Copertina di L'imbroglio del turbante, di Serena Vitale

SERENA VITALE SU L’IMBROGLIO DEL TURBANTE


Stregata dal frate scomparso

Serena Vitale | "Il Sole 24 ORE", 5 novembre 2006

La figlia di A. sposava il pro-pronipote di tale Giovanni Battista Boetti. Un amico di A., come lui bibliofilo e uomo generoso, mi regalò un vecchio libro dedicato al trisavolo dello sposo: "Perché non ne scrivi qualcosa? Magari un racconto". Mi schermii: non sapevo nulla di quel Boetti. Mi risentii: " Non sono una poligrafa...". Era il maggio del 1998.

Il libro (F. Picco, Il Profeta Mansur. G.B. Boetti , 1915) finì comunque sulla mia scrivania, luogo massimamente rischioso. Lavorando ad altro, di tanto in tanto lo sfogliavo per distrarmi. Seppi: Giovanni Battista Boetti, nato nel 1743 a Piazzano... giovinezza turbolenta, libertina ... entra nell’Ordine dei Domenicani, va missionario a Mosul ... è allontanato dalla Chiesa, forse prende il turbante ... fa il medico a Costantinopoli... torna in Italia e al convento... dal 1781 si perde ogni sua traccia ... ricompare col nome di Sheykh Mansur ("il Vittorioso") , nuovo profeta-guerriero musulmano, e alla testa di un’invincibile e numerosa armata sbaraglia città turche, mette a ferro e fuoco la Georgia, marcia contro i russi ... "Contro Boetti è inviato lo stesso principe Potiomkin ... L’esercito del profeta si rifugia tra i monti del Caucaso e di lì conduce una guerriglia incessante contro l’esercito russo" (Dizionario Bibliografico degli Italiani) . Possibile? Non ne sapevo nulla.

Interrogato su "Sheykh Mansur " l’oracolo elettronico rispose: "Iniziatore della lotta di liberazione del popolo ceceno contro il dominio russo ... proclamò la prima Guerra Santa ... Nel 1785 inflisse una clamorosa sconfitta all’esercito zarista". Nel 1785: molti anni prima della lunghissima guerra che insanguinò il Caucaso nell’ 800; di quella sapevo, non fosse che dallo splendido Hadji-Murat di Tolstoj. Cominciai a raccogliere materiali per il futuro racconto.

Il mistero – l’ex-missionario piemontese era davvero l’Imam che la Cecenia indipendente celebra come eroe nazionale? se non lo era, perché lo divenne nella leggenda ? - riempì il doloroso vuoto post-partum, quando ebbi consegnato le ultime bozze del lavoro non più in corso. Sulla scrivania comparvero montagne di libri, colline di variopinte cartelle (giallo: archivi; verde: Islam; rosso: storia russa; arancione: Caucaso; azzurro: Impero Ottomano) gonfie di fotocopie; ebbero inizio i viaggi della speranza negli archivi di mezza Europa...

La "distrazione" si era trasformata in ossessione, il "racconto" in romanzo. Romanzo multiplo, come certe sale cinematografiche: su Boetti, sulla Russia durante l’"età aurea" di Caterina la Grande, sull’ Impero Ottomano (vi entravo affascinata e timorosa, lasciandomi guidare dagli scritti di viaggiatori settecenteschi , dalle relazioni degli ambasciatori stranieri a Costantinopoli) all’alba del suo lento declino, sul Caucaso, impervia terra di frontiera solo di recente islamizzata. Un romanzo - forse - sulla possibilità stessa di raccontare, oggi, la storia.

Cercando di saldare due destini apparentemente inconciliabili, muovendomi tra remoti teatri di guerre e disastri, continuavo a ritrovarmi nel cuore insanguinato dell’attualità. " Hai avuto fiuto , sei sul pezzo ... " - mi sono sentita dire ogni volta che, in questi ultimi anni, la Cecenia si è tragicamente imposta all’attenzione del mondo : triste, dubbio onore al quale rinuncio di buon grado. Rivendico invece l’ostinazione con cui ho portato nuove prove a sostegno della massima che cita un personaggio del mio libro, il conte de Ségur: "Talvolta la verità può non essere verosimile".

Intervista a Fahrenheit, Radio 3 | ASCOLTA

Dialogo con un amico libraio. 11 febbraio 2007

Perché L'Imbroglio del turbante?
Non è nato subito, questo titolo. Me lo ha suggerito, dopo alcuni titoli di servizio via via scartati, la leggenda dello stratagemma con cui il grande Nadir Scià ovvero Thamasp Khuli-Khan, che nel mio libro figura soltanto come comparsa, venne in possesso – sventando un inganno e ordendone a sua volta un altro - del celebre diamante Koh-i-Noor. Mi è parso che desse ragione anche del profondo senso di smarrimento (con punte, peraltro, di straordinario divertimento romanzesco) che mi ha accompagnato durante tutto il tempo della ricerca e della scrittura. Per caso, cercando le tracce di un personaggio che mi aveva conquistata, ero andata a infilarmi in un’indistricabile matassa di qui-pro-quo, confuse "nouvelles de bouche", agnizioni, sparizioni, leggende, lacune nella storia, verità approssimative o vere e proprie menzogne tra le quali dovevo cercare di trovare il bandolo della – almeno – verosimiglianza. Un"pasticciaccio" (l’omaggio è, ovviamente, a Gadda) storico-filologico iniziato centotrenta anni fa con la scoperta di un documento: una Relazione, datata 1786 e custodita nell'Archivio di Stato di Torino, sulle mirabolanti avventure del piemontese Giovanni Battista Boetti. Nel 1882 il parroco di Piazzano, don Perpetuo Dionigi Damonte, avuta notizia della Relazione (che, tra l'altro toccava molti dei luoghi del Levante in cui era stato egli stesso come missionario), scrisse un libretto apologetico che da allora è stato sempre preso (salvo alcune eccezioni) per oro colato. Provo simpatia per questo missionario alacre, per questo parroco fantasioso, ma quanti pasticci ha provocato con il suo libro! Dopo di lui molti hanno accettato per lo più acriticamente e senza alcuna verifica le notizie contenute nella Relazione.

Cambierebbe, adesso, il titolo ? Qualcuno ci ha visto anche una punta di fiele contro l'Islam ...
No, non lo cambierei, mi ci sono affezionata. Ma se avessi potuto, senza peccare di megalomania e cattivo gusto, l' avrei intitolato Il libro degli inizi. L'inizio del profondo odio tra russi e ceceni, del conflitto ceceno-russo, oggi riesploso con tanta violenza. Gli inizi dell'Impero russo come grande potenza europea. Gli inizi del processo di sfaldamento dell'Impero Ottomano. L'inizio della « questione di Crimea» o «questione d'Oriente», che ha fatto disperare generazioni di studenti italiani. In qualche modo, con quell'embrione di Mémoires che è nella Relazione, perfino l'inizio del moderno romanzo italiano di viaggio e avventure. E, al centro di tutto, il primo jihad islamico (forse legato, come ha ipotizzato l'islamista francese Alexandre Bennigsen, «al grande movimento puritano riformista che, nella stessa epoca, agitava il mondo musulmano»: il wahabismo ) dell'epoca moderna, parallelo al tentativo di creare uno stato teocratico fondato sulla stretta osservanza della sharìa, la legge coranica.... Usando la formula dei supermercati, con L'imbroglio «compri uno, leggi cinque», cinque storie: 1) quella di Giovanni Battista Boetti, delle peregrinazioni del suo « corpo petulante e insolente», 2) quella dello «Sheykh Mansur» che tentò di sollevare il Caucaso, 3) quella di Caterina II e del principe Potiomkin nel momento del massimo fulgore, della massima espansione della Russia, 4) la seconda guerra russo-turca, 5) Costantinopoli e più in generale, l'Impero Ottomano sotto Abdul Hamid I ...

E il titolo del libro su veri e falsi profeti si è persino rivelato profetico: dall’Imbroglio sono nati altri equivoci e mezzeverità, inesattezze... Un pur attento recensore ha scritto, per esempio: " Chiunque fosse, la vita di questo avventuriero e carismatico fondatore di una nuova religione capace di organizzare in uno stato teocratico i territori dell’Armenia del Kurdistan, della Georgia e della Circassia prima di essere sconfitto dall’esercito della zarina..." : è impossibile, e comunque è l’esatto contrario di quanto racconto dopo aver studiato la tormentata storia dell’ Armenia e del Kurdistan, della Georgia e della Circassia, negli anni Ottanta del XVIII secolo. Lo stesso recensore cita diffusamente uno storico di vaglia come Franco Cardini, anch’egli vittima di abbagli sorprendenti: " <Boetti> parlava dodici lingue [dalla Relazione, peraltro, si può solo evincere che oltre a italiano e francese, Boetti conoscesse il greco, l’arabo, il turco, forse il persiano ], compreso arabo, circasso e azero. Agente del sultano, dello scià [ quale ? nel 1785 la Persia era ormai da anni divisa, lacerata da una tremenda guerra civile tra diversi pretendenti al Trono del Pavone], del re di Francia, della Repubblica di Venezia [ ??? ], li tradì tutti". E ancora, sempre citando da Cardini: " Fu falso medico [ Boetti esercitò la professione medica come tutti i missionari cristiani nel Levante; medici li promuoveva la popolazione locale, e tutti questi religiosi imparavano almeno i primi rudimenti dell’arte medica per soddisfare la richiesta di cure, talvolta di miracoli, alcuni rimettendoci la pelle se il "miracolo" non si produceva ]... Sognava di guidare una libera confederazione di stati caucasici, ma fu un crudele, tirannico capobrigante". Continuo a chiedermi dove abbia attinto Cardini queste notizie che riporta come fatti certi, tralasciando di indicare le fonti. Ma ci sono altri imbrogli...

La interrompo: lei ha fiducia soltanto nelle fonti primarie, scrive addirittura del suo " disprezzo" per quelle secondarie.
Fino a quando non ho cominciato a occuparmi di letteratura russa novecentesca vivevo in una beata ignoranza. Le uniche fonti che conoscevo, dal Carducci, erano quelle in cui "l’umbro fanciullo" vuole a tutti i costi immergere, poveretta, "la riluttante pecora" - e non mi erano simpatiche. Più tardi, frequentando l’URSS, leggendo i libri (in particolare di critica letteraria e di storia) pubblicati in epoca sovietica, ho visto in quale modo platealmente distorto venivano utilizzate le "fonti" – i fatti, la verità. Così è nata la mia smania archivistica: volevo vedere coi miei occhi quanto era avvolto dalla spessa, sospetta bruma dell’ideologia. Ma - un archivio era chiuso, a un altro non potevo accedere perché straniera, ecc ... Allo CGALI, l’Archivio della Letteratura, una volta che volevo scrivere di Esenin, la iena-direttrice mi ricevette, dopo quindici giorni di inutile attesa e una formale protesta scritta, per spiegarmi: " Mia cara, è materiale che potrebbe scioccarla per il contenuto sessuale [le innocue memorie dell’ultima donna che amò Esenin...], non mi sento di rovinare la sensibilità di una giovinetta come lei [avevo più di trent’ anni!], le sconsiglio vivamente la lettura "... E’ facile capire la mia gioia quando posso entrare in un archivio senza dover implorare, aspettare inutilmente per settimane intere, pagare sottobanco (i dollari della corruzione potevano aprire almeno alcuni cartoni, dossier) ; oggi, in Russia, il problema è solo quello del denaro: molto, ma richiesto e pagato ufficialmente. E’ così che sono diventata un diffidente santommaso, una fanatica delle "fonti primarie".

E gli altri "imbrogli" cui alludeva?
A volte ho l’impressione di parlare in circasso o in azero. Dopo avermi intervistato per telefono sul tema del romanzo storico in genere e del mio nuovo libro in uscita, una giornalista, Stefania Vitullo, ha dedicato a Boetti ben tre pagine nel " Foglio" del 15 settembre 2006, piene di antiche inesattezze e nuovi svarioni ( " Mansur avanzava ... E giunse a Costantinopoli ... Chi era quest’uomo che in Kurdistan, nella primavera del 1782, si era messo alla testa di un piccolo esercito ?") . Il Mansur ceceno iniziò la sua predicazione in Cecenia nel 1785, e invece Boetti, sempre stando alla Relazione, sarebbe stato proclamato " profeta" in territorio persiano, in un villaggio non distante dalla città di Hamadan; d'altra parte, a causa di una cattiva traduzione dal francese fatta centoventicinque anni fa, anche molte pubblicazioni russe e cecene scambiano la persiana Hamadan per l'Amedia curda. E di Boetti sappiamo soltanto che intendeva «marciare su Costantinopoli» ... La signora Vitullo ha evidentemente attinto le proprie informazioni a una « fonte secondaria»: un libro di autori vari pubblicato nel 1985 dalle Oemme Edizioni con il titolo - già significativo nella sua perentorietà - Giovanni Battista Boetti, 1743-1794, che sotto il nome di profeta Mansur conquistò l'Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò sei anni quale sovrano assoluto. Il volume, a sua volta, riprende e cita ampiamente come degno di fede, al pari di una fonte primaria, il libro di padre Damonte, alla cui sfrenata inventiva ho già accennato...

Soltanto due settimane fa ho potuto finalmente ricevere e leggere il saggio di Robert Melzi, un italianista che insegna negli Stati Uniti, pubblicato nel 2005. Anche in questo caso il titolo della breve monografia è rivelatore della posizione dello studioso: The conquering monk: Giovanni Battista Boetti: the story of Al Mansur, an eighteenth-century Italian cleric who conquered Chechnya and Daghestan. Invece di Curdistan, Armenia, ecc, questa volta l’Italian cleric conquista Cecenia e Daghestan. Melzi, in verità, precisa: "We do not know whether Damonte had in his hands Boetti own autobiography, although one is inclined to believe so, since he quotes from Boetti’s Memoirs (Damonte 127)". Ma sul fatto che Boetti abbia scritto delle "memorie" non esiste alcuna certezza (a parte il solito Damonte) : è possibile che a casa Boetti si conservassero i diari del suo primo e secondo viaggio in Oriente (e infatti fino al 1781 le notizie della Relazione coincidono con tutte le testimonianze esterne), ma del suo terzo viaggio sappiamo unicamente dalla Relazione e dall’immaginifica rielaborazione che ne fece Damonte... Come prova della credibilità di questi, Melzi cita la " precisione geografica" del suo racconto, probabilmente dimenticando che don Perpetuo conosceva bene, per esserci vissuto, i luoghi da cui il conterraneo Boetti era passato più di un secolo prima.

La prima intervista, dopo la pubblicazione dell'Imbroglio, mi è stata fatta da un giornalista dell'Adnkronos. Il testo è stato diffuso nel Web in tre lingue. La versione inglese suona: «Boetti - who later became known by the name Sheykh Al Mansur - was born in Piedmont in 1743 and led a highly adventurous and controversial life<...>Following his conversion to Islam - which reportedly occurred for a 'lack of vocation' - Mansur progressively became a leader of Chechnya's fight for independence against Russia. Indeed Sheikh Mansur was reportedly one of the first to make an attempt - still popular today - to unite North Caucasus under a single Islamic state ...".

La versione italiana, più possibilista, usa due volte il condizionale: « Dopo la conversione, secondo molte testimonianze, Boetti-Mansur si sarebbe proposto come riformatore-purificatore dell'Islam e si sarebbe ritrovato alla guida di un movimento popolare per la 'Jihad' contro l'invasione delle truppe inviate da Caterina di Russia. Per sei anni, dal 1785 al 1791, imperversò nel Caucaso, infliggendo perdite enormi all'esercito russo e diventando portavoce delle aspirazioni del popolo ceceno ". C’è anche una "traduzione" araba dello stesso testo ; non oso pensare che cosa vi sia scritto e soprattutto che cosa mi venga attribuito.

Un lettore, ho letto in un sito di vendita on line di libri, recensisce brevemente il suo libro commentando: « Complimenti all’autrice per L’imbroglio del turbante, anche se mi sembra che la sua posizione sia po' troppo sbilanciata verso il personaggio di Caterina II e in genere verso la Russia".
In Russia e nella storia russa mi sento di casa, a mio agio; è inutile spiegare perché. E mi sono potuta permettere di guardare a Caterina II anche dall’ingresso di servizio - come una domestica di Palazzo, diciamo. L’Impero Ottomano (alla fine del 700), invece, l’ho scoperto attraverso le molte testimonianze dell’epoca; l’ho descritto dunque dall’esterno, da straniera. Eppure ne sono certa: anche se fossi un’esperta ottomanista, del Sultano e del Serraglio avrei comunque scritto con "venerazione e meraviglia, miste a un sacro timore" - è il materiale, si sa, a imporre il "punto di vista " sulle cose . Quanto a Sheykh Mansur, vero Imam o "falso" profeta ceceno, l’ho narrato a distanza – la distanza delle leggende, del mito, perfino del timore.

Non può certo negare la sua simpatia per Caterina II ...
Perché dovrei? Con il regno di Caterina II (nata Sophie d'Anhalt-Zerbst, arrivata giovinetta da un piccolo principato tedesco per sposare Pietro III, un uomo violento, crudele, che le ripugnava) inizia l’ "età d’oro" della Russia - e si conclude quella delle "femmine al potere": così disse con sollievo l’odiato e odiante figlio Paolo I, che le succedette sul trono. Abbasso la retorica, certo, ma durante i funerali dell’Imperatrice perfino il compassato ambasciatore inglese si lasciò sfuggire: "Stanno seppellendo la Russia". Molto può spiegare una pointe diffusa agli inizi dell’800: " Pietro I, un russo, insegnò a noi russi a diventare tedeschi, Caterina II, una tedesca, ci insegnò a essere russi ".

Confesso però che la figura di Caterina II mi colpì verso i dodici anni, quando ancora credevo che sarei diventata un professore di matematica... In uno scomparto della biblioteca dei miei nonni, quello non accessibile a bambini e adolescenti, scoprii – e divorai di nascosto – un libretto: Lettres d’amour de Catherine II a Potemkin (Calmann Levy, 1934). Quelle lettere – per lo più brevi biglietti - hanno fortemente condizionato la mia educazione sentimentale. "Buongiorno, colombello mio! Mio adorato, voglio sapere se hai dormito bene e se mi ami quanto io ti amo ", scriveva

Caterina II . La immaginavo alta e imponente, con lo scettro in mano, una maestosa, bella e inaccessibile "regina", e invece la sentivo parlare come un personaggio femminile di Liala. Dalla "Regina" ( "zarina" allora mi diceva pochissimo ) imparai i rudimenti della strategia amorosa femminile : "...Ho ordinato a tutto il mio corpo, fino al più sottile dei miei capelli, di non mostrarvi il minimo segno di amore. L’amore l’ho chiuso a chiave dentro di me, a dieci mandate: adesso soffoca e sta male, ho paura che esploda ..." . Arrivai a copiare , firmandolo col mio nome, un billet doux di Caterina II – che però non consegnai mai al professore di disegno per cui all’epoca spasimavo in silenzio. Avevo scoperto, mi sembrava , l’amore totale , assoluto : " Non posso staccare da te lo sguardo, e in tua presenza mi sento ebete "...

Nello stesso scomparto della stessa biblioteca scovai , poco più tardi , anche alcuni libri su Caterina . Uno era intitolato La Semiramide del Nord , altri la paragonavano a Messalina ... Trovai anche , riprodotta , un’antichissima caricatura degli anni : Caterina sta con un piede a Varsavia e l'altro a Costantinopoli . Il naso in su , i sovrani europei ammirano i raggi della stella nascosta dalle ampie sottane , il re della Polonia Stanislao Poniatowski , ex amante dell'imperatrice , grida : " Io ho contribuito a ingrandirla " ! - la " stella " tra le gambe , evidentemente , non l’Imperatrice . Fu un trauma: ero stata ingannata dalla mia Regina, non esisteva l’amore puro, vero – non esisteva l’amore . Quei libri riprendevano, per lo più da memorialisti o saggisti francesi, sette e ottocenteschi, la leggenda della sfrenata dissolutezza della zarina . E quei francesi ignoravano l’utile esercizio di badare alle travi nei propri occhi ( penso alle promiscue alcove della corte di Luigi XVI ) ... Ma allora non lo sapevo ancora . Del resto, ancora oggi, anno di grazia 2007 , leggo in Internet , nella famigerata quanto consultata "Wikipedia" : "Caterina ... si fece costruire una stanza segreta decorata con dipinti e sculture che rappresentavano atti sessuali; anche i pezzi dell'arredamento furono costruiti usando rappresentazioni di organi sessuali... Molte immagini rappresentano stupri, atti di pedofilia ed atti sessuali con animali ritratti con accurati dettagli anatomici. Comunque la leggenda che Caterina abbia avuto rapporti sessuali con un cavallo e sia morta per tale motivo è priva di ogni fondamento [è già qualcosa...!]. In effetti ella venne colpita da infarto mentre si trovava nel suo gabinetto, il 5 novembre 1796 ".

La bestialità , appare evidente , riguarda solo l’estensore della voce . Caterina – lo sapeva lei, lo sapeva Potiomkin, l’uomo che amò con la slancio di una ragazza, per cui nutrì sempre un’ infinita tenerezza materna – " non poteva vivere senza amore ". Ma a differenza di molte sue contemporanee, Caterina II non faceva mistero dei suoi amanti: era conscia del proprio immenso potere, e soprattutto le sembrava poco elegante che sudditi e cortigiani si sussurrassero all’orecchio pettegolezzi e storielle piccanti sul suo conto. Quanto alle stanze segrete e alle orge ... Metodica e ordinata (in questo, sì, tedesca), Caterina aveva un solo amante per volta. Laboriosa statista, si svegliava ogni giorno alle sei e si coricava sempre, quando non glielo impedivano gli obblighi del suo rango, gli estenuanti ricevimenti di gala (che immancabilmente provocavano in lei noia) alle dieci di sera. In una lettera a Potiomkin lamentava: "Attribuisco la febbre e l’agitazione del mio sangue al fatto che per tutti questi giorni sono andata a dormire molto tardi, sempre dopo mezzanotte <...> Fatemi la grazia di lasciarmi più presto, la sera: mi fa davvero male restare sveglia fino a così tardi ".

Scriverà in futuro di Caterina?
Mi sembra di aver già detto quasi tutto in questo libro: « conquistatrice sul carro del trionfo e augusta massaia, pessimo poeta, amante attempata, Katjusha, autocrate, piccola madre, nonna-regina, sovrana della sesta parte del mondo". Mi piacerebbe invece, se ne avessi il tempo, tradurre le sue lettere.

Continua a definire «libro» l'Imbroglio del turbante. Perché non usa la parola romanzo?
Come lei sa bene, è una domanda che mi perseguita. Una quête, lo ho e lo hanno definito: la ricerca di un personaggio, il mio Boetti. Ma forse, ancor più, la ricerca di e su un genere – quello del romanzo storico. Come il mio amatissimo Manzoni, sento il « lamento» rivolto all'autore: "... La storia che aspettiamo da voi non è un racconto cronologico di soli fatti politici e militari e, per eccezione, di qualche avvenimento straordinario d'altro genere; ma una rappresentazione più generale dello stato dell'umanità in un tempo, in un luogo, naturalmente più circoscritto di quello in cui si distendono ordinariamente i lavori di storia... Corre tra questi e il vostro la stessa differenza, in certo modo, che tra una carta geografica...e una carta topografica, nella quale... sono segnate anche le alture minori, e le disuguaglianze ancor meno sensibili del terreno, e i borri, le gore, i villaggi, le case isolate, le viottole.... Quando mai il confondere è stato un mezzo di far conoscere?... ". Avendo scelto la strada della "confusione", per definire il mio libro ricorrerò d’ora in poi alla formula manzoniana: un "componimento misto di storia e d'invenzione "

I molti nudi documenti che cita sarebbero la " storia " ?
In realtà non li cito. Sono parte integrante del libro. Per inciso: scherzavo, è chiaro, raffigurandomi nei panni di Manzoni... Più seriamente: i documenti (lettere, brani di giornale, dispacci diplomatici, rapporti, verbali di interrogatori...) sono i semplici e spogli puntelli che sorreggono un'architettura complessa, le piccole ruote di una macchina romanzesca eccessiva o «generosa», come qualcuno ha magnanimamente scritto. Ritengo l'Imbroglio il mio libro – il mio « componimento misto» - più visionario: per l'eccesso delle storie accumulate, per la folle smania di resuscitare il passato sulla base di poche tracce, a loro volta scritte, e quindi già " letteratura", già "composizioni". In pieno possesso delle mie facoltà mentali, oggi posso dirlo: io sono stata davvero al palazzo di Tsarskoe Selo come nelle foreste della Piccola Cabarda o a Trebisonda, ho veleggiato sul Dnepr a bordo della galea Bug, ho seguito Mansur in rotta attraverso le Montagne Bianche, mi sono aggirata a lungo per le strade di Costantinopoli, ho visto passare il Sultano confusa tra la folla. E ho vissuto a lungo con Giobatta Boetti tra Piazzano, Casale, Torino, maturando un irreprimibile desiderio di fuga. I documenti che ho raccolti - con ostinazione, con esaurimento delle mie forze mentali ed economiche - sono stati gli allucinogeni necessari al mio lungo viaggio verso gli inizi.

Come ha fatto a ricostruire così minuziosamente guerre e battaglie ?
Mi sono servita, tanto per cambiare, di testimonianze dirette e libri di storia. Ho studiato. Non ho mai giocato coi soldatini di ferro, lo giuro. Nell’Imbroglio ho invece cercato di capire e raccontare il processo attraverso cui l'uomo si annulla diventando un agente passivo, un assassino a-volontario. Ho anche cercato di capire e raccontare due diversi modi di guerreggiare : quello tradizionale, di cui il nostro tempo ha perso il ricordo, con un codice preciso, addirittura una sua "etica" (il principe Potiomkin : " Non si può prendere Ochakov senza un attacco formale ") , e la guerriglia, molto più vicina a quanto vediamo, leggiamo ogni giorno. Il mio modello ? Mi vergogno a pronunciarne il nome, ma - per dovere di sincerità : Tolstoj, quello di Guerra e pace e quello de L’incursione. Ma se il titano Tolstoj credeva nella storia fatta dal popolo, io mi permetto di crederlo un po’ meno. Nella battaglia di Ochakov, per esempio, molto fu deciso dalla tecnica attendista di Potiomkin, dai mezzi: le grosse navi turche vennero lavorate ai fianchi e rese quasi inoffensive dalle piccole e mobili navi russe progettate da un inglese, Samuel Bentham (che proprio in quest’occasione inventò quelle che sarebbero state chiamate "bottiglie Molotov") , e guidate da un avventuriero tedesco, il principe di Nassau. La presa di Ochakov è soltanto un episodio di una guerra sanguinosa (la seconda russo-turca, in gran parte provocata dalla "guerra santa" di Sheykh Mansur) che non portò ad alcun cambiamento, almeno immediato. La pace di Iassi riconfermò i confini dell’Impero Russo e dell’Impero Ottomano di prima della guerra: una guerra inutile.

"Tu hai fatto il tuo dovere, io il mio" - dice il vittorioso Potiomkin a Huseyn-Pascià, comandante di Ochakov. Mi ha sedotta la figura del potentissimo Potiomkin, l’uomo che per la grandezza della Russia e soprattutto dell’adorata sovrana avrebbe dato la vita, costretto a guerreggiare quasi suo malgrado... Del condottiero che voleva a ogni costo evitare gli "spargimenti di sangue ". Un grande personaggio, tra poesia e follia...

E ironia.
Pathos ed enfasi sono miei grandi nemici. E nell’Imbroglio, in particolare, mi faceva sorridere (un sorriso nascosto, credevo) che Mansur, in arabo " Il Vittorioso", l’Eroe, vittorioso sia stato una sola volta, e per colpa dell’indisciplina del colonnello Pieri, un italiano al servizio delle armi russe. Per il resto Mansur – chiunque fosse – collezionò soltanto sconfitte. Mi fa sorridere che l’Italia – attraverso colonnelli insubordinati, sfacciati impostori come il "Turco in Italia" Montemurli, ex missionari disperati e un po’ imbroglioni come Boetti, intriganti di bassa lega come il console Ferrieri – abbia avuto tanta parte in vicende così esotiche e lontane. A proposito di sorrisi, poiché il libro si è rivelato a mia insaputa, man mano che studiavo e trovavo materiali inediti, un libro sul "doppio" (sosia autentici, in carne e ossa, non quelli creati dalla letteratura romantica) , a volte ho l’impressione di averlo scritto anche per far sorridere le ombre di Chamisso, Stevenson, Pirandello ...

Ora la domanda fatale: chi era davvero Sheykh Mansur ?
Di sicuro ve ne fu più d’uno. Quello che oggi i ceceni celebrano come eroe nazionale era secondo alcuni un povero pastore analfabeta, secondo altri un sufi che aveva avuto un’ottima educazione religiosa nel Daghestan, dove l’Islam aveva ormai solide radici. Di recente qualcuno, in Russia, ha addirittura sostenuto che fosse un lontano discendente dei Chazari, il popolo nomade di etnia turca che dal VII secolo si fissò nella Russia meridionale creandovi un regno che crollò alla fine del X secolo, dopo di che le élites abbracciarono l’ebraismo. Perfino qualche rigurgito di antisemitismo ha sfiorato questo maledetto imbroglio.

Ci saranno delle certezze, quanto meno delle date incontestabili ...
Questo sì. Nei primi giorni del novembre 1785, secondo il calendario islamico, avrebbe avuto inizio il 1200, e le attese millenaristiche crescevano (sia a Costantinopoli, dove forte era l’opposizione al Sultano ritenuto troppo debole con la Russia cui nel 1783 aveva "ceduto" la Crimea, sia in altri territori vicini, da poco tempo islamizzati, fino ad allora religiosamente soggetti alla Sublime Porta), fondendosi con l’attesa escatologica del Mahdi, il "Rettamente Guidato". Secondo alcune interpretazioni degli hadith (atti e detti del Profeta Maometto) , il Mahdi sarà preceduto da un uomo chiamato " Mansur", il quale verrà per comandare gli eserciti al fine di restaurare la giustizia tra i musulmani oppressi, creare una perfetta società islamica, sterminare gli infedeli. La sua comparsa, prima della fine del tempi, "sarà preceduta da dieci segni ". La circostanza del terremoto che nel febbraio 1785 ebbe luogo in alcune zone del Caucaso sembrò confermare le parole di un misterioso personaggio che già da qualche tempo predicava in terra cecena la prossima fine di tutte le cose e chiamava alla "guerra santa" contro gli infedeli: "Per volontà di Dio andremo a convertire all’Islam prima i karabulaki e gli ingusci, poi i cabardi, poi nei territori vicini ai confini russi per annientare gli infedeli prima che siano loro ad attaccarci ...Convertirò tutti alla religione musulmana, e chi rifiuterà verrà tagliato in due: una sua metà diventerà un cane, l’altra un maiale... ". Questo e altro (per esempio che avesse dei sosia, che per non essere riconosciuto li facesse vestire come lui stesso vestiva) lo apprendiamo da fonti russe, cioè da informatori dei russi (in minor misura dei turchi) : le testimonianze sono così numerose che non si può non credervi. Viva le spie, di tutti i tempi ! Come avrei fatto senza di loro? Più incerte e scarse sono invece le fonti cecene, per lo più leggende, echi di leggende. Del resto all’epoca i ceceni non avevano ancora una lingua scritta. Sempre in base alle fonti russe (ai prezzolati informatori delle autorità russe di frontiera) , si può seguire la storia del Mansur ceceno fino al 1787; dopo questa data la storia diventa ancora più incerta e lacunosa, né aiutano a ricostruirla le discordanti deposizioni rese da Mansur dopo la sua cattura. Personalmente, non posso in coscienza escludere che sotto il suo nome abbiano agito anche altre persone, a seconda delle circostanze, delle necessità del momento.

Anche Boetti ?
Anche Boetti, perché no ? Ma se seguiamo la pur labile cronologia degli eventi come vengono raccontati nella Relazione (e dunque non la consideriamo frutto dei vaneggiamenti di un folle megalomane), Boetti avrebbe comunque raggiunto Mansur in un secondo momento, nell’autunno del 1786. E’ quanto faccio balenare nel mio "componimento misto ".

E’ possibile che Sheykh Mansur fosse manovrato da qualcuno?
Forse dai wahabiti, la cui dottrina cominciava allora a diffondersi nella periferia dell’Impero Ottomano. Forse da turchi ostili al Sultano. Forse da qualche Lawrence d’Arabia dell’epoca. Quanto a Boetti, la Relazione sostiene che alle sue spalle ci fossero "anche" potenze straniere. E dietro il terzo Mansur, quello che ho fortunosamente rintracciato negli archivi di Firenze (!), potevano esserci tanto potenze straniere quanto fazioni opposte al troppo debole Abdul Hamid I. Accenno a tutto questo, nell’Imbroglio, ma non mi dilungo: detesto la letteratura complottistica.

Quali ritiene essere le più rilevanti scoperte – nel senso della storia, delle " fonti primarie " – dell’Imbroglio?
Innanzitutto sono fiera di avere, seguendo il metodo di Conan Doyle, " eliminato l’impossibile", e cioè la vecchia, risibile favola del Boetti che «conquistò l'Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò sei anni quale sovrano assoluto " – pure se ancora oggi alcuni recensori del mio libro fanno orecchie da mercante, o, più semplicemente, non lo hanno letto. Negli archivi russi ho scoperto l’importanza della Crimea (assente nella Relazione, e mi è parso un lapsus significativo) in tutta questa vicenda. Mi sono poi concentrata quasi ossessivamente sui luoghi citati nella Relazione. Che cosa c’entravano Trebisonda o la persiana Hamadan con la vicenda del Mansur ceceno? Con quel po’ di turco che son riuscita a imparare e l’aiuto di esperti, ho ricostruito un itinerario diverso da quello che spacciano per vero il buon Damonte e i suoi seguaci: il che, se non è proprio il bandolo della matassa, sicuramente ci avvicina alla verità.

La verità ... Sembra di indovinare, nel finale aperto dell'Imbroglio, una sua presa di distanze dalla figura dello scrittore « onnisciente», o quanto meno dallo « scioglimento» tradizionale.
Onnisciente ? Non so neanche se sono un vero scrittore... Ad ogni modo: chi scrive, è cosa nota, non sa mai cosa si propone quando comincia a scrivere - e se lo sa è cosa riprovevole. Soltanto a lavoro compiuto mi sono resa conto che nel rifiuto di dare al lettore un soluzione univoca e definitiva, nel consegnare Boetti, principale oggetto delle mie cure narrative, all’ignoto, alla poesia del "possibile" c'era, oltre a una professione di fede narrativa, una reazione forse inconscia alla dilagante moda del mystery. Adoro la grande letteratura « gialla», da Agata Christie ai classici americani, Chandler innanzitutto. Ma alcuni "socio" e "teomisterini" che oggi invadono il mercato delle lettere mi sembrano solo rassicuranti scorciatoie in un momento di grandissima confusione morale in cui si cercano certezze nei luoghi più disparati. Arrivando sempre, come vuole lo statuto del mystery, a scoprire il colpevole, allo svelamento finale della «verità», questi libri, mi pare, tranquillizzano il lettore, lo rassicurano: la verità, sembrano dire, è qui a due passi da noi, vicina, accessibile, terrena. Tutto – tutti gli indizi disseminati lungo la narrazione – tende verso lo happy end, la « rivelazione» finale. Per me decisivo e "felice" è invece il momento – il lungo tempo - della ricerca e del dubbio, non la consolatoria offerta di una «verità» usa-e-getta.

Intervista a "Furbo chi legge", rubrica di informazione letteraria della Radio della Svizzera Italiana | ASCOLTA

<< indietro