Recensioni di Viktor Šklovskij, Testimone di un'epoca. Conversazioni con Serena VitaleGiuseppe Bonaviri"Informazione Libri", 13 settembre 1979«...Nel fenomeno futurista russo, come abbiamo già accennato, affluirono molte altre ragioni, altri componenti, e tra queste non dimentichiamo certe istanze che arrivarono dall’ultimo Ottocento come, per esempio, le utopie, anche nichilistiche, di sfasciare una vecchia società per sostituirla con un’altra moderna e ricca di fermenti. Certo, noi non possiamo ricapitolare, neppure per sommi capi, quanto con straordinaria competenza e penetranza ci dice la Vitale nel suo lungo saggio, ma almeno qualcosa bisogna dire. Per esempio, cosa fu il linguaggio "zaum’" per i futuristi russi. Kručenych, che ne fu uno dei maggiori rappresentanti, voleva addirittura raggiungere una lingua trans-razionale, ossia una tecnica di linguaggio in cui il dato reale corrente veniva eliminato proprio per ottenere effetti di amplificazione del mondo reale <...> E infine aggiungiamo, per dare un panorama della complessità dell’avanguardia russa, il movimento Oberju, che rifiutò lo "zaum’" per ricorrere a una lingua alogica, quasi da scrittura automatica, a cui ci hanno abituato le tecniche della psicanalisi...» Gabriella Di Milia"Il Messaggero"24 ottobre 1979«Quando Serena Vitale è andata a Mosca per proporre a Viktor Šklovskij di riunire pensieri e ricordi in un libro-intervista, lo scrittore si è infuriato: "Come si può – gridava - scrivere un libro in dieci giorni?". Eppure è un tipo mercuriale, che ha scritto di tutto (articoli, romanzi, saggi, sceneggiature) eccetto, come egli stesso ha dichiarato, due cose: poesie e delazioni. Insomma ha avuto una reazione incontrollata, degna dello "scimmietto codacorta" che era un tempo. In questo tipo di animale, infatti, Šklovskij si riconosceva negli anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre, quando gli artisti, liberi e senza fissa dimora, vivevano – così egli afferma in Zoo o lettere non d'amore (1923) - come il gatto di Kipling, "sui testi" e a "modo loro", e costituivano, sporadicamente, variegati serragli. Ma l'intelligente intervistatrice è stata tenace e ha finito per avere il sopravvento; l'intervista ha avuto luogo a Mosca alla fine del dicembre 1978, in condizioni climatiche eccezionali, in uno degli inverni più gelidi del secolo. Durante i colloqui quotidiani Šklovskij non ha mai puntualizzato date o questioni controverse; "Non ricordo - dìceva spesso - scriva pure che non ricordo". Né si è risparmiato guizzi di ironia: ("Chi era Ždanov, Viktor Borisovič?". "Era uno che sapeva suonare il pianoforte"). [...] A Šklovskij non interessa tanto di rivagliare, dopo più di sessant'anni, l'attualità di quel metodo formale di cui fu uno degli iniziatori. Rievocare su richiesta vicende della sua vita già note (l'infanzia trascorsa in una Pietroburgo affollata di pedoni, slitte, cavallini, commessi in uniforme e carrozze con campanelli; il periodo della Rivoluzione di Febbraio quando era nell'esercito come istruttore di automobilismo; i primi incontri con gli amici linguisti e gli amici poeti) diviene un pretesto per rianimare dal deliquio immagini folgoranti che restituiscano la carica vitale di una iniziativa di ieri o la passione di un artista o un poeta. Filonov era un asceta, «una persona assolutamente invasata». Il nomade Chlebnikov "poteva cambiar strada durante un viaggio per seguire un uccello". Lo strano e inatteso Esenin, "uomo del popolo", comparve nei salotti di Pietroburgo in valenki. Pasternak "è riuscito a introdurre nella poesia oggetti, cose che prima erano escluse... Di un campo di pattinaggio scrive: ‘È un'enorme mensola di specchiera’. [...] Nella conversazione con la Vitale egli dichiara: "L'arte non riconosce ma vede. È un continuo stupore. Dalla meraviglia nasce una nuova percezione del mondo, l'uomo tocca il mondo, se ne appropria. Grazie all'arte è come se ci togliessimo i guanti, ci strofinassimo gli occhi e vedessimo per la prima volta". Šklovskij identifica i fenomeni dell'arte con gli oggetti e le situazioni della nostra sfera quotidiana. Questa unione inattesa risveglia la nostra percezione, ci pone nella condizione di vedere "con gli occhi lavati". Vive sempre, dunque, quella sua tecnica dello "straniamento" che in fondo esprime un rapporto emotivo con la parola e si risolve nel mettere in risalto una serie di idee e di immagini, delle figure fuori sintagma e racconto. Insomma lo stile di Šklovskij è una sorta di "discorso" applicato alla letteratura, "discorso orizzontale", "calendario perpetuo" con "figure non nel senso retorico, ma ginnico e coreografico"; un discorrere e divagare che "non esiste se non attraverso vampate di linguaggio" (citiamo da Roland Barthes: Frammenti di un discorso amoroso). La memoria di Šklovskij è un insieme di particolari, è una storia dell'istante pregnante. Il suo stile è una conseguenza dello stratagemma esperito in Zoo o lettere non d'amore, di fare della letteratura una metafora dell'amore.» Vittorio Strada"Corriere della Sera", 21 ottobre 1979«... Si tratta di una serie di conversazioni condotte da una preparata ed alacre nostra giovane studiosa di letterature slave, Serena Vitale. Se un’intervista è sempre un po’ un’incruenta corrida dove toro e torero, mimi di una calcolata tauromachia, giostrano e giocano in complice opposizione, non si può negare alla Vitale abilità nell’aizzare il suo intervistato, costretto a correre per l’ampia arena degli anni Venti soprattutto. Ma forse perché Šklovskij, naturalmente , da tempo non è più il torello esuberante e scapestrato dei suoi anni d’oro, questa corrida-intervista lascia deluso il pubblico dei suoi aficionados . Forse, facciamo anche un’ipotesi, la delusione si spiega con certe stranezze della modalità di queste conversazioni. Nell’ ’introduzione’ l’intervistatrice afferma che per il gran freddo di quell’inverno moscovita[...] le oscillazioni della tensione elettrica guastarono irrimediabilmente ‘una parte, forse la più preziosa, dei ricordi di Šklovskij sui colleghi dell’OPOJAZ, sulla non facile storia dei suoi antichi e coraggiosi compagni di lotta e ricerca ‘. Se non si tratta di un gelo metaforico, si vorrebbe consigliare per il futuro l’uso di magnetofoni a pila. Ma la cosa diventa ancora più strana quando la Vitale ci parla di una seconda intervista , se così si può dire, quella vera, cioè della conversazioni ‘altre’ fatte con Šklovskij e da lei conservate 'unicamente per sé. Esiste l’amicizia ‘ aggiunge significativamente la Vitale. Naturalmente, nessuno vuole che l’amicizia e la confidenza siano tradite, ma non si può pretendere che l’intervista pubblicata non appaia come un’intervista pour les pauvres, per cui se di testimonianza di un’epoca si tratta, è certamente una testimonianza non dico falsa, ma almeno reticente, eco confusa e debole. L’intervista pullula di incongruenze e il suo stesso andamento è quello di un flusso verbale disordinato, con isole di cose già dette (meglio ) o di convincente autenticità [...] Ma pur con tutto l’affetto e la pietas verso Viktor Borisovič, dobbiamo dire [...] che in generale è triste (anche se fin troppo comprensibile) quel suo estraniarsi dal presente [...] .Viktor Šklovskij è stato un geniale Re Mida che trasformava in aerea quintessenziale letteratura tutto quello che toccava, una sorta di ‘procedimento letterario’ operante e vivente. Non è colpa sua se la storia ha mutato corso dopo le furiose speranze dei suoi anni giovanili, E non staremo certo a imputargli le colpe dell’abiura e della rinunzia...»
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