Viktor Šklovskij, Testimone di un'epoca. Conversazioni con Serena Vitale«...Vera protagonista del discorso di Šklovskij – memorialistico e critico – è, oggi più che mai, la digressione, dove l’antico amore per Sterne si intreccia con le capricciose intermittenze di una memoria fervidamente stanca. E così, dopo vari tentativi di far rispettare le mie domande, ho lasciato che Šklovskij si abbandonasse al flusso quasi materico del suo pensiero e dei suoi ricordi. Mi dispiace che non sia stato possibile restituire fino in fondo lo skaz, la "gestualità" del parlato šklovskiano: le interiezioni, le pause significanti, i borbottii, gli scatti, i ripensamenti, i vuoti e i pieni di parole. E, ancora, certe grandiose, innocenti risate, o le lacrime improvvise quando la memoria riportava a galla episodi della vita – o della morte – di "Volodja" Majakovskij, di "Serëža" Esenin, degli amici formalisti, oggi quasi tutti scomparsi...» (Dall’Introduzione) Nel 1995 sono tornata sulle mie "conversazioni con Šklovskij" – altisonante sottotitolo, non scelto da me, che mi trasformava in un improbabile Eckermann – con un breve racconto pubblicato da "La Repubblica": «Inverno l978-79. Forse il più freddo del secolo in Russia. Alla fine di dicembre a Mosca il termometro segnava in pieno giorno meno trenta gradi: per strada la gente camminava avvolta in nuvole di vapore, dai baffi degli uomini pendevano ghiaccioli-stalattiti, in molti edifici erano scoppiate le condutture del riscaldamento, da radio e televisione le autorità lanciavano appelli raccomandando a bambini e anziani di restare in casa. E a casa sua andavo a trovare ogni giorno l'ottantaseienne Viktor Borisovič Šklovskij, di cui raccoglievo i ricordi per un libro. Era stato l'enfant terrible, il torello furioso del formalismo, aveva avuto per amici i grandi del Novecento russo, da Majakovskij a Chlebnikov, da Ejzenštejn a Mandel'štam. Prima ancora che venisse sancita l'egemonia del realsocialismo, forse fiutando futuri castighi, aveva pubblicamente abiurato agli errori della sua turbolenta e geniale giovinezza; quindi si era ritirato nelle retrovie, lavorando quasi esclusivamente per il cinema. Con il disgelo era tornato a scrivere di teoria della letteratura, aveva pubblicato memorie, saggi critici. Sempre arguti, sempre accolti con diffidenza dalla critica ufficiale, i suoi libri avevano tuttavia perso lo smalto agguerrito dei favolosi anni Venti. Mentre l'Occidente scopriva entusiasta i suoi primi scritti e lo acclamava come uno dei maestri dell'avanguardia russa, uno dei padri dello strutturalismo europeo, nel suo paese, scoprii con stupore, era considerato dalle inquiete generazioni del dissenso alla stregua di un disertore, un rinnegato, nell'ipotesi migliore un noioso e inutile relitto. Non gli perdonavano di essere sopravvissuto: l'eroismo si nutre di sangue e ossequia la morte. L'ostinata vitalità di quel vecchio che aveva salvato la pelle all'epoca delle stragi di massa faceva storcere il naso a molti miei amici intellettuali. "Vai da Šklovskij?" mi chiedevano con una certa sprezzante condiscendenza, neanche andassi a omaggiare la tomba di Ždanov o la mummia di Lenin. Ma io continuavo a visitare quotidianamente lo scrittore, piena di gratitudine per l'attenzione che mi concedeva e di ammirazione per l'epoca che ai miei occhi continuava a rappresentare. E non potevo dimenticare che era stato tra i pochi ad aiutare Mandel'štam quando gli altri rifuggivano come un lebbroso il poeta al bando. Piccolissimo nella poltrona della camera da letto che serviva anche da salotto e sala da pranzo (l'altra stanza era invasa dai libri), la lucente calvizie riparata da un basco contro le insidie del gelo, ai piedi pantofoloni di flanella grigia a quadretti, aveva subito rivelato un temperamento infuocato e bizzoso, per nulla docile. Commentando ingiustizie e nonsensi della vita contemporanea, rievocando antichi fantasmi, agitava il bastone che teneva sempre a portata di mano e si lasciava andare a infiammate, tonanti invettive. Alle mie domande rispondeva spesso in modo obliquo, più volte si rifugiava in rauchi "non so più, non ricordo". Andò avanti così per tutta la prima settimana dei nostri incontri, poi anche la sua sapienza elusiva cominciò ad avere dei cedimenti. Ora aveva fiducia in me e, aizzata dalla mia curiosità, la memoria riandava lontano, in luoghi dolorosi dove ancora si aggirava il fantasma dell'autocensura; la sua voce senile allora si incrinava, o restava intrappolata nella gabbia toracica per riaffiorarne faticosamente in appena percettibili sussurri. Non riuscivo a distinguere tutte le parole, stentavo a seguire quei ricordi dall'andamento spezzato, divagante, costellato da infiniti excursus, e riponevo tutte le mie speranze nel magnetofono su cui registravo i nostri discorsi, o più esattamente i lunghi monologhi innescati dalle mie sempre più rare e disattese domande. Ma gli sbalzi della tensione elettrica provocati dalla situazione meteorologica di emergenza, uniti all'inefficienza del mio decrepito magnetofono, inghiottirono la parte più sommessa e vulnerabile di quei monologhi. Tornata in Italia, la disavventura tecnica fornì un alibi al silenzio che mi imposi di mantenere su quanto Šklovskij mi aveva raccontato quasi suo malgrado, con l'anima a nudo, dimenticando l'ancora cruda severità dei tempi. Non tutto – oggi posso dirlo – si era cancellato. "Per vivere ho scritto di tutto, sono un poligrafo, uno gigolo della letteratura. Sotto una sola cosa le generazioni future non troveranno mai la mia firma: sotto denunce e delazioni. Lei crede, vero?, che io sia un uomo sanissimo, visto che sono arrivato a questa veneranda età. Debbo deluderla: mi sono ammalato così spesso, negli ultimi quarant'anni, che dovrei essere sotto terra già da un pezzo. La mia salute aveva improvvise e gravi défaillances ogni volta che all'Unione dei Cineasti o degli Scrittori venivamo convocati ad assemblee plenarie in cui bisognava biasimare un membro eretico, smascherare e mettere alla gogna un collega, espellerlo. "Quando cominciò la campagna di insulti contro Pasternak per il Dottor Živago, ricorda?, per il Premio Nobel, proprio allora venni colpito da una broncopolmonite così acuta che non potei uscire di casa per molte settimane; avevo perfino staccato il telefono spacciandomi per moribondo, e le rare volte che qualche collega veniva a trovarmi in visita di cortesia fingevo violentissimi attacchi di tosse, mi mettevo a scatarrare e sputare: nessuno resisteva a lungo al mio capezzale. Ma poi guarii - già, dovetti guarire ... E quando ebbi una violenta ricaduta (un altro amico scrittore entrava nel limbo dei reprobi), venne a sincerarsi delle mie condizioni un medico fiscale – a quel punto tosse e sputi non potevano più nulla, e allora finsi una serie di tic, vede, così," - e cominciò a contorcere il viso in una serie di ridicole smorfie – " e poi tremavo tutto, così " – e si mise a scuotere convulsamente gambe e braccia, " e sbavavo, e sbarravo gli occhi. Preoccupato, l'onesto dottore mi diagnosticò una tardiva forma di mal caduco; dovetti passare due mesi in una clinica specializzata nella cura dell'epilessia. Fu allora che compresi a fondo Dostoevskij e il suo Idiota : come vede, in letteratura tutto serve. "Ma tanto, tanto tempo fa, non mi cavò d'impaccio neanche un certificato medico secondo cui soffrivo di gastroenterite. Era il l933, e Stalin aveva deciso di mostrare a scrittori e giornalisti, perché potessero cantarne le lodi, il canale che univa il Mar Bianco al Mar Baltico, una delle più grandiose realizzazioni della giovane Unione delle Repubbliche Sovietiche. Opera faraonica, davvero, e i nuovi schiavi che l'avevano costruita erano tutti detenuti, per lo più politici, prelevati dai lager – una forza-lavoro gratuita e forzatamente alacre: chi non osservava la norma produttiva giornaliera veniva castigato con pene severissime, fino a quella capitale. "Un'automobile governativa venne a prenderci a casa. Partimmo in più di cento – nomi illustri, meno illustri, nomi sconosciuti. Ci scarrozzarono in lungo e in largo, ci esortarono a dialogare con gli operai-detenuti a cui già da qualche settimana, in previsione del nostro arrivo, era stato distribuito cibo più sostanzioso delle normali, misere razioni; ma non si potevano cancellare dai loro corpi le tracce delle percosse, della fame. Lo spettacolo di quegli scheletri stachanovisti che si dichiaravano tutti, all'unisono, felici di espiare le loro inesistenti colpe con l'onesto lavoro quotidiano mi tolse l'appetito per molto tempo. "Durante quella ‘missione creativa’ mi capitò l'incontro più tremendo della mia vita: in un operaio che intervistavo riconobbi mio fratello. Non lo vedevo e non avevo sue notizie dal 1919: lui, ex seminarista e sacrestano, non voleva compromettermi, io ex socialista rivoluzionario, con alle spalle una rocambolesca fuga all'estero, non volevo comprometterlo – non ci eravamo mai cercati. Anche lui mi disse che era fiero di contribuire all'edificazione socialista, e alla mia domanda sussurrata: 'Non mi riconosci?', rispose senza abbassare la voce, con tono fermo: 'Io adesso ho milioni di fratelli, faccia distribuire loro del pane, se può'. Gli regalai un pacchetto di sigarette – le accettò, disse, per i suoi compagni. Non ho mai saputo il giorno, neanche l'anno della sua morte. Quanto alla causa, non ho bisogno di certificati postumi: fame, sfinimento. "E ancora oggi mi chiedo se avrei potuto fare qualcosa per lui, se non avrei dovuto abbracciarlo, urlare davanti a tutti che era mio fratello, cercare di salvarlo: in fondo ero andato fin lì con il permesso, anzi su ordine del padrone delle nostre vite. Ma lei non può sapere cosa sia la paura, cosa fosse quella paura: un anestetico, un denso etere che paralizzava i pensieri, le anime. Nadežda Mandel'štam diceva che vivevamo in una camera della tortura. Molti di noi, me compreso, hanno vissuto in una camera operatoria. E ' strano, con lei finisco sempre col parlare di medicina...". In quelle gelide giornate d'inverno trascorse con Viktor Borisovič Šklovskij, apostata per tanti suoi giovani e intransigenti compatrioti, capii la pietà che meritano i non-eroi russi del nostro secolo insensato.» Postilla del 2007. Per tutto il tempo delle mie visite a Šklovskij venni seguita da due macchine Žiguli – ricordo le targhe: Mosca 5469 e 7901 – che contenevano otto rubizzi e biondi marcantoni del KGB. Una volta che tentai – ingenuamente, come avevo visto fare in chissà quale film poliziesco – di depistarli, venni aggredita e finii all’ospedale. Ne uscii con due costole rotte, cosa che, ognuno sa, impedisce di ridere, ma in quei giorni non correvo il rischio di ridere. Un’altra volta, la sera del 31 dicembre 1978, i "ghebisti" mi investirono: una gamba ingessata. Tornai in Italia; venni trattenuta per cinque ore alla dogana, perquisirono me e il mio bagaglio. In quell’occasione molto del materiale che avevo registrato (male) venne smagnetizzato: conservo ancora quelle bobine come monumento all’ottusità poliziesca, al morbo della reticenza, della paura costante, di cui ogni cittadino dell’URSS era malato; contagiava persino un’occidentale, e dunque privilegiata, come me. Leggi le recensioni di Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca >> |
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