovrano assoluto. Morì nel 1798 a Solowetsk nel Mar Nero". Per don Perpetuo Damonte, il canonico della chiesa di Piazzano che quella lapide volle nel 1882, la precisione geografica, toponomastica e cromatica – Solowetsk è infatti sul Mar Bianco e non sul Nero – dovevano essere solamente dettagli, tanta era invece l’ammirazione per quel frate domenicano monferrino che facendosi chiamare Al Mansur ("Il Vittorioso") aveva dato anche vita a una religione sincretistica basata su elementi cristiani e musulmani.

Ma a raffreddare gli entusiasmi per le celebrazioni del duecentenario furono proprio i ceceni ospiti a Camino. "Giù le mani da Mansur, che è un eroe nazionale nostro – dissero -. Non ha nulla a che vedere con il vostro Boetti. È come se vi dicessero che Garibaldi era ceceno. Per noi Mansur è una sorta di Robin Hood del Caucaso. Tanto è vero che nel 1991 – quando la Cecenia tentò di proclamare la propria indipendenza mentre si andava sgretolando l’impero sovietico – la piazza dedicata a Lenin, nel centro della capitale Grozny, venne ribattezzata con il nome di piazza Al Mansur".

Secondo i caucasici, dunque, "questo Osama Bin Laden del diciottesimo secolo" (definizione dell’ex ambasciatore Sergio Romano) non era dunque l’ex frate domenicano piemontese Giovan Battista Boetti, ma un pastore ceceno che per circa sei anni combatté contro i russi in una lotta che ebbe fine nel 1791, quando i russi, ormai vincitori nei confronti dei turchi, riuscirono a catturarlo. La leggenda vuole che la zarina Caterina, colpita da ciò che si raccontava di lui e del suo coraggio in battaglia, accettò di vederlo e non può dirsi che lo trattò come un prigioniero qualsiasi, forse soggiogata – secondo alcuni biografi – dal fascino e dalle innegabili doti amatorie del religioso guerriero.

In ogni caso, anche se non inconfutabilmente documentato che Boetti fosse "Il Vittorioso", è di certo poco credibile la tesi (anzi, la pretesa) che Mansur fosse un ceceno all’incirca ventenne, pastore e totalmente analfabeta, conoscitore a memoria solo di qualche versetto del Corano. Più plausibile che i Mansur di cui si sono occupati storici e memorialisti siano stati più di uno. E, tra questi, con ragionevole probabilità anche il frate monferrino che le storie raccontano "vestito di abiti bizzarri per le vie di Torino".

Chiunque fosse, la vita di questo avventuriero e carismatico fondatore di una nuova religione capace di organizzare in uno stato teocratico i territori dell’Armenia, del Kurdistan, della Georgia e della Circassia, prima di essere sconfitto dall’esercito della zarina, continua a essere un enigma e ad affascinare gli storici e i ricercatori. Ne è rimasta colpita anche Serena Vitale, docente di Lingua e Letteratura russa all’Università Cattolica di Milano, celebre slavista, grande traduttrice, autrice di due libri superpremiati (I bottone di Puškin e La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe). Alle tante facce di Sheikh Mansur ha dedicato le 400 pagine del suo ultimo lavoro: L’imbroglio del turbante.

"Uno scritto", lo definisce lei. Non un saggio, "ma la lunga e ossessiva ricerca di un personaggio che continuava a sfuggirmi, nascondendosi dietro tutti gli angoli dell’Europa, dell’Asia". È lei stessa a chiedersi di Boetti: "L’ex missionario piemontese era davvero l’Imam che la Cecenia indipendente celebra come eroe nazionale? Se non lo era, perché lo divenne nella leggenda?". Nel cercare di dare una risposta a queste domande, ecco che nasce l’ossessione tramutata poi in romanzo, "un romanzo multiplo, come certe sale cinematografiche: su Boetti, sulla Russia durante l’"età aurea" di Caterina la Grande, sull’Impero Ottomano all’alba del suo lento declino, sul Caucaso... un romanzo – forse – sulla possibilità stessa di raccontare, oggi, la storia".

Raccontarla anche con la precisione filologica dello storico che già dal titolo, appunto L’imbroglio del turbante, dichiara il proprio scetticismo nei confronti dell’avventuriero piazzanese diventato domenicano e missionario in Mesopotamia, il carismatico "frate brigante che voleva unire croce e mezzaluna" (definizione dello storico Franco Cardini) trasformandosi per le sue molteplici esperienze in profeta alla festa di un Islam che intendeva opporsi militarmente – con i mezzi di cui riusciva a disporre – alla potenza bellica della Russia.

Quella del Mansur di Serena Vitale non è la storia di un santone con il dono dell’ubiquità. Ma quella, rigorosamente documentata, dei Mansur che hanno attraversato quella parte di mondo, riuniti sotto un unico nome ancora oggi oggetto di venerazione da parte di quelle popolazioni. Storia e storie di terre lontane e sconosciute, di guerrieri, avventurieri, imperatori, diplomatici, spie e impostori la cui vita si srotola tra amori, battaglie e colpi di scena.

Del resto, lo stesso Cardini sintetizza così l’epopea di Giovan Battista Boetti: "Parlava dodici lingue, compreso arabo, circasso e azero. Agente del sultano, dello shah, della zarina, del re di Francia, della repubblica di Venezia, li tradì tutti. Fu falso medico, guaritore, spia, seduttore libertino; e, col nome di 'Profeta Mansur', fondatore di una nuova fede che fondeva Cristianesimo e Islam. Visitò Libano, Siria, Kurdistan, Armenia, Georgia, Persia. Sognava di guidare una libera confederazione di stati caucasici: ma fu un crudele, tirannico capobrigante. Morì deportato in un convento ortodosso su un’isola del Mar Bianco".

Onestamente troppo per una persona sola. Ma questo dubbio non sfiora i ceceni che credono nel loro pastore eroe nazionale. Né i monferrini di Piazzano, frazione di Camino, provincia di Alessandria.

QUEL BRICCONE SPAVENTA LA RUSSIA

L'imbroglio del turbante. Serena Vitale sulle orme di Sheykh Mansur, l'avventuriero che nel '700 organizzo' la ''sua'' rivoluzione tra i ceceni

di Giorgio Ficara | "La Stampa", "Tuttolibri ", 30 dicembre 2006

«Una vecchia storia russa»: chi non ricorda Taras Bulba? Ogni gesto di quei cosacchi sfrenati, ogni tazza di kulisc trangugiata accanto al fuoco, ogni passo di danza, ogni colpo di lancia era poetico, «lontano», entusiasmante. La steppa era diversa da ogni altro luogo al mondo: era una «verde e vergine solitudine», erba ondosa in cui i cavalli galoppavano, profumo d'ambra. Così nei Cosacchi e in Chadži-Murat di Tolstoj: i monti del Caucaso, che «non sorgevano da altre e nere montagne, ma direttamente dalla steppa», le ragazze dalle camicie variopinte tra le mandrie di bufali, le prodezze dei guerrieri lungo il Terek, e poi l'indomabile, tragico ribelle ceceno «in pieno fiore», forte come la rossa bardana sul ciglio delle strade: tutto questo mito o letteratura è una qualità essenziale del Caucaso, che da allora a oggi, peraltro, non ha smesso di essere un luogo storicamente vero e variamente tormentato, o meramente reale. Serena Vitale, nel suo ammirevole Imbroglio del turbante, a differenza di tanti scrittori contemporanei, parte dalla letteratura: «In tempi antichissimi i ceceni erano dominati dai Narti, giganti con un occhio solo ricoperti dalla testa ai piedi da scintillanti corazze di rame»; e ancora: «Inerpicatosi su una torretta, Petia Bagration osservava. I montanari sgusciavano rapidi da dietro gli alberi, scendevano dalle rocce con salti impossibili...». Slavista celebre, esploratrice d'archivi di mezza Europa, Serena Vitale prima di incominciare a scrivere e avvicinare o disgiungere le sue fonti, chiude gli occhi, dimentica schede, viaggi, anni di lavoro e si mette in ascolto della sola dolce aria familiare e autorizzante: una vecchia storia russa, letta cento volte, amatissima. «Mi tornò in mente una vecchia storia caucasica», scrive Tolstoj, e proprio come Tolstoj con Chadži-Murat, Serena Vitale con il suo Sheykh Mansur Vittorioso ritrova innanzitutto il teatro dell'azione: le vette candide, le anse furibonde del Terek, le izbe spaziose. In questi luoghi, l'avventuriero Mansur — un perfetto avventuriero settecentesco, al pari di Saint-Germain, di Cagliostro, di Casanova — stabilisce il suo quartier generale e, nei panni del mistico e dell'integralista islamico, organizza un esercito e combatte la «razionalista» Caterina II. Le pagine in cui l'autrice tratteggia il profilo dell'enigmatico Mansur sono pagine induttive — scritte a partire da documenti d'archivio o lettere — e più spesso trascritte letteralmente e intercalate da pagine di commento e invenzione (nel senso storico e saggistico dell'invenire, naturalmente): «Vuole assalire i russi con la sua banda di ladri e delinquenti — leggiamo nel rapporto di una spia -, ha mandato lettere fino a Derbent incitando la canaglia a riunirsi verso la metà di marzo nella steppa di Chara...». Poi, in prima persona, da una lettera al Gran Visir: «Dio Onnipotente ha ordinato a me, umile servitore, di intraprendere la Guerra Santa, il potere divino mi assiste, è chiaro che nessuno sarà in grado di impedire la mia impresa». Il personaggio, noto agli storici del Settecento, come il Venturi, forse italiano e monferrino, fanciullo disamato e percosso dal padre e dalla matrigna, perpetuamente fuggitivo, seduttore e briccone, a un certo momento è sui monti del Caucaso, tra i ceceni, a organizzare la sua rivoluzione. Come ogni avventuriero, anche Mansur, dopo aver lasciato casa (ogni casa) sbattendo la porta, dopo aver errato di paese in paese, da un'avventura all'altra, e aver quasi gettato via se stesso nel mondo, a un tratto si dà a una grande impresa, che gli restituisca ciò che ha perduto: se Casanova porta il Lotto a Versailles, alla corte di Luigi XV, e vuol salvare le casse reali; se Cagliostro si proclama «gran cofto» d'una setta massonica di rito egiziano di sua invenzione; se der Wundermann, il Saint-Germain, nel 1762 a Pietroburgo é tra i cospiratori che rovesciano Pietro III, Mansur-Giambattista Boetti, da parte sua, dichiara guerra alla Russia. La sua crudeltà con gli infedeli (granatieri, ussari, cosacchi) è pari alla pietà con i «suoi», nei villaggi dei montanari: «Le acque del Sundja divennero scure per i berretti: i copricapo che i lamoroy avevano visto per la prima volta sulla testa di esseri umani. Morirono millecinquecentosei russi. Soltanto due pali della grande cinta di Aldi restarono senza trofeo: le teste degli infedeli, su cui l'alba posò delicati, inutili riflessi rosa». Come nel primo libro di Serena Vitale, Il bottone di Puškin, accanto al poeta brulicava «romanzescamente» un mondo intero di personaggi (Nicola I, D'Anthès, Natalie...), così qui, accanto a Mansur «brigante e vagabondo», troviamo sultani, ambasciatori, «forzati dello scrittoio» come Melchior von Grimm, filosofi di passaggio (a Costantinopoli) come Jeremy Bentham, il conte di Choiseul e naturalmente l'intelligentissima Caterina, con il suo sogno o «progetto» greco, molto vagheggiato anche da Voltaire: «L'Impero Ottomano verrà spartito e Voi farete recitare l'Edipo ad Atene... Ridarete vita ai giochi olimpici». È la stessa Caterina che non sa scrivere un verso («Il suo cervello non trovava immagini per arricchire i pensieri», scrisse il Ségur) e che non viene a capo del Vittorioso se non dopo trentamila morti; la stessa che, da una finestra di Tsarskoe Selo, spia l'arrivo dell'«infame pastore ceceno» finalmente sotto scorta, annientato nella perfezione del suo giardino, davanti alla scalinata, tra le statue di Ercole e Flora... Il «romanzesco» di questo libro ibrido — saggio storico, ritratto, saggio di storia delle idee — è forse più appassionante e convincente di molti romanzi-romanzi, contenuto com'è, illuminato, nel quadro della riflessione. Raccontare è per Serena Vitale una forma del pensare, del connettere. Quando, per esempio, vuol descrivere la dissimiglianza e l'inconciliabilità intellettuale di russi e ceceni, e anche l'orrore di questa dissimiglianza, ci mostra un bambino che, nel fondo di un izba, in un villaggio messo a ferro e fuoco, «come scagliato da una molla», si avventa contro Bagration e lo colpisce con un pugnale, poi ci mostra il sorriso di Bagration «vedendo il poco sangue che scorreva». La narrazione è una qualità del lavoro saggistico, e se qualcuno dicesse che L'imbroglio del turbante «si legge come un romanzo», direbbe una sciocchezza. L'imbroglio del turbante è avvincente e «divertente» e originale, anche dal punto di vista della ricerca sui generi, in quanto non-romanzo. Solo nei suoi doppi fondi, contenuta nella passione critica, resa intelligente dalla distanza, c'è la passione del racconto in sé.

È come Indiana Jones

di Carlo Fruttero | "La Stampa", "Tuttolibri ", 30 dicembre 2006

Chi come me stenta a uscire con onore da una ricerca sull'elenco telefonico di Grosseto ammira senza riserve i maestri della ricerca erudita, storici, filologi, chiosatori di antichi testi, curatori di edizioni critiche, tutti quei dotti, insomma, che formano il cosiddetto mondo accademico e di cui il profano si è fatta un'immagine tediosa se non lievemente ridicola. La realtà è ben diversa. Ognuno di quei cunicoli scavati nel passato recente o remoto è un'avventura di Indiana Jones, un viaggio del capitano Cook, una solitaria impresa di sopravvivenza sull'isola di Robinson Crusoe. E quando poi accade che il "topo" di biblioteca sia anche dotato di alte capacità narrative quella gran massa di polveroso materiale documentario va a modularsi entro uno stampo investigativo di puro diletto, produce capolavori "romanzeschi" come qualche anno fa Il bottone di Puškin di Serena Vitale. Del suo nuovo libro non potrei dire meglio di Ficara, che lo recensisce qui accanto. Ma ci terrei a segnalare, e in parte a citare, un brano autobiografico che la studiosa si concede a pagina n. 274, un breve flash su quella che è la vita sua e dei suoi colleghi investigatori di archivio in archivio per le città del mondo. Un vero gioiello, io trovo.

"Un manipolo. Girano il mondo con la loro sobria attrezzatura: quaderno, guanti di gomma, farmaci contro le allergie, una lente di ingrandimento, una bottiglietta d'acqua, un thermos con caffè o tè, una larga busta di qualsivoglia materiale trasparente con gli strumenti, una lucetta ausiliaria (non si sa mai). Arrivano appena scocca l'orario di apertura per assicurarsi i posti più tiepidi d'inverno e quelli più freschi d'estate, accanto alla finestre o sotto il fiotto dell'aria condizionata, o ancora quelli contrassegnati col numero che altre volta ha portato fortuna (ricca messe di ritrovamenti). Come te sanno bloccare il direttore o l’archivista capo per interrogarlo sul numero di brillanti della collana di Maria Antonietta o sulla temperatura media di Baghdad nel mese di maggio; sanno nascondere nelle tasche minuscole mele e confezioni di biscotti da rosicchiare in silenzio, in segreto... Abitano in ostelli, alberghetti con un'unica stella pur di stare vicinissimi al luogo che, appena mattina, li inghiotte trepidanti, in preda a una trattenuta euforia, radiosi di speranza. Gli intoxiqués li riconosci dal quasi impercettibile tremito delle mani, quando ritirano il fascicolo, il dossier, il cartone ordinati il giorno prima. Li aprono con modalità diverse. C'è chi si precipita a slegare i nodini – bisogna usare le unghie, le donne sono avvantaggiate - di sudici spaghi che ispirano idee di malattia; c'è chi tergiversa, perde tempo: sistema davanti a sé in bell’ordine, pezzo per pezzo, l'attrezzatura, scarta senza rumore una caramella, la mette in bocca, infila la mano destra in un diafano guanto di gomma, infine si accinge all’ operazione dello snodamento con espressione annoiata; se potesse fischierebbe o canticchierebbe per ingannare l'Occhio da cui si sente spiato. " Mi trovo qui per caso — sembra voler dire — passavo da queste parti, devo soltanto confrontare certi dati per una cosetta cui sto lavorando ...".

Estratte finalmente le carte, c'è chi le sfoglia nervosamente, certi quasi con rabbia, gettando sul vicino folate di polvere grigio-giallastra sgradevoli quanto il rumore che le accompagna. Arriva subito in fondo e torna indietro, comincia di nuovo a sfogliare con gran vento e chiasso; a quel punto, irritato, il vicino cambia posto. C'è chi fa piano, in sordina, con lentezza altrettanto sospetta.

Cosa muove questo manipolo? La buona fede: la caparbia volontà di ricostruire il passato con la maggiore approssimazione a ciò che fu davvero. Non intendono ingannare se stessi né chi — forse - li leggerà. E poi? L'azzardo (il felice spasmo dell'alea: chiedere ai giocatori!), il disprezzo (per le "fonti secondarie" di cui non si fidano mai, increduli Tommasi), l'inconfessato piacere di un tutto particolare jus primae noctis. L'orecchio: hanno colto nella musica della storia una nota stonata, un intervallo muto, e in sogno hanno creduto di udire la melodia originale."

I Sogni Portano a Trebisonda - Avventuriero e profeta, Boetti sfidò la zarina Caterina II

di Armando Torno | "Corriere della Sera", 3 gennaio 2007

Giovanni Battista Boetti fu un personaggio che nessuna fantasia avrebbe potuto immaginare. Tra il 1743 e il 1798 visse facendo il padre domenicano, il missionario, ma anche il soldato, il comandante militare, il guaritore, il predicatore, il teologo, il biscazziere, ovviamente il seduttore, l'agente doppio e triplo dei turchi, dei francesi, dei russi, senza dimenticare di fornire informazioni a veneziani e persiani. Una sua biografia è praticamente impossibile da scrivere. Anche perché la sua avventura si intrecciò (o identificò) con quella del falso profeta Al-Mansur, il Vittorioso, il quale autoproclamatosi Iman e Mahadi, il «guidato da Dio», annunciò una specie di riforma dell'Islam. Ed essa, per dirla in breve, fu una religione sbrigativa: per esempio, Cristo non era che un uomo, il Paradiso è l'assenza eterna del dolore, il Papa e il Muftì sono impostori; leciti la fornicazione, l'incesto e il suicidio; delitti gravi diventano la preghiera e l'adulterio, il furto senza necessità. La ciliegina su questo pasticcio era il programma sociale: i codardi, i poltroni e gli avari perdono le loro ricchezze e sono costretti al lavoro dei campi. Mansur al comando di un' armata costituita da curdi, tartari, balcari, alani, circassi - ma forse è meglio dire dai rappresentanti delle lingue caucasiche che sono quante i giorni dell'anno — riuscì a muovere guerra all'impero turco e si scontrò con la Russia di Caterina II. Nel 1791, dopo una disperata battaglia nella quale migliaia di suoi seguaci furono massacrati dall'artiglieria, il sedicente profeta fu catturato e condotto a San Pietroburgo. Pare che la zarina lo abbia riconosciuto «più frenetico che ragionevole», stando almeno a quanto scrive Francesco Becattini nel settimo tomo della Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII, pubblicata a Milano nel 1796. Ordinò poi che «fosse custodito con diligenza e con buon trattamento senza veruno strapazzo». Simili vicende dai personaggi indefiniti e indefinibili, dai contorni sfumati come le storie del Caucaso, non potevano lasciare indifferente Serena Vitale. Scrittrice e frequentatrice di archivi, attratta dai confini mai certi del sapere, ama inseguire, ritrarre, confondersi, identificarsi, interrogare a distanza e sovente fuggire prima della risposta. Boetti e/o Mansur (due, uno? chissà...) devono averla tormentata non poco. E allora non ha resistito: è nato il suo ultimo lavoro  L'imbroglio del turbante, un libro che osiamo definire splendido, pur in tempi di produzione dozzinale come i nostri. Sono pagine che coinvolgono lentamente il lettore, trasformandolo in un osservatore settecentesco; anzi lo scrivente confessa che è uno dei pochissimi titoli italiani che conserverà di questo inizio millennio. Un raffinatissimo gioco letterario nel quale l'autrice riesce a disorientarvi, così come capita a un linguista che tenta ricerche nel Caucaso o uno storico negli archivi di Mosca. Non cercate certezze o verità in queste pagine di Serena Vitale, piuttosto confondetevi nelle storie evocate, nei mille documenti e nei personaggi di un'epoca abitata da giganti. Boetti e/o Mansur vi insegneranno leggende, sapranno condurvi in luoghi concepiti per la vita più intensa, come la Costantinopoli dai mille turbamenti o l'impero di Trebisonda, dove forse abitano eternamente i nostri sogni; vi spiegheranno come il mondo non possa essere letto e interpretato con la sola razionalità, soprattutto che esistono degli specchi nel passato che riflettono senza requie il presente. Serena Vitale gioca coi documenti e con il tempo, lega le pagine con una scrittura accattivante. Indietro, avanti, di corsa, con pause lunghe. Alla fine avrete conosciuto meglio un profeta o un avventuriero o entrambi: non importa, dal momento che i veri protagonisti del libro sono i sogni che tenete serrati nel cuore e di cui forse avete perso memoria.

Mansur, un ribelle in Cecenia

di Felice Piemontese | "Il Mattino ", 29 dicembre 2006

Conosciuta e apprezzata come slavista, Serena Vitale si cimentò qualche anno fa (Il bottone di Puškin) con un genere letterario di oggi molto apprezzato: un genere ibrido, per metà saggistica, per metà narrativa, che deve molto a ricerche d’archivio e storiografiche ma è caratterizzato principalmente dalla volontà di raccontare una storia, di fare il ritratto di un personaggio reale, prendendosi però quelle libertà narrative precluse allo storico vero e proprio.

Ed ecco ora L’imbroglio del turbante, frutto anch’esso di anni di ricerche e si direbbe addirittura di una sorta di infatuazione letteraria per un personaggio che fece molto parlare di sé alla fine del ‘700: il misterioso Sheykh Mansur, un ribelle ceceno che sfidò la potenza imperiale degli zar dando vita a un’epopea di breve durata ma che avrebbe avuto un’eco europea sorprendente se si tiene conto di quanto fossero remote allora quelle contrade. Del resto, ancora oggi, in un mondo che sembra diventato un unico grande villaggio, la tragedia cecena si svolge come se si trattasse di una vicenda extraterrestre, e nessuno ha mosso un dito o sollevato un’obiezione (nell’epoca delle "guerre umanitarie" e dell’interventismo "etico"!) quando i russi hanno quasi raso al suolo una città come Grozny (400 mila abitanti, prima della cura): la vicenda di Sheykh Mansur, peraltro, si svolge mentre stava per scoppiare una guerra tra l’impero zarista e quello ottomano e si dispiegavano manovre diplomatiche che vedevano coinvolte tutte le potenze europee, schierate a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, naturalmente calcolando i benefici che ognuno pensava di poter ricavare. E questo spiega in parte l’attenzione che le cancellerie e le gazzette europee dell’epoca dedicarono a una vicenda che si svolgeva tra le lontane montagne del Caucaso, in luoghi sconosciuti e tra popolazioni ancor oggi più che esotiche: caberdi, cumicchi, abkhazi, ingusci, osseti, lesghi, ceceni naturalmente, e via continuando.

A complicare le cose, e a renderle più interessanti, si aggiunge il fatto che il misterioso Mansur non sarebbe altri che un avventuriero italiano, il piemontese Govanni Battista Boetti, un missionario domenicano la cui stranissima vita lo avrebbe a un certo punto portato a farsi riformatore dell’Islam e capo di un esercito di molte decine di migliaia di uomini, capace di impensierire le potenti armate zariste.

Con la tenacia del filologo di razza, ma mettendoci in più una vera e propria passione, la Vitale ha compiuto un lungo e complesso viaggio tra archivi e biblioteche alla ricerca di ogni possibile dettaglio sulla vita di Boetti. Su questa base, e con la competenza slavistica che nessuno potrebbe contestarle, la scrittrice ha costruito un testo lungo, spesso impervio nel quale erudizione, passione storica e gusto narrativo in certi momenti si fondono armoniosamente, in altri invece vengono in conflitto appesantendo non poco il racconto. Del resto la struttura del libro è quanto mai elaborata: ogni capitolo, infatti, è composto di una serie di brevi e brevissimi paragrafi che compongono le tessere di un gigantesco puzzle che il lettore deve ricomporre a unità, anche se spesso rischia di perdere il filo, data la complessità degli eventi e il numero sterminato di personaggi che nelle pagine fanno la loro comparsa.

Direi che le parti migliori del libro sono quelle in cui la narrazione si fa più distesa e concentrata: ad esempio le pagine in cui si racconta il viaggio di Caterina II verso la Crimea sono splendide e giustificano da sole una così complessa e impegnativa impresa come quella della Vitale.

Un libro su Sheykh Mansur, il Bin Laden del ‘700

di Nico Naldini | "Il Piccolo", 8 gennaio 2007

La figura di Sheykh Mansur, carica di minacce islamiste, si muove tra le rive del Mar Nero e la linea del Caucaso. Ceceno, sedicente profeta-guerriero, è un fanatico seduttore di folle, una sorta di Bin Laden. Il suo riferimento è la Sublime Porta turca musulmana e il suo scopo scatenare la guerra contro l’Impero Russo; agirà sempre da abilissimo stratega della guerriglia, sanguinario capopopolo, geniale promotore di agguati nelle valli del Caucaso.

Il disegno è quello del fanatismo puro, affrontare e distruggere gli infedeli. "Ahimè – proclama rivolgendosi al Sultano dei Turchi – oggi i popoli dell’Islam sono deboli. Prossimamente verranno alla luce del sole i miracoli e i prodigi del nostro profeta Maometto e gli infedeli saranno dispersi".

Sul trono di Russia c’è la grande Caterina II che gestisce il potere attraverso i suoi amanti: di quelli più anziani, perché ce n’è uno di 19 anni.

Il viaggio che la corte imperiale compie da San Pietroburgo al mare della Crimea è uno dei racconti meravigliosi del libro della slavista Serena Vitale; in esso l’iperbole delle manifestazioni festose, piene di effetti speciali, che si svolgono durante tutto il viaggio sono realmente documentate e tuttavia qui sembrano nascere dall’iperbole fantastica che la Vitale sembra custodire dentro se stessa.

Intorno agli anni Ottanta del Settecento, Mansur è diventato una leggenda così incisiva nell’immaginazione popolare non solo musulmana, da creare una sorta di imitazione del personaggio; alcuni cercarono addirittura di usurparne l’identità e di presentarsi come il vero Sheykh Mansur. Tra gli altri un ecclesiastico piemontese vagabondo nei Paesi del Levante, Giobatta Boetti, che compare e scompare sulla falsariga di Mansur fino in qualche occasione a identificarsi con lui.

Altro racconto meraviglioso di questo libro è il diario delle avventure di Boetti. Con dati e documenti che la Vitale ha avuto in mano, ha potuto stendere uno straordinario racconto di vita avventurosa. Così come poteva essere concepita nel Settecento e dar corpo ai "Mémoires" di Casanova. Ma il filone è così ricco che, se vogliamo, arriva fino a scrittori recenti come Giovanni Comisso. Le pagine della Vitale chiariscono gli stimoli propri di ogni vita avventurosa.

La Vitale detesta giustamente le biografie romanzate e i romanzi storici. Con un personaggio come Mansur – il «Vittorioso» – dalle mille apparizioni e problematiche identificazioni, avrebbe avuta tanta materia narrativa da poterla serializzare in più di un volume di successo. Ma si sa che la Vitale è una severissima studiosa; che sia anche una grande narratrice, è una qualità di cui lei sembra non voler approfittare. Infatti questo libro è un prodotto di quello che gli inglesi chiamano "The Quest for...". Cioè una ricerca senza sosta per ritrovare i tratti veri e salienti di intere epoche e dei personaggi che le hanno contrassegnate.

Per inseguire il suo personaggio l’autrice ha dovuto affrontare di tutto: impostori dalle vite falsificate; memoriali fasulli; velenose raccolte di semiverità, e un’infinita serie di documenti. Una congerie di carte custodite negli archivi di mezzo mondo che messi uno accanto all’altro creano riflessi illusori.

La Vitale si districa con la grande pazienza dello studioso anche se talvolta con l’affanno di essere travolta o soffocata dalla polvere di quegli archivi. Ai grandi ricercatori (e narratori com’è Serena Vitale) è necessaria non solo la qualità del discernimento nell’afferrare i fili, ma anche la fortuna di trovarli, questi fili.

La Vitale è una scrittrice fortunata. Con quello che ha scoperto e raccontato su Puškin ha scritto il memorabile libro Il bottone di Puškin. La sua iperbolica immaginazione ha dato forza a un libro di racconti, La casa di ghiaccio. In L’imbroglio del turbante, se qualche lettore può rimpiangere che non tutto il libro sia come il racconto che l’avventuroso Boetti fa di se stesso o come il viaggio della grande Caterina, altri lettori più sensibili alla tecnica dell’autrice trovano l’esempio di dove sia lecito far scorrere la penna e dove è obbligatorio soffermarsi per interrogare i documenti, confrontarli, accostarli in una frizione da cui possa scaturire la scintilla della verità dei fatti.

Inutile aggiungere che la Vitale non ha esibito analogie tra lo Sheykh Mansur settecentesco e certi attuali terroristi islamici. Lo potrà fare, se ne avrà voglia, il lettore.

Un benedetto " imbroglio" nella Russia del Settecento

di Folco Portinari | "L’Unità", 12 gennaio 2007

Ciò che in prima battuta emerge nella lettura del L’imbroglio del turbante di Serena Vitale è la struttura o, se si preferisce, la modalità della composizione del romanzo. Romanzo, infatti? Infatti l’"imbroglio" prende possesso della materia fine nel titolo, nel senso di intrico oltre che di inganno, groppo non tanto dell’azione quanto proprio della composizione. L’apparenza vuole che ci si trovi di fronte a un romanzo storico, poiché la trama si colloca verso la fine del 1700, al tempo di Caterina imperatrice di tutte le Russie. Ma dopo che Manzoni ha scritto il saggio Del romanzo storico e de’ componimenti misti di storia e d’invenzione decretandone l’innaturalezza prima ancora dell’improponibilità, mi trovo indotto a credere che questo della Vitale non sia un romanzo storico, a dispetto delle apparenze. Interamente inventato, uomini e accidenti, salve poche eccezioni... Mi spiego: mi piace molto di più pensarlo, con convinzione, che sia davvero il frutto dell’immaginazione, soprattutto perché pochissimi, rari, sono coloro in grado, almeno in Italia, di conoscere e verificare la verità storica di quanto vi si descrive. Sissignori, le avventure che si raccontano sono per intero inventate e proprio lì sta il suo bello sub specie narrativa, anche se sono inventate quasi fossero vere, anzi, per le proprietà che sono dell’"arte", ogni cosa di quella storia è vera, senza per questo perdere la qualità dell’immaginazione. Un bell’imbroglio! Attenzione, però, non è solo una mia fantasia interpretativa se la Vitale partecipa a questa gioco, in cui la Supposta Storia si trasforma in mistificazione, in trucco, lasciando in sospensione la reale verità dei personaggi, tra sospetti e indizi, quasi pirandellianamente dotati di molteplici identità. Infatti chi è, a quale nome anagrafico reale corrisponde il protagonista, a quale gioco di acrobatica mascherata assistiamo in queste pagine? Fascinosissimo gioco, se ci si mette da questo punto di vita e non da quello dello storico. Un passo avanti: la sensazione che ho provato leggendo la prima parte del romanzo è stata quella (un pensiero che non riuscivo a evitare) di trovarmi in prossimità della fortezza Bastiani, cioè al Buzzati del deserto dei tartari, forse per la collocazione del racconto, tra Georgia e un’attualissima Cecenia, Russia e Turchia. per clima e non per stile, trovandoci qui ben lontani, per scrittura, da quel referente. No, dico solo che l’Imbroglio del turbante potrebbe essere l’antefatto o la continuazione del Deserto, se i Ceceni sono nient’altro che una varietà dei Tartari. E’ cioè il sentimento di attesa che qualcosa stia per accadere, che qualcuno arrivi, e sia quel qualcuno, Ciò comunque vale per la prima parte, la quale dà il tono alla narrazione. E poi non ho detto ancora nulla della struttura né degli accordi tonali. Perché colpisce? Perché evita l’andamento tipico della narrazione, del suo fluire per dissolvenze, un fiume senza troppe dighe di mezzo. Qui invece c’è una diga a ogni passo, la storia si sviluppa per la somma di successive informazioni a mo’ di "pizzini", esibendo in essi il massimo dello straniamento, in un procedere che è una sorta di paratassi. In quella che io voglio sia la finzione, il documento "finto" (per reale che sia) che sostiene la trama, com?é successo da De Foe a Manzoni.

In questa situazione l'autore si eclissa, le "cose" prescindono da lui, che è estraneo, quasi un cronista anonimo, un inviato della Reuter che non partecipa ai fatti ma invia messaggi informativi (mi è venuto di pensare anche a quegli straordinari narratori che furono Erodoto Tucidide Senofonte Polibio Cesare..., "finti" storici).

Che romanzo è, allora? Se mi lasciassi influenzare dalla professione della Vitale, grande slavista, direi che per molti versi potrebbe essere un romanzo russo, di quelli epici. Mai un italiano. Certo che dietro quel testo si percepisce un faticosissimo lavoro di ricerca, d’archivio, perché un conto è parlare di Pugačev e un conto è parlare di Mansur. Una ricerca però che sfiora appena Pietroburgo, benché tutto accada sotto l’ala maestosa di Caterina II, l’amica di Voltaire, concentrandosi piuttosto in territori desueti quanto attuali, oggi, come la Cecenia in lotta per l’indipendenza dall’impero. A capo della rivolta c’è un "profeta", Mansur, una specie di Bin Laden, imprendibile, "colosso di pietra, teneva un piede nella Colchide e l’altro nel regno di Temir-Kapu, la testa invisibile oltre le nuvole e le nevi perenni, più vicina a Dio da cui si diceva guidato". Però questo è un romanzo e non un testo di storia. Tra le funzioni narratologiche ha un posto centrale il colpo di scena, il cambio repentino di direzione. Ed ecco il profeta Mansur diventare di colpo un missionario italiano, di volta in volta cristiano e mussulmano, "Giovanni Battista Boetti; trafficante d’armi e spia". Mansur o Boetti? Per concludere con la separazione delle due identità, in un intrico avventuroso ed equivoco, in cui l’autrice non si risparmia nell’utilizzo di ogni possibile risorsa romanzesca, di "imbrogli" appunto. Questo della Vitale è un libro abbastanza duro, non facile, che richiede impegno e intelligenza da parte del lettore, ma che alla fine ne ripaga la fedeltà: ne valeva la pena immergersi in una storia, in un clima e in terre "esotiche", lontane ma così prossime, piene di cose da vedere.

Romanzo di ricerca

di Goffredo Fofi | "Internazionale", 18 gennaio 2007

Di Serena Vitale, studiosa di letteratura e storia russe, allieva del grande Ripellino, si ricorda il bellissimo libro di qualche anno fa, Il bottone di Puškin e le più recenti Venti piccole storie russe, non meno impegnative. Il genere è misto e può ricordare in Italia il metodo Sciascia: ricerca storica e gusto della narrazione, far romanzo coi documenti d’archivio, investigazione che dichiara i suoi strumenti, fatica di sdipanare il groviglio del passato. Qui, "l’imbroglio" del turbante. Nel settecento, la grande Caterina di Russia deve intervenire, tra intrighi di corte, armi e amori, nel sud turbolento, dove crolla l’impero ottomano e tutto si agita e cospira. Un ribelle che si fa chiamare Sheykh Mansur ha elaborato una stramba dottrina tra il pensiero maomettano e quello cristiano, raccoglie masse e conquista regioni. Forse non è altri che il frustrato chierico piemontese Boetti. Al seguito di Serena Vitale perlustriamo corti e villaggi, alcove e campi di battaglia, Mar Caspio e Mar Nero, Mosca e Istanbul. Italia e Cecenia. Splendida fra tutte la figura di Caterina e il suo viaggio nel sud, un libro nel libro, e altri capitoli-affreschi. Ma il libro su Puškin era più compatto e meno frondoso di questo, pur affascinante.

L’ultimo Don Chisciotte

di Barbara Alberti | "Re Nudo ", n° 95, Gennaio/Febbraio 2007

Non esiste un veliero come un libro/ che possa rapirci in terre lontane/ né eleganti destrieri che possano correre/ e impennarsi come una pagina di poesia/ E’ questo il viaggio che persino il più povero/ può permettersi senza pagare un pedaggio...

Il pedaggio c’è, modesto: 18 euro per L’imbroglio del turbante di Serena Vitale (Mondadori). Quei versi Emily Dickinson li ha scritti per questo libro, 136 anni prima. Scherzi della poesia. Sull’orlo della fine del mondo càpita pure qualche grande consolazione, la Grande Opera che ci lascia orfani quando finisce (chi non ha pensato chiudendo i volumoni di Tolstoj o Proust, "e adesso che faccio"?). L’ho appena finito e ne scrivo non ancora tornata alla vita apparente, circonfusa della felicità dura e sovrannaturale che emana da questa miracolosa creazione letteraria. Attraverso le gesta del musulmano Mansur, l’eroe ceceno che seppe tener testa agli eserciti di Caterina II, l’Autrice è riuscita a fare della ricerca un poema romanzesco, un don Chisciotte all’assalto delle verità mai vere della storia, di cui venerandole ride, ridendo di sé.

L’imbroglio del turbante ci sequestra in un cammino scosceso e ingannatore, nello splendore della parola, dove a dispetto (e vantaggio) del peso storico del racconto, sotto ogni riga c’è l’insidia di una risata.

Spostandosi con magica levità dalla Turchia al Caucaso a Pietroburgo a Parigi a Roma, sullo sfondo dell’epopea di Mansur, nobile fantasma, ci si avvia a scoprire il suo doppio con una tecnica di avvicinamento simile ad una tecnica guerriera (di cui la Vitale è maestra: si vedano le scene di battaglia, modelli di precisione e di epica). Finché, in questa saga delle maschere ecco la grande apertura comica, ed entra in scena colui che si farà passare per Mansur (e le tracce sono così controverse, così seducenti, così abili...): padre Boetti, il lestofante piemontese prete e avventuriero, leggendario scostumato e pasticcione. Ma non è tutto, e anche questo è vero a metà, e poi.... chissà. L’effetto della lettura è sconcertante, ti fa poggiare su un terreno costantemente sismico eppure ci si sente come abbracciati, come a casa, e sperduti senza redenzione. Serena Vitale è un’immensa scrittrice epico-umoristica, una grande utopista, una macchina del tormento e della felicità dello spirito. Russista insigne, allieva e libera reincarnazione del giocondo e sapientissimo Angelo Maria Ripellino (ed entrambi di Gogol).

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