Traduzioni

A.A.V.V., Praga non tace, Guanda, 1969

«... Non sarà vera poesia poiché quasi sempre la poesia di protesta tende a diventare poesia politica... Ma, se non poesia, che sarà? Andiamoci cauti prima di non reputarla altro che uno sfogo tribunizio. C'è chi quello sfogo lo paga con la vita, con la prigione, con l'esilio. E la poesia, all'occorrenza, assume tanti accenti pur di giungere al cuore dell'uomo, pur di non tacere, nei casi disperati, ricorre anche alla prosa, al singulto, al grido. A un grido che può ben essere d'invocazione alla patria quando la patria giaccia sotto tallone nemico. Come nel funesto caso della Cecoslovacchia...».

Enrico Falqui | «Il tempo», 15 settembre 1969

«...attraverso le poesie clandestine, le canzoni proibite e le satire cifrate, che si confondono con le voci di grandi poeti come Holan o Orten, presenti con la loro protesta all'invasione nazista, é tutto un mondo di rivolta che emerge dal buio degli anni dello stalinismo. Non per nulla il libro si apre con I versi di Josef Hanzlik, pubblicati significativamente su ' Literarny Listy' ai primi dell'agosto 1968, alla vigilia dello scempio: 'Come se in Boemia fosse ammutolito anche il boia / ritorna l'antico sogno / e i bambini mangiano bulbi di fiori'...»

Walter Mauro | « Unione sarda», 22 novembre 1969

Nadežda Mandel'štam, Le mie memorie, Garzanti, 1972

Osip Mandel'štam, Poesie, Garzanti, 1972

(Dopo il successo dello splendido L'epoca e i lupi di Nadežda Mandel'štam, pubblicato da Mondadori nel 1971, l'editore Garzanti mi commissionò la traduzione di Vtoraja kniga (Secondo libro) della Mandel'štam, chiedendomi dei tagli: la versione italiana sarebbe stata troppo lunga, e il libro doveva uscire al più presto. Censore maldestro e improvvisato, sforbiciai ancor più di quanto mi fosse stato richiesto – tutto per inserire nel libro, surrettiziamente, alcune traduzioni di liriche mandel'štamiane. La loro scoperta mi aveva abbagliata, fulminata. In quello stato d'animo - e in tempi strettissimi – tradussi le molte pagine di prosa e una cinquantina di poesie: ne venne fuori un libro ibrido, con più di un errore, refusi. Ricordo, per esempio, di aver scambiato il russo mel, gesso, con med, miele, o il contrario... Il primo cerchio di Solženicyn diventò, nelle mie zampe di gatta frettolosa, L'ultimo cerchio, ecc. Venni pubblicamente rampognata, per molti mesi di seguito comprai tutte le copie del libro che riuscivo a trovare solo per farlo sparire dalla circolazione, cancellare la mia vergogna. Poco tempo più tardi conobbi Nadežda Mandel'štam. Le confessai sùbito le mie malefatte. Non era una donna di carattere dolce, tutt'altro, eppure fu lei a consolarmi: «La poesie avant toute chose». Sulla base di quelle prime traduzioni diedi alle stampe una scelta di liriche di Mandel'štam. E scoprii che alcuni veri, grandi poeti avevano subìto lo stesso fascino e incantamento udendo all'improvviso una delle più alte voci liriche del Novecento.)

 

Recensioni

«Ho tra le mani il libretto delle "Poesie" di Osip Mandel'štam, e, accanto, il grosso volume di memorie di sua moglie, l’eroica, l’accanita Nadežda Mandel’štam. Vedo anche, sgranata e come appannata, la fotografia di Mandel'štam quand’era ragazzo, un bel ragazzo ebreo, sensuale, intelligente. Sono nello stato d’animo di chi debba fare un elogio funebre, oppure debba scrivere dei versi «civili» come se ne scrivevano nel '50, su una vicenda il cui senso – che lacera la storia come una ferita destinata a divenire una inguaribile piaga – é così compiutamente tragico da riuscire quasi luminoso e meraviglioso.

E‘ stata una vita quella di Mandel'štam? Non credo che assomigli a nessuna delle vite di cui io ho esperienza, diretta, o sentita, o immaginata. Non rientra nella «tradizione umana» che ci fa sentire le vite degli altri come molto simili le une alle altre, o come un fenomeno infinitamente diverso ma unico. Mandel'štam é vissuto come un animale accecato in pascoli sconosciuti. Ai suoi contemporanei può essere sembrato un uomo come gli altri, che tentasse di vivere. C’é, di questo, la testimonianza, minuta e infinita, della sua compagna... Mandel'štam esisteva veramente, materialmente: si imponeva come uno che vivesse una vita reale come tutti; esprimeva delle idee; delle idee letterarie; aveva delle opinioni politiche; compiva degli atti conseguenti a tutto questo. Eppure la sua vita ha seguito delle tappe, ha avuto dei ritmi, si é messa in un giro per cui non é riconoscibile come vita: é un conato, eternamente infantile, di esserlo. Ogni tanto si illude di essersi finalmente maturata – e allora Mandel'štam se ne rallegra, ha pause di tenera e spiritosa felicità: mentre mai come in questi momenti la sua vita pare così dolorosamente incompiuta, negata, irrealizzabile.

C’è stato forse un errore all’origine. Un banale errore. A vent’anni Mandel'štam non doveva iscriversi all’Università di Pietroburgo, ma doveva restare a Heidelberg o a Parigi. Oppure doveva forse andare a Pietroburgo – se era destino che partecipasse ai movimenti letterari russi di quel periodo – l’acmeismo, il formalismo – ma poi doveva ritornare in Occidente. Era un ebreo, non avrebbe perso nulla. Non sarebbe diventato un apolide. Avrebbe avuto una vita reale, come appunto era stata fino allora: la giovinezza di un giovane ebreo polacco borghese che se ne va dalla natia Varsavia in cerca di intelligenza, di cultura, di futuro.

Resta invece a Pietroburgo. Perché? Comincia l’assurdità della sua vita che non assomiglia a nessun’altra assurdità, perché non si spiega con l’assurdo. È stato infatti ragionevole e giusto restare a Pietroburgo; vivere la rivoluzione; partecipare sia pure come poeta «che si sente debitore nei confronti della rivoluzione, ma le porta doni di cui, per il momento, essa non ha bisogno...", ai grandi avvenimenti storici di quegli anni. E‘ stato ragionevole e giusto tentare di prendere un posto, di integrarsi nel nuovo mondo che nasceva. Ma già nel 1923 egli riceveva il primo «invito» ufficiale a non pubblicare più versi! In anticipo su tutto! Come se non avesse nervi, come se fosse incapace di qualsiasi reazione – almeno così appare dai fatti – Mandel'štam non ha reagito: si é difeso facendo il morto, accettando tutto, non accusando nulla. Anche questo é giusto e ragionevole, se si pensa che nel tempo stesso, con una folle lucidità e una folle ostinazione, Mandel'štam ha inaugurato una opposizione, isolata e interiore, che l’avrebbe condotto a una morte di eroe. La contraddizione tra tale opposizione rivoluzionaria nella rivoluzione, e i suoi continui, inefficienti, illusori tentativi di mettere a tacere tutto, rabbonire il male e integrarsi, è anch’essa spiegabile, é un elemento normale della vita umana. Lo riconosciamo. Eppure, fino all’arresto nel ’34, già in piena epoca staliniana, la vita di Mandel'štam continua ad avere un corso speciale, che forse ha il suo modello, più che nella nostra tradizionale esperienza, nei sogni o nei libri di Kafka. Già, ma l’alienazione di Kafka é quella tipica – si dice – del mondo capitalistico; ed essa ha quindi caratteri abnormi e irriconoscibili nel caso di Mandel'štam, «estraniato», reso eternamente bambino e impotente, in un mondo comunista. Ciò che é tragico – più che la sua lotta accanita e prudente contro Stalin – é il suo cercare di accontentarsi, i suoi poveri movimenti di accomodamento, i suoi lavoretti editoriali, i suoi viaggi e le sue sistemazioni – che gli sembrano così felici – in qualche calmo appartamento di Mosca. [...] Annaspando nel limbo della vita – che era poi la non-vita di chi accettasse la dittatura di Stalin – Mandel'štam ha vissuto dunque una vita irreale, per cui non esisteva soluzione. Forse avrà avuto un sentimento reale: quello di fuggire. O forse no. Ma non ne sappiamo niente. Lo vediamo darsi da fare per passare dal limbo all’inferno, e, delle ragioni che lo tenevano in vita, non abbiamo che la testimonianza dei suoi pochi versi.

Così se ne è andato, dissolto nel nulla. La sua fine é «segnalata» da «notizie ufficiali» che lo vogliono a Vtoraja Rečka, un lager di transito presso Vladivostok. Prima era vissuto nella residenza coatta di Čerdyn' (dove aveva anche tentato di suicidarsi) e, dopo una breve pausa a Mosca, nella residenza coatta di Voronež; nel ’38 c’era stato l’arresto definitivo e la deportazione. (Oggi nella URSS le sue opere si leggono ancora in forma clandestina. E quindi l’incubo non é finito).

Leggero, intelligente, spiritoso, elegante, anzi squisito, gaio, sensuale, sempre inamorato, leale, lucido e felice, pur nel buio della sua nevrosi e dell’orrore politico, giovanile, anzi quasi ragazzo, estroso e colto, fedele e inventivo, sorridente e paziente, Mandel'štam ha dato una delle poesie più felici del secolo, molto più felice di quella di Majakovskij, e più ricca - anche se in un cerchio più stretto – di quella di Esenin.

Mandel'štam appartiene a quel momento della cultura russa che si chiama formalismo, anche se i limiti storici di questo momento vanno, nel suo caso, allargati. Egli non vi ha infatti partecipato esplicitamente, e l’interesse metalinguistico del formalismo gli é rimasto estraneo: egli si poneva il problema della lingua della poesia, ma lo risolveva senza uscire dal campo della lingua della poesia. C’é un solo campo, per lui, al di fuori di questo: la politica, vissuta come vita. E’ ridicolo farlo passare per un campione dell' «autonomia dell’arte»! Nel campo della ricerca formale, egli fa suoi tutti gli elementi del formalismo, ma come colti all’origine, in un momento di purezza non ancora codificata in poetiche o manifesti letterari: perciò la "scrittura" del formalismo, leggera, fatua e profonda, scanzonata e assoluta, fumistica e casta, si confonde in lui con le «scritture» di una precedente, o meglio pressocché contemporanea, cultura letteraria europea: io direi paradossalmente più Apollinaire e... Cocteau che Yeats e Eliot, per esempio. Non solo, ma addirittura Mandel'štam può permettersi di fondere insieme due amori, quello per il surrealismo o l’affine (in Russia) cubo-futurismo con quello per il simbolismo: quante volte la «leggerezza» di Mandel'štam si materializza nella «pietra dura» di un linguaggio miticamente classico!

Non c’è reale evoluzione nella poesia di Mandel'štam: essa é un blocco unico; forse solo negli ultimi versi, specie negli ultimissimi scritti a Voronež nel ’37, si ha una maggiore astrazione, e il fondo materiale – del paesaggio, della qualità di vita che c’è intorno, - é più sordo e grigio. Non c’è più in Mandel'štam il moto affettuoso che isola particolari domestici e un po’ fatui del mondo di ogni giorno, le «cose» guardate dall’occhio che le gode per privilegio di poeta e di potenziale borghese, nel senso più nobile e commovente della parola: ciò che era intorno a lui a Voronež non era per lui, e l’allegria, lo spirito, l’umorismo che non l’abbandonano mai, possono venire esercitati su se stesso – rendendo funambolica linguisticamente una situazione tragica - non certo sul mondo intorno. [...]

E così non c’è poesia dove un verso, o una coppia di versi, non rappresenti, come un oggetto, lo spirito di Mandel'štam: quasi sempre si tratta di un verso giocato tra la «boutade» leggera e l’accostamento linguistico analogico: così che il divertito scandalo della battuta e lo stupore formale, fanno scoccare una scintilla di quella saggezza onirica, che comprende e attua tutto il mondo come una segreta e radiosa novità, acquisita da Mandel'štam, o posseduta da lui, per privilegio espressivo, da sempre. «Invidio tutti in segreto – e di tutti in segreto mi innamoro»; «Il senso é vanità, le parole nient’altro che rumore – quando la fonetica é asservita al serafino»; «A furia di frivolezze siamo usciti di senno»; «Per la beata parola senza senso – io pregherò nella notte sovietica»; «Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili»; «Perché nelle mie vene non c’è sangue di lupo – e soltanto un mio pari potrà uccidermi»; «E chi é il vero minorenne tra noi?»; «Ho voglia di uscire dalla nostra lingua – per tutto ciò di cui per sempre le sono debitore»; «Dio Nachtigal, dammi il destino di Pilade – strappami la lingua...»; «Il potere é ripugnante come le mani di un barbiere»; «Non far paragoni: chi vive é incomparabile»; «... tutti vogliono vedere tutti – i nati, i portatori di rovina, i non aventi morte», ecc. ecc. Tutto il «sapere» di Mandel'štam si snoda così – producendo quattro o cinque delle più belle poesie del secolo – pieno di amore, senza amore, pieno di odio, senza odio: una lotta contro il non-essere combattuta nell’automatismo di un sogno, in cui la coscienza però, benchè impotente, sia ben lucida e quasi, misteriosamente, felice».

Pier Paolo Pasolini | «Tempo», 3 dicembre 1972

«...È il periodo centrale, tra il 1920 e il 1925, quello che esprime pià a fondo l'intensa originalità del poeta ; é il periodo in cui Mandel'štam mette la sua maestria al servizio di un disegno poetico di ampio respiro, di ambizione quasi epica, tra omerica e dantesca, superbamente eleggendo a proprio interlocutore il secolo. A questo periodo appartendono grandi composizioni come 'Ode d'ardesia' [...] splendida nel suo duro ermetismo, o '1 gennaio 1924', dove la passione civile e la passione storica si affidano a un linguaggio tutto immagini e percezioni ; e soprattutto quell'eccezionale poesia che s'intitola 'Trovando un ferro di cavallo ' [...] Nel 1923, Mandel'štam aveva ricevuto il primo ed esplicito invito a non pubblicare versi ; e da quell'anno la sua cancellazione dalla letteratura sovietica fu progressiva e inesorabile fino a trasformarsi in privazione della libertà personale e, infine, nella concreta cancellazione della persona fisica. Ai 'Testi sparsi e inediti' (che costituiscono l'ultima e più copiosa sezione del libro ) resta affidata la testimonianza in prima persona dello snervante calvario : il lettore vi ritrova anche tutta la drammaticità di una poesia-documento, culminante nella poesia contro Stalin [...] che significò per il poeta la condanna definitiva....»

Giovanni Giudici | «L'Espresso», 19 novembre 1972

Andrej Belyj, Kotik Letaev, Franco Maria Ricci, 1973

«Col nome di Kotik Letaev (Micino Vola Vola: un nome alla Savinio) il romanziere russo Andrej Belyj si rappresenta da bambino . [...] Un bambino dalla testa enorme. 'Una sola, immensa non-testa'. Una testa che vive autononoma dal corpicino acefalo, come il naso di Kovaliòv nel racconto pietroburghese di Gogol'. Infatti: 'percepivo la testa come: un naso'. Una sorta di Humpty Dumpty, madornale faccione, ma senza nemmeno il baccello di un sorriso.

[...] Il romanzo "Kotik Letaev", scritto da Belyj nel 1915 nell'antroposofica Dornach e pubblicato su un almanacco pietroburghese del 1917-18, compare ora da noi in un'agguerrita e giocoliera versione di Serena Vitale, un'ingegnosa slavista, la quale, in anni che lentamente diventano ormai 'memoria della memoria', svolse nell'ambito della mia scuola una bella tesi sulla poesia di questo simbolista bislacco , arlecchinesco, invasato.

[...] Il romanzo é un'altalena di comico e di casalingo. Belyj ripercorre l'infanzia e dall'infanzia risale al magma gassoso della pre-esistenza, al pre-corporeo, ai barbagli dell'età pre-natale. L'evoluzione del bimbo dall'amorfo agli impulsi coscienti coincide con la storia umana: il romanziere-saltimbanco tira in ballo i titani (già presenti nelle sue liriche ), l'epoca delle spelonche, l'Egitto di Soloviòv, la crocefissione di Cristo. L'infanzia si configura come cosmogonia, iterazione di miti, discesa nel buio della 'nera, conica Notte dei Tempi', squinternato teatro di incandescenze, di tempeste cosmiche , di luminarie, di lampi, di uragani, di fiamma, dannata flogistica . Frammezzo a questa baraonda Kotik Letaev cambia continuamente misura , come Alice...».

Angelo Maria Ripellino | «L'Espresso», 14 settembre 1973

« ...È un romanzo autobiografico quanto e più degli altri libri [ di Belyj], che debbono tutti la loro origine a esperienze personali dello scrittore ; riflette l'esperienza antroposofica, che fu una delle più profonde subite da Belyj maturo alla vigilia e agli inizi della rivoluzione bolscevica, nel periodo dei 'grandi equivoci' (da uno dei quali nacque il poemetto "Cristo é risorto", accanto a "I dodici" di Blok, l'amico-nemico di Belyj). Che l'idea centrale dell'antroposofia di Rudolf Steiner, secondo la quale l'uomo ha in sé la capacità di conoscere le cose invisibili e di compiere la sua necessaria funzione nell'universo, sia alla base del romanzo di Belyj, é innegabile perchè senza di essa non sarebbe spiegabile tutto il processo rappresentato nella prima parte, quella cioè in il fanciullo torna più o meno direttamente all'epoca in cui non era nato per spiegare le proprie impressioni dopo la nascita. [...] Nella critica russa, e anche in quella occidentale (e la presentatrice italiana lo ricorda) sono stati fatti a proposito di "Kotik Letaev" i nomi stranieri di Freud (per la parte introspettiva) e di Joyce per la struttura del linguaggio (da cui le enormi difficoltà di lettura e di traduzione), e per quanto riguarda la genealogia russa quelli di Gogol e di Soloviov. Ma per ognuno di questi riferimenti occorrerebbe un discorso a parte, i cui elementi il lettore comunque riuscirà, godendone, a scoprire da sé ...»

Ettore Lo Gatto | «Il Tempo», 27 ottobre 1973

Vaculik, Ludvik, Le cavie, Garzanti, 1974

«Chi non ha allevato criceti tremanti come gelatina, mucchietti pelosi che rosicchiano vecchie scartoffie e si ficcano dentro gli armadi? Il narratore boemo Ludvik Vaculik, nel romanzo "Le cavie" tradotto con molta grazia da Serena Vitale, discorre di uno svitato bancario di Praga che prospera in casa porcellini d'India. Vaculik fu il promotore del Manifesto delle Duemila Parole e uno dei più alacri araldi della Primavera Praghese: ciò spiega perché questo romanzo non possa vedere la luce nella Cecoslovacchia presente, così inospite e immite per gli scrittori che non siano in odore di santità, ossia di ottusa obbedienza.

[...] Vi sono momenti in questa patetica microscopia, in cui pare che il protagonista debba cambiarsi lui stesso in un porcellino d'india, come un altro eroe di Cortàzar, un axolotl, - ma a Vaculik é mancato il coraggio di tentare la kafkiana metamorfosi. Eppure il torvo ambiente bancario praghese, i misteriosi custodi, la agonia di una delle cavie, ' grumo di peli vomitato da una civetta ', e lo stesso carattere di parabola abitata da bestie: tutto ciò avvicina il romanzo alle invenzioni di Kakfa. [...] Vaculik vuole forse adombrare l'odierna situazione della Boemia. Tu allevi cavie con tenerezza in famiglia, e in poco tempo le cavie invadono la tua esistenza. È un'esistenza da cavie nell'angusto spazio di una scatola da margarina quella di un popolo oppresso da un regime sfuggente e ambiguo come la Banca Statale».

Angelo Maria Ripellino | « Il giornale», 2 luglio 1974

M. Cvetaeva, R.M. Rilke, B. Pasternak, Il settimo sogno. Lettere del l926, Editori Riuniti l980

(Fu il mio primo – e fatale – incontro con l’opera di Marina Cvetaeva. L’edizione dell’epistolario, ancora fortemente mutilo per motivi di censura, veniva venduta dalla VAAP, l’Associazione dei Diritti d’Autore Sovietica, a caro prezzo e solo all’estero ; i russi non potevano leggerla. Cvetaeva e Pasternak erano scrittori "export" ; dopo averli messi al bando, l’avida "Sonja" – ironico e amaro diminutivo di "Sovetskaja Vlast’", potere sovietico – ne ricavava preziosa "valuta".)

«...Infuocata, sprezzante, incommensurabilmente avida e gelosa, della gelosia ‘ che l’anima prova per la carne’. Queste ultime parole sono tratte dall’epistolario triangolare Cvetaeva, Pasternak, Rilke ("Il settimo sogno"), la più viscerale e disincarnata passione che ci sia dato leggere. Tre persone che non si sono mai incontrate , tre grandi poeti che attraverso la scrittura (lettere, versi) s’innamorano perdutamente l’uno dell’altro, fino a cadere nella gelosia, nel tradimento , nell’offesa: tutto fuorché nell’incontro. [...] Ma i corpi dov’erano ? Quello di Rilke stava morendo di leucemia, quelli di Pasternak e di Marina affondavano in una vita quotidiana (la Russia per l’uno, l’esilio per l’altra) che trapela nelle lettere, senza spazio, senza fiato, senza speranza ...»

Giovanna Bemporad | "L’Europeo" , 4 aprile 1981

M. Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, Guanda 1980

«...Raramente capita di incontrare passione e pensiero così stupendamente congiunti come nella "Lettera all’Amazzone" di Marina Cvetaeva, la cui immagine si rivela, ad ogni nuova opera pubblicata [...] più ricca e complessa. E’ sempre verticale, in profondo, il suo procedere. Non conosce pause, autocompiacimenti, momenti di consolazione fittizia, reticenze. Scava persino eroicamente, urta contro l’ingiustizia indifferente della natura.

Va a caccia di verità contro ogni forza di attributo: "...questa entità perfetta che sono due donne che si amano . L’impossibile non è resistere alla tentazione dell’uomo, ma al bisogno del bambino". Eppure "l’amore è di per se stesso infanzia. Gli amanti sono bambini. I bambini non hanno bambini ". Eppure ancora: "Non si può vivere l’amore. La sola cosa che sopravvive all’amore è il bambino ". Citazioni eloquentissime dalla "Lettera all’Amazzone", scritta in francese dalla Cvetaeva negli anni 30 e contenente le riflessioni della grande poetessa russa alla lettura delle "Pensées d’une Amazone" di Natalie Clifford Barney, personaggio leggendario della Parigi intellettuale del tempo, scrittrice il cui salon vide passare, fra molti altri, Apollinaire, W.C. Williams, Cendrars, Valéry, D’Annunzio, Rilke, Gide, Joyce.

L’amazzone, il bambino, l’uomo (lo straniero, il nemico) sono figure centrali per la Cvetaeva, che nella Lettera ci comunica il senso di purezza, di assoluto e di vertigine dell’amore tra donne e ci conduce, col fuoco che incessantemente l’agita, nell’avventura di un’esperienza che è difficile non definire travolgente . E’ un merito enorme di Serena Vitale quello di avvicinarci da qualche tempo, progressivamente, all’opera della Cvetaeva, di farci tra l’altro assaporare nella coinvolta, acutissima introduzione alla Lettera, esempi indimenticabili di poesia...»

Maurizio Cucchi | "L’Unità", 17 settembre 1981

M. Cvetaeva, Le notti fiorentine, Mondadori 1983

«Per Marina Cvetaeva, gli altri esseri umani erano dei rabdomanti: dovevano scrivere e trarre dal profondo della sua anima quelle oscure sorgenti d’amore che non avrebbero potuto venire alla luce senza di loro. Si ammorbidiva, si inteneriva per un istante . Ma ecco, subito, la reazione...Appena sentiva la forza liquida dell’amore sciogliere la sua anima, si irrigidiva: non voleva diventare acqua indistinta e schiumosa, non voleva essere mutata e trasformata dall’espansivo slancio di tenerezza. Come accade alle coscienze deboli e sul punto di scomparire , temeva che l’incanto si annullasse. Lei voleva essere intatta, nella sua adamantina durezza di vergine e androgina. Allora l’altro, l’incauto rabdomante che era penetrato nel suo cerchio fatale – veniva cacciato via, abolito, ricondotto alla sua natura di puro pretesto. Veniva sottoposto al disprezzo, come se la tenerezza avesse l’unico scopo di capovolgersi nel gesto della negazione. Il rabdomante aveva suscitato l’amore. Ma lei doveva recitare l’amore da sola, impersonando tutte le parti in un teatro desolatamente vuoto.

Così la vicenda amorosa era, per la Cvetaeva, quella di una vampa di fuoco, che si rapprende in ghiaccio, lama, gemma, specchio. Invece di offrire morte e rinascita, invece di sciogliere le sue membra e il suo io, - Eros doveva riaffermare l’identità, immutabilità e irripetibilità del suo ego. Tutto ciò si esprimeva, nella prosa delle "Notti fiorentine" [...]con la ritualità sacerdotale dei gesti. Mentre diceva di essere posseduta dalla penna, la Cvetaeva possedeva la penna, impugnava la penna come una spada o un tirso: splendida statua neoclassica, Duse in preda a una rutilante tensione – ma il suo è un neoclassicismo che brucia le mani. Contro la tenebra indistinta della vita, contro il mare rifiutato dell’amore, essa incideva sulla carta troppo bianca netti, lucidi, violenti aforismi: i quali avevano il compito di esprimere un tagliente bagliore piuttosto che un significato.

La Cvetaeva non sapeva essere felice. "Vivere, è tagliare e infallibilmente sbagliare e poi ricucire insieme i pezzi – e nulla tiene (e nulla ti appartiene, e non si tiene più a nulla..."); "Ogni volta che tento di vivere, mi sento una miserabile, piccola sartina che non farà mai niente di bello, che sa soltanto fare guasti e ferirsi e che, lasciando là tutto: forbici, pezze, rocchetto, si mette a cantare. Davanti a una finestra dove piove per sempre". Goethe diceva che ‘chi non sa essere felice è colpevole’ (sentenza che soltanto un uomo infelice poteva pronunciare). Non so se la Cvetaeva fu davvero colpevole - per smisurato orgoglio, perché solo la scissione radicale, la negazione dell’amore, l’irrimediabile separazione le permettevano l’atmosfera della tragedia, senza la quale non poteva né vivere né scrivere.

L’introduzione di Serena Vitale è il più bel saggio che abbia letto sulla Cvetaeva: precisa, delicata quando ne racconta la vita – e poi, piena di impeti, di slanci, di estasi, di fulgori, quando arditamente si avvicina al suo cuore poetico ...».

Pietro Citati | "Corriere della Sera", 2 dicembre 1983

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